La città fantasma

Supponiamo che un gruppo di ragazze e ragazzi, stufi di vivere in città puzzolenti di smog, dove le persone sono aggressive e non ci sono spazi verdi per camminare liberamente, decidano di inseguire un sogno. Non un sogno televisivo, non un premio della pubblicità, ma il sogno di arrivare in una città ricca di nuovi tesori. Hanno trovato un’indicazione su piccoli ritagli di giornale incollati negli angoli delle vie, c’è un numero di telefono con accanto il nome della guida: Leone. Il biglietto dice: «Vi prometto di farvi accedere a una terra dove gli esseri viventi affamati e assetati si saziano con la pioggia della giustizia e i palazzi risplendono meravigliosamente illuminati dalla luce della benevolenza».
I ragazzi leggono il biglietto e ne sono affascinati. Non è mai capitato loro di trovare qualcuno che li chiami verso palazzi grandiosi che brillano di solennità e virtù, adorni come mai li avrebbero immaginati!
Non si conoscono tra di loro: alcuni sono arrivati da paesi lontani con i genitori speranzosi di nuove opportunità, sempre a correre da una parte all’altra della città per mettere insieme pochi denari per la sopravvivenza. Altri vengono da famiglie benestanti: anche i loro genitori sono sempre di corsa da un’attività all’altra, da un supermercato a un outlet. A scuola ognuno lotta per fare mostra di sé con nuovi accessori o vestiti alla moda; a casa sono in guerra con i fratelli e i genitori per allargare i propri spazi e avere di più, sempre di più. Hanno perso ogni gioia e persino l’idea della gioia, costretti ad affrontare la sofferenza e il dolore privi di maestri e guide. Possiedono oggetti rari e giocattoli costosi, ma quando leggono le parole del biglietto gettano tutto via e si recano nel posto indicato. L’appuntamento è di domenica pomeriggio; le ragazze e i ragazzi arrivano alla spicciolata: in tutto sono sedici, tra i dieci e i diciotto anni.
Il luogo è un piccolo cortile a cui si accede da un portone anonimo su una via piuttosto trafficata. Al centro del cortile è piantato un bell’alberello di media grandezza, verde brillante per le foglioline appena nate che si alternano a fiori celesti già sbocciati che spruzzano la chioma di azzurrino. Sotto l’albero c’è una panchina di pietra, in cima allo schienale vi è scolpita una testa di leone bella e fiera; ai lati, dove si poggiano le mani, due draghi dagli occhi sporgenti e la bocca spalancata sembrano in procinto di divorare chicchessia.
Seduto sulla panchina, a gambe incrociate, vi è un signore vestito di bianco intento a leggere con un accenno di sorriso che si increspa sulla bocca. La cosa straordinaria è una brezza leggera che si leva di tanto in tanto, fa cadere dall’albero una pioggerellina lieve di fiorellini celesti e porta via quelli appassiti, al posto dei quali ne cadono di nuovi.
Le ragazze e i ragazzi sono colpiti dall’atmosfera di tranquillità che pervade il cortile, si accomodano e cominciano a conoscersi: quando è chiaro che non verrà più nessuno, si rivolgono alla guida. Egli appunto si chiama Leone e propone loro un viaggio verso un luogo che custodisce preziosi tesori. Avverte i giovani: non sarà un percorso semplice, incontreranno varie difficoltà ma in ultimo il premio li ripagherà. Mentre Leone, il maestro, parla, giunge la sera e il giardino si illumina come d’incanto: ogni angolo rifulge di una luce brillante, insolita, che adorna il cortile come non è stato mai visto prima. La guida seduta sulla panchina sembra assisa su un trono di leone, circondato da esseri celesti, re dei draghi intenti a riverirlo. Sono le statue che abbellivano il giardino e che ora, con lo sfavillio di cento, mille lucine, sembrano prendere vita per ascoltare la voce di Leone. I ragazzi, esultando di gioia, sperimentano uno stato d’animo vissuto assai raramente, così decidono di intraprendere il viaggio che si prefigura straordinario.
Il giorno della partenza arriva presto e i giovani si trovano pronti con i loro zaini riempiti di ogni necessità. Per giorni e giorni camminano fermandosi la sera presso rifugi lungo la via. Le scorte si assottigliano e la strada diventa sempre più impervia. I boschi si diradano fino a che il paesaggio diventa deserto e selvaggio, veramente spaventoso, e la via ardua e pericolosa. I ragazzi, che prima viaggiavano di buon accordo, cominciano a discutere sempre più aspramente. Leone, guida dotata di vasta saggezza e acuta di comprensione, è perfettamente a proprio agio, preparato a condurli lungo questo irto cammino. Ma il gruppo di ragazzi, dopo aver percorso un certo tratto di strada,comincia a scoraggiarsi e interpella la guida dicendo: «Siamo completamente esausti e pure spaventati. Non ce la facciamo a proseguire oltre. Dato che resta ancora una lunga distanza da percorrere, ora preferiremmo tornare indietro».
Leone, uomo dalle molte risorse, pensa dentro di sé: «Che peccato che rinuncino ai molti rari tesori che stanno cercando e ora desiderino tornare indietro!». Così usa i suoi poteri mistici per creare una grande città dove il gruppo possa riposarsi e recuperare le forze. Le ragazze e i ragazzi allora si affrettano ed entrano nella città fantasma dove finalmente si sentono sereni. Per diversi giorni condividono gli spazi e iniziano a dialogare. Grazie alla paziente guida di Leone ogni litigio diventa una discussione che apre soluzioni impreviste. I parchi e i viali vengono curati e la città sembra un giardino. Dopo il duro lavoro della giornata, la sera i sedici ragazzi si vestono da antichi principi e principesse e nelle piazze improvvisano danze e giochi.
A quel punto il maestro Leone fa svanire la città fantasma e dice al gruppo: «Ora dovete ripartire, la terra dei tesori non è lontana. La grande città di poco fa non era altro che un miraggio che ho evocato per farvi riposare».
Così le ragazze e i ragazzi, allegri e pieni di vita, intraprendono di nuovo il viaggio; ma, dopo pochi giorni, con loro grande meraviglia, si rendono conto di essere tornati al punto di partenza: alle proprie case da cui erano partiti! Leone spiega loro che i tesori tanto desiderati li avevano trovati: la fiducia in se stessi, l’amicizia, il dialogo, l’amore per la natura. Questi tesori andavano ora mostrati nella loro grigia città perché quei palazzi risplendessero in modo meraviglioso, adorni come mai erano stati prima.
I giovani ritornano con i cuori traboccanti di gioia, tutti provano un senso di pace e tranquillità perché sanno di poter contare su se stessi e sugli amici. Ora sono consapevoli che in qualsiasi circostanza possono usare la loro ricchezza interiore e sperimentare la gioia più grande, perché in ogni persona è racchiuso l’infinito potenziale dell’universo e ogni luogo può diventare la terra dei tesori!

(liberamente ispirato al settimo capitolo del Sutra del Loto La parabola della città fantasma, SDL, 151) 
(tratto da Buddismo e Società n. 159)
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