Doversi separare da chi si ama

[...] Arroganza e manie di onnipotenza si nascondono spesso dietro al dolore smodato di chi piange una separazione. Se poi la perdita è di qualcuno che è ancora al mondo e che se ne è semplicemente andato (amanti, figli, genitori, amici, colleghi di lavoro), all’arroganza si aggiunge a volte la violenza. […] Il dolore di perdere qualcuno è un dolore grande, legittimo, umano, ma se blocca la vita propria o di altri è un dolore che lacera, distrugge. Un dolore dietro il quale si annida spesso il non volere accettare l’esistenza per quello che è, cioè dinamismo, evoluzione, trasformazione. Sono tanti fra santi, saggi e filosofi ad averlo detto con diverse parole: tutto cambia, e nulla è costante, come un fiume che non cessa mai di scorrere. […] «Il Buddismo – scrive Daisaku Ikeda – considera la separazione da una persona amata come una delle otto sofferenze. Nella vita dovremo affrontare distacchi di inesprimibile tristezza. Tuttavia, coloro che supereranno simili dolori e continueranno a vivere con forza e con coraggio, saranno prediletti e rispettati (…) come re e regine della vita. Perché non c’è vita più nobile di quella di una persona che supera una tragedia personale e prosegue lasciando dietro di sé tale risultato per guardare al futuro».
Non si tratta di diventare sordi al distacco, alla separazione da cose e persone amate. Non si tratta neppure di diventare automi capaci di rimuovere i propri sentimenti. […] «Sebbene io avessi ormai da tempo cessato di pensare al mio paese natale – si legge in una lettera di Nichiren Daishonin – ora, vedendo queste alghe nori, mi tornano in mente tanti ricordi che mi rattristano. Sono le stesse alghe che tanto tempo fa vedevo sulle spiagge di Kataumi, di Ichikawa e Kominato. Provo uno strano risentimento vedendo che il colore, la forma e il sapore di queste alghe sono rimasti immutati mentre i miei genitori sono scomparsi, e non riesco a trattenere le lacrime».
[…] Dove sta allora la linea di separazione tra un comportamento umano e un comportamento che logora quel che di umano è in noi? […] Spesso non si rimpiangono le persone per quello che erano, ma per quello che noi eravamo con loro accanto. Che siano morti o lontani è secondario, la loro sorte non ci interessa, se non apparentemente. Il problema è che noi abbiamo basato la nostra serenità sulla loro presenza e soffriamo perché senza di loro ci sentiamo persi. […] Recitare Nam-myoho-renge-kyo non rende immuni dal dolore, ma permette di costruire legami e relazioni d’amore basati sulla Buddità e non sull’egoismo o sull’utilitarismo. Inoltre, è possibile utilizzare il dolore di una separazione per cercare di comprendere cosa intendeva Nichiren Daishonin dicendo che Nam-myoho-renge-kyo è la gioia delle gioie. Essere buddisti non significa fare finta di non soffrire per le cose più naturali di questo mondo: significa sedersi dinanzi al Gohonzon, fossimo anche in lacrime e pieni solo di rimpianti, rabbia, sofferenza, e cercare dentro di noi una spiegazione e un sollievo al dolore che stiamo provando. Perché questa persona non c’è più? Su che cosa era basato il nostro legame? Come posso fare per cambiare il mio karma di soffrire per una, dieci, cento separazioni? Che cosa intendeva dire il Daishonin con il fatto che la vita del Budda è eterna? Ma se noi stessi siamo Budda, allora vuole forse dire che… Impareremo a conoscere, a sentire, a capire. A crescere, ad apprezzare, e perfino a ringraziare. Non ci sarà nessuno, con noi, in quel momento, a sostenerci. Ci sembrerà di cadere in un burrone profondo quanto il vuoto che proviamo dentro. Ma se per una volta proviamo a lanciarci, scopriremo che anche noi possiamo volare.
Abbiamo dieci, cento, mille vite davanti – e un Gohonzon dentro – per capire come fare.

Estratti da “Le otto sofferenze” (DuemilaUno n° 55 marzo - Aprile 1996 pagg. 31, 32, 33)
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