L'eternità della vita

Dal senziente all'insenziente

[…] Ogni giorno nel nostro corpo muoiono decine di milioni di cellule e ne nascono altrettante per sostituirle. Come abbiamo già detto, il corpo umano contiene qualcosa come sessanta trilioni di cellule costantemente sottoposte il ciclo continuo di nascita e morte. Senza questo ciclo continuo la vita umana non potrebbe sussistere. Possiamo quindi dire che la morte in un incalcolabile numero di cellule è uno dei fattori che rendono possibile la vita.
La vita e la morte di un individuo sono questioni di ordine superiore rispetto alla vita e alla morte delle cellule. L'esistenza umana è il processo di armonizzazione, integrazione e organizzazione della vita e della morte di cellule e organi. È uno stato in cui l'energia vitale fluisce copiosamente e unifica in ogni istante tutte le funzioni inerenti al corpo. E l' organismo vivente, che è un'unità integrata di funzioni fisiche e spirituali, è in grado anche di esercitare un'influenza sull'esterno.
La vita umana si esprime sia attraverso il corpo sia attraverso la mente. I nostri elementi fisici e spirituali, operando in armonia e in equilibrio, integrano il nostro essere agendo allo stesso tempo sull'ambiente esterno. Secondo il Buddismo la vita è formata da tre corpi: il corpo di manifestazione, il corpo di retribuzione e il corpo della Legge. Le funzioni che armonizzano la formazione e la distribuzione delle cellule che governano il metabolismo, corrispondono al corpo di manifestazione. Ma il corpo di manifestazione non è soltanto il corpo fisico propriamente detto, bensì è l'intero sistema che forme controlla l'aspetto fisico della vita. Come le cellule degli organi, pur possedendo un ciclo vitale separato, si uniscono armonicamente per formare il corpo umano, così vari aspetti della nostra vita fisica si integrano per formare il corpo di manifestazione.

In modo simile, il corpo di retribuzione, che corrisponde all'aspetto spirituale della vita, non consiste solo nella coscienza, nel pensiero nella memoria, ma include tutte le attività mentali che operano per acquisire la conoscenza, per conservarla e per controllare le emozioni e gli impulsi.
Il corpo della Legge, infine, è la forza essenziale che dà impulso alla vita e che è percepibile solo nelle attività del corpo di manifestazione e del corpo di retribuzione. Il corpo della Legge e il nucleo della vita, o il Sè.
In “Grande concentrazione e visione profonda”, T'ien-t'ai afferma: ”La vita come verità è il corpo della Legge, la vita come saggezza è il corpo di retribuzione, la vita come funzione è il corpo di manifestazione”.
Il corpo della Legge è ciò che vedremmo se potessimo osservare la vita con totale obiettività e coglierne la natura fondamentale. E' il nucleo o la forza generatrice che determina il funzionamento del corpo e dello spirito. Il corpo di retribuzione è costituito dalla saggezza e dagli altri elementi inerenti allo spirito, mentre il corpo di manifestazione è l'attività corporea che forma l'aspetto fisico della vita. Nella nostra vita, i tre corpi sono unificati e inseparabili; ognuno di essi include necessariamente gli altri due. [...]
Utilizziamo ancora una volta il paragone tra la vita umana e un iceberg. La coscienza e le attività fisiche sono come la parte visibile dell'iceberg, che emerge dall'acqua. Sotto la superficie del mare giace il vasto inconscio. Quando un essere umano muore è come se l'iceberg si sciogliesse nel mare sconfinato. Sia la parte visibile che quella invisibile dell'iceberg della vita umana si dissolvono nel mare della vita universale. Ma la vita umana non viene distrutta; così come l'iceberg diventa una parte integrante e potenziale dell'oceano, la vita umana diventa una parte integrante e potenziale della vita cosmica. […]
Se soltanto l'uomo comprendesse che la vita è un'eterna ripetizione del ciclo di nascita e morte e questa convinzione diventasse parte integrante della sua vita e non solo un' astratta teoria filosofica, allora avrebbe la forza di superare la paura della morte e il senso di disperazione che la accompagna. [...]
Se riusciamo ad assimilare il concetto dell'eternità della vita a un livello non soltanto intellettuale, se nel corso degli anni lo rendiamo parte integrante della nostra vita, allora esso si rivelerà uno strumento prezioso quando sarà giunto il nostro momento di affrontare la morte. [...]

Il Sè permanente

Nel momento della morte, i tre corpi si uniscono all'eterno flusso dell'universo. Per questa ragione si dice che la morte è inerente alla vita. Dopo la morte il funzionamento individuale del corpo di manifestazione e del corpo di retribuzione diventano indistinguibili del tutto, perché sono nello stato potenziale di “ku”. Il corpo della Legge, il Sé, è anch'esso assorbito nella totalità cosmica. A differenza di altre religioni, il Buddismo autentico non sostiene che il Sè dell'individuo dimori in paradiso o vaghi di luogo in luogo nel mondo invisibile. Secondo il Buddismo esso è unito alla vita universale. [...]
Fino a quando l'individuo è nella condizione senziente, ha la possibilità di cambiare la sua tendenza di base. Può intraprendere la propria autoriforma e creare così una nuova tendenza di base. Ma con la transizione dalla condizione senziente a quella non senziente, l'individuo perde la capacità di entrare in qualunque mondo diverso da quello verso il quale si è orientata la sua tendenza di base.
Entrando nella condizione non senziente, perde il potere di reagire agli stimoli esterni. […]
Quando la morte si avvicina, invece, le influenza esterne che potrebbero modificare il proprio stato vitale gradualmente vengono meno. Il denaro, il potere, la posizione sociale, persino l'amore non possono più causare un cambiamento di base. Quando i tre corpi della vita passano dalla condizione senziente a quella insenziente, perdono il potere di influenzare l'ambiente e di esserne influenzati. La condizione di base stabilite durante la vita diventa immutabile. Un individuo la cui vita è orientata verso il mondo di Inferno dopo la morte precipiterà nell'abisso dell'angoscia. Chi ha ceduto costantemente al desiderio, continuerà ad essere torturato dalla sua Avidità. Chi ha vissuto la propria vita nel mondo di Animalità, da morto proverà un terrore incessante. [...]
La morte è la grande smascheratrice. Il dolore e la paura che porta con sé mettono fine alle false convinzioni e alle false fede. Di fronte alla morte sentimenti simulati e desideri meschini vengono svelati. La morte smaschera invariabilmente una natura malvagia, anche se questa è stata abilmente occultata per tutta la vita. Solo vivendo una vita autenticamente buona si può essere sicuri che la propria morte sarà una fonte di forza e di verità per coloro che restano.
Una volta morti, perdiamo qualunque potere di cambiare noi stessi. Il cambiamento automotivato è impossibile, perché le forze che animano i tre corpi - il corpo di manifestazione, il corpo di retribuzione il corpo della Legge – sono divenute latenti.

Le condizioni della rinascita

Il Sutra del loto insegna che l'eterna ripetizione di nascita e morte è un principio essenziale della vita. [...] Se dopo la morte il Sè rimane confinato in uno dei cattivi sentieri, l'angoscia che prova è tanto maggiore in quanto non può far nulla per liberarsene. [...]
Possiamo interpretare la rinascita nella terra della luce eternamente tranquilla come lo stato in cui si trova dopo la morte una persona che ha stabilito la Buddità come condizione di base della propria vita. Nichiren ci sta dicendo che una persona nello stato di Buddità non appena muore ritorna immediatamente nel mondo fenomenico con i suoi cicli di nascita e morte. Chi muore in questa condizione percepisce la sua riapparizione nel mondo come se avvenisse istantaneamente dopo la morte. Il tempo percepito soggettivamente è quasi nullo, ma persino in questo momentaneo passaggio tra una vita e quella successiva si sperimentano infiniti kalpa di perfetta beatitudine. [...]
Il Sè morente si disperde nell'universo per riapparire nuovamente in una forma che si accorda con la sua tendenza della vita precedente. [...]
Fino a quando lo spermatozoo e l'ovulo non si uniscono, l'entità della vita umana si trova in uno stato potenziale o di “morte”, in attesa dell'occasione di manifestarsi. La fecondazione è il processo attraverso il quale l'entità vitale individuale passa dalla condizione insenziente dello stato di “ku” alla condizione senziente di organismo vivente. Lo zigote possiede i tre corpi (Il corpo di manifestazione, il corpo di retribuzione e il corpo della Legge) e si può dire che esso è apparso nel senso inteso da Nichiren: può essere considerato “la concentrazione del cosmo in una mente”. Possiamo considerare la fecondazione come la causa esterna della rinascita. La causa interna è il potenziale intrinseco del Sé che si trovava nello stato di “ku”. La forza di questa causa, interna - vale a dire la forza del potenziale di rinascita del Sé - dipende dal mondo in cui dimora il Sè. Se il Sè dimora in uno dei mondi inferiori, la sua energia è relativamente debole; ma se dimora nel mondo di Buddità, la sua energia è pari a quella dell'universo. Da ciò deriva l'enorme differenza tra il tempo interminabile trascorso nello stato di morte da una persona che si trova nel mondo di inferno e la durata quasi nulla della permanenza dello stato di morte di un Bodhisattva o di un Budda. Il Sè nel mondo di Inferno ha un potenziale di rinascita debolissimo, mentre nel mondo di Buddità entra in gioco “l'infinito potere della compassione”.[...]
La compassione è un elemento essenziale della fede ed è la fonte fondamentale dell'energia. Fintanto che siamo vivi, essa ci unisce al cosmo e guida le nostre azioni. Quando siamo morti diventa l' energia che ci farà rinascere. L'energia della compassione interna al Sè latente lo porta ad acquisire la forma di vita in cui la compassione potrà esprimersi meglio. Il Buddismo ammette un modo, e uno soltanto, in cui la condizione di una persona che si trova nello stato di morte può essere migliorata, cioè tramite la preghiera dei vivi. Anche se non possiamo comunicare con i morti o richiamarli in vita per mezzo della magia, recitando Nam mioho renge kyo possiamo attingere la forza vitale del cosmo e trasmetterla alla vita di defunti che ci sono cari. Più energia una vita latente riceve in questo modo, più aumenteranno le sue possibilità di rinascere come essere umano, magari in uno stato di vita più elevato del precedente. Possiamo dire che le preghiere buddiste per i defunti offrono un mezzo di salvezza che il Budda ha previsto anche per coloro che sono così sfortunati da entrare nella morte in uno degli stati di vita inferiori. L'energia in questione, comunque, può essere attinta soltanto dei vivi.

Conclusioni

[…] La vita e la morte in se stesse non sono altro che le due alterne fasi dell'esistenza che gli organismi viventi attraversano eternamente. Le cause che una persona crea nel presente si manifestano come effetti nel futuro. Applicando questa semplice legge alla nostra vita, possiamo svolgere le nostre attività quotidiane con un atteggiamento costruttivo e fiducioso, e riconoscere il vero valore della nostra attuale vita in questo mondo. Il futuro non esiste separato dal presente, né le sue condizioni sono prestabilite. Ciò che saremo nelle vite future dipende da quello che facciamo ora. Ogni azione e ogni pensiero contribuiscono alla creazione del nostro futuro, sia nella vita sia nella morte. La legge di causalità è valida per ogni essere vivente, poiché permea e forma l'illimitato ed eterno flusso della vita cosmica.
Quali sono dunque le implicazioni pratiche di questa filosofia? Come si può influenzare la nostra condotta e il nostro atteggiamento?
Per prima cosa, essa ci dà il coraggio di affrontare sia la vita sia la morte, mettendoci in grado di vedere la morte non come qualcosa di sconosciuto e di terrificante ma come una normale fare fase dell'esistenza che si alterna alla vita in un ciclo eterno.
In secondo luogo, ci insegna a dar valore alla vita che stiamo vivendo e a viverla nel modo migliore. Se siamo intimamente convinti che le azioni del presente creano e determinano la nostra esistenza futura, ci sforzeremo di migliorarci e di sfruttare pienamente ogni istante che la vita ci offre.
In terzo luogo, ci insegna che il solo modo per realizzare il potenziale umano è vivere con giustizia, gentilezza, benevolenza e compassione, con la consapevolezza che ogni attività in cui ci impegniamo può essere fonte di crescita e di autoriforma. E' confortante sapere che la fortuna che accumuliamo attraverso la nostra condotta in questa vita non viene distrutta dalla morte ma diventa parte integrante della nostra vita arricchendo il nostro Sè eterno.
In ultimo, questo modo di pensare ci consente di indirizzare i nostri desideri e i nostri impulsi così che contribuiscano ad elevare la nostra condizione vitale. Apprendiamo a evitare le insidie dell'edonismo e del pessimismo, a trovare gioia e verità nella compassione piuttosto che nell'illusoria speranza di rinascere in un paradiso. [...]
Il rimedio sicuro contro i mali che affliggono la civiltà moderna è quello di far conoscere la filosofia della vita insegnata dal Buddismo così da creare una società veramente pacifica fondata sul potere di tutti e sull'uguaglianza e la giustizia radicate nel rispetto per la natura buddica innata in ogni individuo. È questa la chiave di volta del ventunesimo secolo, il mezzo grazie al quale potremo ottenere la vittoria finale dell'umanità.

(D. Ikeda: ”La vita, mistero prezioso”, da pag. 240 a pag. 263)
(foto e contributo di Giulietta)

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