Il pensiero di non poter mai più recuperare

Anni fa conducevo una vita estremamente sregolata. Avevo cominciato a far uso di sostanze stupefacenti a quindici anni, e col tempo mi ero andato contornando di persone che, come me, credevano che la trasgressione alle regole e la violenza rendessero più adulti e rispettabili.
Covavo un profondo odio per mio padre, gli attribuivo tutta la responsabilità delle mie sofferenze, mentre nei confronti di mia madre provavo una totale delusione perché aveva preferito tutelare lui anziché noi.
Crescendo, gli eccessi con la droga erano aumentati in maniera esponenziale quando, all’età di venticinque anni, mentre condividevo una relazione con una ragazza dalla quale avevo avuto un figlio due anni prima, fui travolto da un dramma enorme. Per una stupida questione di orgoglio non volli sottostare alle condizioni dettate da due miei amici inerenti una spartizione di denaro. Percepivo insopportabile la loro prepotenza, e purtroppo la mia collera, fuori controllo ormai da tempo, non mi permise di evitare litigi. Dopo giorni di animate discussioni arrivò la sera in cui mi trovai a doverli fronteggiare, e la paura mista a rabbia e impotenza mi indussero a portare un coltello. La discussione durò molto poco, cominciò una colluttazione. Presi i primi due pugni, tirai fuori il coltello e al successivo avvicinamento di uno dei due, tesi il braccio colpendolo a livello ascellare. All’inizio ero convinto di non averlo neanche sfiorato (il suo piumino sembrava troppo voluminoso per essere attraversato da un gesto così incerto) ma purtroppo dopo poco si accasciò a terra. Sconvolto tentai di aiutarlo tenendogli su la testa per aiutarlo a respirare ma mi resi conto che era molto grave. Dopo qualche ora furono proprio gli agenti che mi arrestarono a dirmi che non ce l’aveva fatta ed era morto nel tragitto per l’ospedale.
«Mi sono macchiato di omicidio» – questo era diventato il mio unico pensiero ossessivo. Due famiglie distrutte, mio figlio aveva poco più di due anni.
Dopo qualche mese di carcere mi fu data fiducia. Fu accertato che l’accaduto era derivato da una situazione sfuggita di mano, e dopo un anno tornai a casa. Feci altri due anni e mezzo di arresti domiciliari e lavorativi e poi fui libero, ma purtroppo solo fisicamente. Sempre più spesso si configurava l’immagine di una madre che piange con rabbia suo figlio, sentimento aggravato dal fatto che in quanto padre potevo comprenderla ancora di più. Questo pensiero fisso cominciava a preoccuparmi perché sentivo che in nessun modo sarebbe potuto scomparire, visto che alla morte non c’è rimedio.
Anche se cercavo di ricostruire una vita ormai frantumata, il reinserimento nella società mi sembrava impossibile, e nascondere l’accaduto era il mio unico pensiero. «Ti sei rovinato la vita»: questo mi veniva detto dai miei, e non era semplice controbattere. Riconoscevo però in questa frase un pregiudizio fondato sull’illusione di non poter ormai fare più nulla per recuperare, che sentivo aggirabile ma non sapevo come.
Mi iscrissi a una scuola di recitazione, pensavo che mi avrebbe fatto bene utilizzare tutta quell’emotività in campo artistico. E proprio in quella scuola incontrai chi mi parlò di Nam-myoho-renge-kyo. Cominciai a frequentare le riunioni a Trastevere. Praticai per circa quattro mesi, ma la fatica di recitare Daimoku era grande a tal punto da dover smettere di praticare e di frequentare le riunioni. Ma dopo circa cinque mesi di stop il senso di angoscia e di paura mi spinsero a riavvicinarmi a una riunione. Lì incontrai una persona che mi parlò di una sua esperienza di morte che mi toccò profondamente. Da quel giorno ripresi in mano la mia vita e decisi di approfondire il Buddismo di Nichiren Daishonin.
Nel Gosho I tre ostacoli e i quattro demoni Nichiren dice: «Non dovresti sentire la minima paura nel cuore. Sebbene una persona possa aver professato la fede nel Sutra del Loto molte volte, è la mancanza di coraggio che le impedisce di conseguire la Buddità» (RSND, 1, 568). A me era proprio quel coraggio che mancava. Furono giorni che non dimenticherò mai. Ogni volta che mi mettevo davanti al Gohonzon sapevo che iniziava una dura battaglia. Emergevano pensieri enormemente distruttivi con i quali sapevo di dover fare i conti. Sentivo di stare facendo un lavoro incredibilmente forte nel mio essere profondo. Rivivevo l’accaduto con una tale intensità che nemmeno il giorno stesso mi sembrava di aver sentito così poderosa. Dopo aver frequentato per un po’ le riunioni decisi fermamente di voler ricevere il Gohonzon. Quel giorno fu bellissimo. I miei genitori e mio figlio vennero al kaikan. Da lì iniziò la mia rivoluzione umana.
Cominciai a frequentare un gruppo nella miazona. Praticavo per acquisire il diritto alla gioia. Le cose cominciarono a cambiare radicalmente, iniziavo a sentirmi causa di tutte le positività che mi arrivavano. La fatica che provavo quando volevo espormi alle riunioni diminuiva sempre più lasciando il posto al piacere di poter aiutare e incoraggiare le persone. Lo specchio della mia anima, che lucidavo così spesso, rifletteva inevitabilmente quella pulizia, e qualsiasi persona con la quale interagissi la faceva propria e mi rispondeva attraverso di essa. Migliorò il rapporto estremamente conflittuale con la madre di mio figlio; migliorò e non poco anche il suo rapporto con nostro figlio. Lui cominciò a dare importanza alla pratica e a fare i primi minuti di Daimoku. Mia madre, mia sorella e soprattutto mio padre cominciarono ad avere stima di me.
A breve, sempre sulla scia di quel coraggio che così tanto mi stava dando, presi un’altra fondamentale decisione: cominciare l’attività sokahan al centro culturale così da poter anch’io iniziare a sentire il mio rapporto con il presidente Ikeda. Fu una scoperta grandiosa, riuscivo ad accumulare una gioia e un’energia che da nulla potevano essere fermate. Ma la cosa che ancor più mi meravigliava era l’enorme aumento della mia responsabilizzazione. Riuscivo chiaramente a vedere riflesse nella mia vita normale le più minuziose attenzioni esercitate mentre facevo attività. Anche spostare una sedia di un centimetro vedendola leggermente fuori posto mi educava profondamente a bandire l’ignoranza e la pigrizia di cui normalmente non ci si stupisce. Cominciavo a provare profonda ammirazione e gratitudine per il presidente Ikeda.
Finalmente riuscivo a dare un significato a quanto mi era capitato, e soprattutto capivo quanto importante potesse essere la mia esperienza ai fini della diffusione della pratica. Il mio senso di colpa era sparito.
Adesso riesco a relazionarmi in modo compassionevole con le immagini mentali che prima mi angosciavano, e percepisco la Buddità delle persone alle quali ho fatto molto male. Sento profondamente di voler prender parte alla diffusione di questo movimento e tramite ciò realizzare la mia aspirazione a diventare attore. Tutto ciò mi dà la speranza che anche io possa essere felice e che un giorno questo perdono avvenga non solo nella mia coscienza ma anche nella realtà. (M. P.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)
stampa la pagina

Commenti