Ingabbiata nel giudizio

«La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore» (Gosho di Capodanno, RSND, 1, 1008)
Capire che cosa voglia dire sentirsi liberi è importante, perché spesso significa avere sperimentato l'opposto, ovvero la prigione dell'essere impossibilitati a compiere le azioni che si vorrebbe. Considerando che nel Buddismo il concetto di "azione" comprende non solo le azioni in sé e per sé, ma anche i pensieri e le parole, il non sentirsi liberi di pensare, parlare e agire come si vorrebbe è ancor più limitante. Essere liberi non necessariamente significa sentirsi liberi. Viceversa, ci si può sentire liberi anche a dispetto di circostanze che di fatto ostacolano la nostra libertà. Mi trovavo, fino a poco più di un anno fa, in una situazione in cui la mia vita disponeva di tutte le caratteristiche per cui una persona si poteva sentire libera oltre che a proprio agio: single, autonoma anche economicamente, in buonissima salute, con un'ottima famiglia alle spalle e molti amici eccezionali.
Niente poteva andare meglio. Ma l'inizio di una relazione difficile in quanto non "convenzionale" e un fortissimo litigio con una cara amica hanno fatto sì che mi chiudessi in me stessa per un lungo periodo, fino a rialzarmi grazie alla recitazione del Daimoku davanti al Gohonzon per capire che cosa potevo cambiare in me per trasformare in medicina quella situazione velenosa. Eppure io e quel ragazzo stavamo bene assieme, si condividevano molte cose, fra le quali anche la pratica buddista. Con quella mia amica c'era stato un rapporto di profonda amicizia, di scambio e sostegno sincero. Ma come mai si era creato così tanto malessere? Non sopportavo che quella amica si permettesse di fare osservazioni sulle mie scelte, sul mio modo di essere. In realtà, con la pratica e il tempo avevo capito che ero io a non sopportarmi più. Il principio di esho funi ci ricorda che fra vita e ambiente non c'è dualità: se volevo cambiare il mio ambiente dovevo inevitabilmente cambiare il mio atteggiamento. Se dunque il problema era il giudizio, era arrivato finalmente il momento di domandarmi quanto in me ci fosse la tendenza a giudicare gli altri e soprattutto me stessa. Se giudicare significa puntare il dito verso quello che non ci piace, per me la controtendenza diventava quella di riconoscere certe mie scelte passate - fino a prima condannate - ugualmente degne di rispetto. Il Daimoku e l'attività di responsabile di gruppo sono stati forti alleati in questa mia inversione di marcia. È stato solo dopo avere preso coscienza della prigione di giudizio in cui mi trovavo che per me libertà significava per prima cosa accettare le cose e le persone per quello che erano. La mia relazione nel frattempo era terminata ma non senza la consapevolezza che amare è creare valore insieme, liberi di essere se stessi. La sofferenza nata dal litigio con la mia amica mi ha portato a trasformare il mio atteggiamento di critica: non mi ero resa conto che per quasi trentadue anni non avevo fatto altro che lasciarmi andare al giudizio, mio sugli altri e altrui su di me, un vero stato di inferno. Tuttavia, se non avessi sperimentato proprio quello stato di prigione, non avrei poi assaporato la sensazione di libertà derivante dall'eliminazione della gabbia di giudizio dentro la quale per tanto tempo avevo avuto l'illusione di essere libera. 

(N. R. n° 471 Agosto 2011)
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