"Il Buddismo e la scelta della felicità" di William Wollard

Un famoso scritto buddista, normalmente attribuito a Shakyamuni, recita: «Non esiste un percorso verso la felicità. La felicità è il percorso».
È una citazione che dà una straordinaria importanza al concetto di felicità e trasmette un senso di profonda completezza, ma credo che si riesca a coglierne l’essenza solo attraverso l’esperienza diretta.
[…] Pratico il Buddismo di Nichiren Daishonin ormai da vent’anni. Se mi volto indietro, posso francamente dire che in tutti questi anni non ho mai perseguito la mia felicità personale. O, per lo meno, non sono consapevole di avere impostato consciamente il mio pensiero in tal senso. Sia chiaro: non ho nemmeno perseguito attivamente la mia non-felicità! In sostanza, se guardo indietro, posso dire che quello che ho fatto è stato andare avanti a vivere la mia vita. La trasformazione principale è stata quella di sforzarmi di farlo in linea con i principi e i valori della filosofia buddista, a me nuovi. Detto in breve, sono stato costante nella pratica quotidiana. È stato molto difficile all’inizio, perché ne mettevo costantemente in discussione il valore, ma con il passare degli anni è diventato molto più facile. Ho cercato di reagire positivamente a tutte le situazioni che mi si sono presentate nella vita, che fossero belle, brutte o indifferenti. E quando non riuscivo a reagire positivamente come avrei dovuto, cercavo di rivalutare la situazione e di affrontarla nel modo giusto, o più giusto, la volta in cui si ripresentava. A volte è stato facile, a volte estremamente difficile, ma sono consapevole di essermi impegnato in tal senso. E credo sia il caso di dire che, nei modi in cui mi è stato possibile, mi sono sforzato molto nel cercare di creare valore nella vita delle persone che la mia vita ha incrociato.

Qual è il risultato di tutto ciò? Dove sono finito? La cosa straordinaria è che sono finito col provare la più alta forma di benessere e di gratitudine per tutte le cose presenti nella mia vita. Tutte. Il Buddismo ha questa meravigliosa parola, “consapevolezza”, e in qualche modo, non so bene come, sono stato in grado di sviluppare una consapevolezza di gran lunga maggiore di prima. E anche una maggiore gratitudine per l’immensa ricchezza della mia vita e delle persone che ne fanno parte, a qualunque livello, dal più breve degli incontri alle relazioni profonde e di amore con i miei familiari più stretti. E sono consapevole di possedere la capacità di abbracciare tutto quello che mi capita nella vita. Non solo le cose facili o le cose belle e preziose, ma anche le cose brutte e difficili. E ci sono state molte cose difficili. Per esempio, mentre scrivo questo libro, mi trovo impegnato in una battaglia contro il cancro che va avanti da molti mesi e che mi vede coinvolto in un dolore fisico e mentale non indifferente. Ma nel momento in cui sono diventato consapevole dell’esistenza del cancro, allo stesso modo sono diventato consapevole della mia capacità di abbracciarlo come parte di me. E questa cosa è stata per me scioccante, il rendermi conto che la mia profonda sensazione di benessere non dipendeva solo dalle cose belle che capitavano nella mia vita.
Quello che voglio dire è che questa graduale trasformazione verso il benessere ha avuto luogo quasi inconsciamente, nel vivermi la vita ordinaria di tutti i giorni… da buddista. E le implicazioni di questa affermazione mi sembrano inesplicabili. Detto in modo semplice, ciò equivale ad affermare che la pratica buddista, se viene seguita con un certo livello di attenzione e di impegno, ha il potenziale di trasformare le cose improbabili e intrattabili della vita quotidiana, ordinaria, di tutti i giorni, in una profonda sensazione di benessere, gratitudine e gioia di vivere.
È quindi in questo senso che ho compreso con la mia vita il significato di quella frase straordinaria: non esiste un percorso verso la felicità. La felicità è il percorso.
[…] Il Buddismo ci offre una struttura e un metodo che ci permettono di prendere in mano la nostra vita con buon senso e misura, per poi muoverci nella direzione che vogliamo. A dispetto dei molti stereotipi che dominano in Occidente, la pratica buddista non è affatto esoterica o ultraterrena. Al contrario, è profondamente concreta e con i piedi per terra. […] Per ridurla alla sua essenza più profonda, potete considerarla come una sorta di programma di formazione personale quotidiano senza termine, mirato a mostrarci come muovere la nostra vita verso il lato positivo, verso la creazione di valore. […]
E questo cosa significa rapportato agli alti e bassi della vita quotidiana? In sostanza, significa che anziché trovarci a reagire negativamente o positivamente in base alle situazioni, piacevoli o meno, che possono verificarsi nella nostra vita, anziché reagire bene o male in base alla natura delle circostanze in cui ci troviamo, cerchiamo di costruirci una base interiore fatta di ottimismo, resilienza e fiducia, che ci consenta di reagire positivamente sempre più spesso, a prescindere dalle circostanze. Ma ciò significa che eliminiamo l’ansia dalla nostra vita? Chiaramente no. Siamo umani, dopo tutto. Dubbi, ansie, preoccupazioni, frustrazioni, tutte rimangono parte del nostro quotidiano mix di emozioni, perché tutte fanno parte dell’essenza della nostra natura umana. Tuttavia l’esperienza mi insegna che esse non hanno la meglio, dal momento che per tutto il tempo non facciamo altro che imparare a reagire a esse in maniera più positiva e creativa.

Da dentro emerge la speranza

Una delle affermazioni più frequenti riguardanti la pratica del Buddismo di Nichiren e che ricordo molto chiaramente sin dai miei primi giorni di pratica ha a che vedere con l’emergere della speranza. In sostanza, essa sostiene che quando dobbiamo far fronte a una situazione particolarmente difficile o immensamente dolorosa e non abbiamo assolutamente idea di dove andare a parare o di come affrontarla, dal momento in cui iniziamo a recitarci sopra la speranza emerge dal nulla.
Analogamente a molte altre persone, anch’io ho sperimentato questa situazione molte volte, specialmente nella mia lotta degli ultimi mesi contro le implicazioni del cancro. Chiaramente la speranza non emerge dal nulla, bensì da dentro di noi, ed è la scintilla iniziale che serve a sbloccare la situazione, a calmare il panico o la paura, e a innescare il processo di ripresa. Testi buddisti più formali a volte impiegano la parola “riconoscimento” per descrivere questo processo cruciale, quella sensazione che emerge da dentro e che ci dice che, per quanto la situazione possa sembrare impossibile, una soluzione è possibile, e che dentro di noi possiamo trovare il coraggio e la capacità di rialzarci per muoverci verso la soluzione.
Chiaramente non si tratta assolutamente di un processo fatto di una sola azione. […] Se davvero vogliamo possedere un tale ottimismo duraturo, questo comporta impegnarsi per imparare a svilupparlo. Da qualche parte raccogliamo la determinazione per intraprendere un percorso di cambiamento, e la pratica quotidiana ci aiuta a sostenerlo nella vita di tutti i giorni. E negli inevitabili momenti di cedimento, la pratica ci offre il sostegno che ci consente di rialzarci e riprendere il percorso. E avanti. E avanti. E come il Buddismo afferma, questa cosa ha praticamente lo stesso effetto del gettare un sasso in uno stagno. Man mano che cambiamo e viviamo la nostra vita sulla base di un diverso sistema di principi, le onde si propagano in cerchi sempre più grandi.
[…] Secondo il Buddismo, infatti, quando cominciamo questo viaggio puramente personaleverso un maggiore ottimismo e una migliore capacità di reagire, verso, di fatto, una più grande felicità, anche se all’inizio potremmo essere concentrati solo sui nostri problemi, inevitabilmente, attraverso la pratica buddista, ciò avrà ripercussioni di più ampio respiro, fino ad abbracciare tutta la società. È come lanciare il nostro sasso nello stagno globale. E ogni sasso, per quanto piccolo, per quanto personale e intimo e apparentemente insignificante possa essere, crea una serie di onde, che a loro volta producono il cambiamento. Il nostro cambiamento personale può inizialmente avere un effetto solo sulle persone a noi più vicine, intendo famiglia e amici, magari colleghi di lavoro. Ma l’effetto è reale, e mantenendo questa tendenza verso un approccio più positivo in qualunque situazione, il Buddismo insegna, le onde si estendono lentamente, gradualmente, ma ininterrottamente, fino alla società e ben oltre.
Negli ultimi anni gli psicologi hanno osservato che la differenza sostanziale fra le persone felici e le persone infelici è la presenza o meno di relazioni sociali ricche e soddisfacenti, ossia la capacità e l’opportunità di condividere esperienze significative con la famiglia, gli amici, i colleghi e i vicini. Il Buddismo insegna questo principio basilare da molte centinaia di anni. In altre parole, pratichiamo per migliorare non solo la qualità della nostra vita ma anche quella delle persone che la nostra vita incontra. La ricerca moderna in ambito sociale ha riconosciuto qualcosa di molto simile solo negli ultimi vent’anni. Tuttavia si tratta di una notevole convergenza di idee. E la cosa straordinaria è che questo sembra coincidere con l’inizio di un cambiamento nel modo in cui la società nel suo complesso si prepara a valutare l’idea di progresso, distante dai parametri strettamente economici o finanziari che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, ma impiegando criteri imperniati sull’idea di benessere individuale. Questo rappresenterebbe di fatto un inizio completamente nuovo, o, se volete, un mondo nuovo. […]

La ricerca della felicità

Credo che pochi di noi sappiano apprezzare la qualità della propria vita in ogni attimo, ma sono certo del fatto che la maggior parte di noi sia in grado di riconoscere, con un approccio pressoché intellettuale e distaccato, che questa capacità sia una qualità apprezzabile, dato che consente di vivere una vita molto più ricca e intensa. Si tratta di vivere il presente piuttosto che lasciarlo trascorrere, come la maggior parte di noi tende a fare. Spesso spendiamo molta più energia ad attendere ansiosamente il verificarsi di qualche evento in là nel tempo, come una vacanza o una celebrazione o un viaggio da qualche parte dove non siamo mai stati, piuttosto che a concentrarci su quello che stiamo facendo ora, in questo momento. Tuttavia, in sé e per sé, il riconoscere il valore del vivere il presente non ci porta molto lontano. L’idea resta alquanto distaccata, perché per quanto possa essere auspicabile non sappiamo bene come fare per raggiungerla, e così gli obiettivi per cui pensiamo non vi sia alcuna possibilità di riuscita o alcun percorso a essi diretto rimangono immancabilmente localizzati nella periferia dei nostri pensieri.
Per ridurlo alla sua essenza più assoluta, il Buddismo non è altro che imparare a definire quel percorso costruendo la consapevolezza del valore di ogni momento della nostra vita quotidiana. È una delle principali qualità che, dal mio punto di vista, rende il Buddismo un pensiero sui generis perché, sin dall’inizio, esso si presenta come una filosofia centrata sulla felicità in questa vita. Non la felicità in qualche spazio idealizzato della vita o in qualche immagine di una vita idilliaca che spereremmo di realizzare dopo aver conseguito questa o quella qualifica o quando un certo ostacolo è stato superato. Molti di noi si trovano ingabbiati in questa prigione del “quando”: solo quando questa o quella cosa cambierà, allora saremo felici.
Secondo il Buddismo – che ce ne rendiamo conto o meno, che lo crediamo o meno, che lo capiamo o meno – dentro di noi possediamo tutte le risorse che ci servono per poter scegliere la felicità in questa vita e possedere una stabile sensazione di benessere. Ed esso va anche oltre, sostenendo che possiamo imparare a raggiungere questo obiettivo adesso. Non solo nei momenti positivi, ma anche in quelli negativi. A prescindere da quanto possano essere difficili e allarmanti le nostre circostanze o vicissitudini. Non solo quando i tempi sono preziosi ed esaltanti, ma anche quando sono clamorosamente difficili e avvilenti.
Questa è certo un’idea grande e rivoluzionaria, ma anche molto inusuale, inaspettata, tanto che è estremamente difficile per la maggior parte di noi accettarla di primo acchito. Pensiamo, anzi, che qualche inghippo debba per forza esserci.
Ci vuole tempo prima di capire che di inghippi non ce ne sono, che l’inghippo è prima di tutto la mancanza di fiducia in noi stessi.

Un nuovo tipo di competenza

Resta tuttavia la necessità di acquisire una nuova capacità, la volontà di osservare e abbracciare un fondamentale cambiamento di prospettiva. Soprattutto, dobbiamo bramare di più l’idea di felicità. Che non significa, per esempio, come generalmente crediamo, assenza di difficoltà o di sfide. Se questo fosse il caso, accadrebbe molto raramente, se non per nulla affatto, dato che per ognuno di noi le difficoltà e i problemi di qualunque genere sono una costante assoluta della vita di tutti i giorni. Per tutti noi, tutto il tempo. Qualunque sia il nostro status, la nostra posizione o la situazione che la vita ci mette di fronte, tutti abbiamo qualcosa che come minimo ci crea ansia, e molto spesso ci causa un bel po’ di dolore e sofferenza.
Ma significa, invece, avere la consapevolezza, una consapevolezza che gradualmente diventa convinzione, che possiamo costruire dentro di noi la stabilità e la capacità di rialzarci per affrontare tali sfide inevitabili e superarle anziché esserne sopraffatti. Significa inoltre imparare a sviluppare quella qualità tanto ambita di cui si parlava poco fa, ossia quella percezione duratura del valore della nostra vita in ogni attimo e del valore della vita di ogni persona che incontriamo.
[…] Se vi chiedete, per esempio, che cosa desiderate dalla vita per voi stessi o per il vostro partner, per i vostri figli, i parenti o gli amici e i conoscenti, la risposta si rivela sempre essere “una vita felice e realizzata”. E buona parte degli studi moderni di ricerca sociale confermano che questa risposta è universale: va oltre tutte le barriere nazionali, religiose, etniche e di status. Fa parte, in altre parole, della condizione umana universale. Inizialmente il concetto può essere espresso in termini di salute, o ricchezza, o relazioni o carriera, eccetera, ma alla fine tutti questi desideri sono solo obiettivi secondari che contribuiscono alla nostra felicità. Sono, per così dire, fermate secondarie lungo l’itinerario. Se non fosse così non le vorreste, né per voi né per gli altri.
Quindi si tratta di una prospettiva molto diversa. Significa che è possibile esprimere questa grande idea rivoluzionaria che il Buddismo ci presenta, un’idea che troviamo così insolita e così difficile da mandare giù, affermando che il Buddismo non fa altro che riconoscere la realtà essenziale della nostra natura umana universale. Non fa altro che sottolineare che questa è la più forte delle motivazioni nella vita umana e che può essere imbrigliata e sfruttata come strumento di cambiamento per consentirci di vivere una vita più ricca e intensa.
Ciò forse spiega perché spesso si senta dire che “Buddismo è ragione” o “Buddismo è buon senso”. […]

Il “come” essenziale

Tuttavia questa nuova prospettiva ci porta solamente a metà strada. Ci può aprire gli occhi alla realtà essenziale di quanto dichiara il Buddismo, ma non ci dice molto circa il come essenziale. Sono convinto che tutti noi sottoscriveremmo la validità dell’idea centrale, ma volerla è diverso da conseguirla. Dobbiamo imparare a conseguirla. Dobbiamo imparare a prendere il materiale difficile e intrattabile che tanto condiziona la nostra vita e trasformarlo in carburante per il benessere. Il Buddismo tratta la questione dicendoci di fare il passo essenziale di riconoscere nel nostro cuore che si tratta di una scelta che possiamo fare. Che possiamo attivamente cominciare a tessere la felicità nella nostra vita. E questo riconoscimento ha lo scopo essenziale di mettere le nostre speranze, determinazioni e ambizioni nella stessa direzione.

Un paradosso improbabile

Questo ci porta di fatto a un altro paradosso improbabile che costituisce il cuore degli insegnamenti buddisti, ossia che felicità e sofferenza non sono, come spesso pensiamo, esperienze totalmente diverse e separate poiché si trovano agli estremi opposti dell’ampio spettro dell’esperienza umana. Il Buddismo dice che esse sono strettamente e intimamente interconnesse, quasi come le facce opposte di una stessa moneta.
Come può essere? Direte voi. Non ha senso! Siamo fortemente condizionati a evitare la sofferenza, e cerchiamo attivamente la felicità, e queste stanno in due direzioni chiaramente diverse. Il Buddismo in realtà non la pensa così, sostenendo che questa è una visione semplicemente incompleta e parziale. Nel senso che se crediamo, come normalmente facciamo, che la nostra felicità in questa vita sia direttamente dipendente dal condurre un’esistenza senza intoppi, senza guai, illuminata dal sole, senza ansia e difficoltà, allora questa è decisamente una strategia destinata a fallire, dal momento che è irrealizzabile. Nessuno di noi conosce nemmeno una persona che conduca una vita del genere.
Se invece cerchiamo di stabilire un senso di benessere forte e resiliente nella nostra vita allora la felicità sì può essere raggiunta, sostiene il Buddismo, poiché l’unico posto dove essa si trova è nel bel mezzo di tutti i problemi che la vita ci scaglia addosso. Questa è l’unica realtà. Pertanto, la nostra felicità e la nostra sofferenza si trovano nella stessa direzione. Il Buddismo infatti afferma che più difficili sono i nostri problemi, maggiore è la potenziale felicità che essi ci possono dare, dato che sono essi a far emergere da noi il coraggio e la capacità di rialzarci per sfidarli e superarli. Cresciamo per diventare, per così dire, i noi stessi più capaci, cosicché non vi sia più nulla che ci possa spaventare.
Benché questo possa suonare come una sorta di trucco, di gioco di parole, se ci prestate attenzione per un momento si rivelerà invece una guida chiara e pratica.
Ed è soprattutto una filosofia creata per durare, dal momento che è costruita partendo dallereali circostanze della vita per quelle che sono, dure e difficili, piuttosto che per come spesso vorremmo che fossero, ossia dolci e facili da gestire. Il Buddismo non è per la pappa pronta, perché la vita non è pappa pronta.
La capacità che sviluppiamo nel corso della pratica buddista è un ingrediente molto importante nel creare quella cosa che chiamiamo felicità.
In più, la sensazione di benessere che questa strategia promette si costruisce e si mette insieme pezzo per pezzo, da dentro più che da fuori. Proviene infatti dal coraggio, dalla determinazione e dalla capacità di reagire che sviluppiamo dentro di noi. Pertanto, non è né fragile né effimera. Non si lascia in nessun modo influenzare dalle mutevoli circostanze esterne della nostra vita.
[…] Il Buddismo afferma che se vogliamo veramente che al centro della nostra vita ci sia una sensazione di benessere duratura, non pie illusioni ma un’autentica determinazione, non possiamo limitarci a pensare che la felicità esista. Volerla non significa averla. Dobbiamo invece lavorarci sopra, sviluppando e modellando consciamente la comprensione, la resilienza, il coraggio e il giudizio. Tutte qualità che desideriamo avere e di cui abbiamo bisogno se vogliamo diventare persone davvero capaci, in grado di affrontare e superare qualunque cosa la vita ci scagli addosso, non importa quanto difficile sia.
La felicità non è, per così dire, un regalo che qualcuno ci fa. Non è una cosa che un genitore, o il partner, o la persona che amiamo o un figlio, o un particolare lavoro o un milione di euro ci possono dare, per quanto crediamo che essi possano o vogliano darcela. Dobbiamo crearcela da soli. Questo è un concetto fondamentale. […]

Tutto dipende dall’atteggiamento

Nessuno vuole soffrire. Nessuno vuole avere l’ansia, la tensione e lo stress scatenati dalle difficoltà e dai problemi che la nostra vita produce in un flusso apparentemente senza fine. La naturale reazione umana stabilisce che quello che bisogna fare è liberarsi di loro: o ce ne liberiamo o ci allontaniamo da essi, in modo tale che non possano disturbare la serenità di base della nostra vita. Nella società moderna si impiegano enormi quantità di tempo, energia e risorse, per non parlare di soldi e ingegno, proprio per fare questo, creando una grande varietà di barriere per isolarsi e tenere distante quella componente dura e difficile della vita che ci crea così tanta ansia.
[…] Se continuiamo a considerare problemi e difficoltà come una sfida che minaccia la pace e la serenità interiori, per definizione la pace e la serenità interiori continueranno a essere messe in pericolo. In un certo senso ci incanaliamo in un ciclo di causa ed effetto che si autoalimenta, rinforzando quello che si può definire un processo di auto-condizionamento. Ne siamo profondamente influenzati da bambini, osservando i nostri genitori reagire alle difficoltà e ai problemi in un solo modo, ossia negativamente. E dato che i problemi inevitabilmente si ripresentano, anche la reazione negativa si ripropone. Forgiamonella nostra mente questo legame più o meno inscindibile fra i problemi e l’ansia e lo stress ai quali li abbiamo sempre associati.
Diventa così il modus vivendi universale, nostro e delle persone attorno a noi, tanto che non pensiamo mai di metterlo in discussione. Anzi, lo accettiamo come l’unica realtà.
È concepibile che vi sia un’altra realtà?

Sostanzialmente, è una questione di scelta

Di nuovo, il Buddismo ci presenta un insolito paradosso: invece di reagire ai problemi con negatività e ansia è assolutamente possibile considerarli in maniera molto diversa. Come ci siamo insistentemente allenati a vederli negativamente, così possiamo allenarci a vederli positivamente.
Il Buddismo in sostanza afferma che dobbiamo afferrare l’immenso potere che risiede nella nostra libertà di scelta. Possiamo decidere come reagire. È una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria.
Se possediamo quest’abilità intellettuale e spirituale, possiamo determinare di vedere le sfide e i problemi non come inevitabilmente dolorosi e ansiogeni, ma positivamente come un’opportunità. Di fatto, direste voi, sono l’unica opportunità che abbiamo per sviluppare la resilienza, la fiducia in noi stessi, l’ottimismo e la capacità di affrontare le cose in generale.
[…] Non a caso il Buddismo è stato in un certo senso creato dalla percezione che la vita sia difficile, e che il nostro compito sia quello di trarre la nostra felicità proprio da quelle difficoltà. Dobbiamo solo andare d’accordo con questo approccio. Così, al centro del Buddismo troviamo questa fondamentale intuizione, ossia che il modo in cui scegliamo di reagire a tali difficoltà governa completamente, anzi determina, il tipo di vita che possiamo costruirci.
[…] Dobbiamo acquisire una serie di capacità volte a costruirci una vita nuova. Dobbiamo imparare a guardare ai problemi e ai dolori in modo diverso. A prova della sua validità, questo approccio buddista è diventato la forza motrice di uno dei più validi metodi moderni adottati dagli psicologi per il trattamento dell’ansia e della depressione. Come sostiene uno dei principali esponenti di questo metodo, è stato rilevato che è possibile trasformare l’esperienza di una persona semplicemente modificando il modo in cui questa persona vede o presta attenzione alla sua stessa esperienza.

Crisi uguale opportunità

Mi vengono in mente molte analogie. Per esempio, l’ideogramma cinese che esprime il concetto di crisi rappresenta anche il concetto di opportunità. Vedere la situazione come una crisi implica un’immediata minaccia allo spirito. Vederla come un’opportunità ci fa sentire immediatamente motivati. La situazione resta esattamente la stessa ma l’atteggiamento verso di essa è radicalmente diverso; e l’atteggiamento, cioè la scelta, – afferma il Buddismo – governa il risultato.
È questa fondamentale trasformazione dell’atteggiamento che noi possiamo certamente attuare. I problemi restano gli stessi, ma la nostra sensazione di essere in grado di superarli cambia profondamente, e questo a sua volta significa che essi non sono più così minacciosi o fastidiosi, tanto che reagiamo coscientemente a essi in modo completamente diverso. I problemi che crediamo di poter superare tendiamo a chiamarli sfide, e questo cambio di nome non è per nulla superficiale, bensì, di fatto, ha un’immensa influenza sul nostro spirito. I problemi sono negativi e ci demoralizzano. Le sfide sono stimolanti e ci entusiasmano.
È di fondamentale importanza non confondere il tipo di reazione positiva di cui ho parlato finora con atteggiamenti come lo stoicismo o il fare la faccia dura di fronte alle cose, che significa sostanzialmente sopportare i problemi per l’arco della loro durata senza cercare di trasformarli. […]
Affrontare positivamente i problemi è una cosa radicalmente diversa. È sostanzialmente cercare di trasformare la situazione non tanto per sopportarla quanto per creare valore dalle difficoltà, per trasformare l’ansia potenziale in una sensazione più solida di benessere per noi e per coloro che sono coinvolti nella situazione.

Un programma di allenamento personale

Il Buddismo non è in nessun modo una forma di evasione per trovare un qualche rifugio meditativo interiore lontano dai ritmi frenetici, dal chiasso e dalla costante complessità della vita moderna, anche se spesso questo risulta essere un comune stereotipo circa la sua natura. Il Buddismo, invece, è soprattutto incentrato sulla sfida, la sfida nei confronti degli atteggiamenti e dei comportamenti che non ci conducono a risultati positivi. Certo, è molto più facile continuare a detestare i problemi e reagire a essi istintivamente, e cioè negativamente, mentre ribaltare schemi di pensiero e di comportamento che abbiamo costruito, implementato e integrato per anni nella nostra vita è una delle cose più difficili che esista: noi siamo esattamente questi schemi di pensiero e di comportamento. E cambiare quello che siamo è di fatto una grossa sfida.
Avviarsi a raggiungere quel cambiamento è sostanzialmente la funzione della pratica buddista quotidiana. In un certo senso potete considerarlo come un programma di allenamento senza termine mirato a trasformare tali schemi di pensiero e di comportamento. L’obiettivo è quello di costruire un senso di ottimismo, fiducia in noi stessi e benessere così forte e radicato da non poter essere abbattuto dalle difficoltà, dai problemi e dalle crisi emotive e materiali che tutti affrontiamo. Questo è il cambiamento nell’atteggiamento che vogliamo raggiungere. Ma non possiamo limitarci a pensare a come arrivarci, […] dobbiamo agire, dobbiamo apprendere una nuova abilità.

Una filosofia pratica e concreta

Benché il Buddismo, come tutte le altre religioni, possieda una forte componente mistica, la pratica buddista può tuttavia considerarsi puramente “pratica” e concreta. I buddisti si sforzano, in sostanza, di sviluppare degli schemi di pensiero più ottimistici, più positivi e più resilienti. Come la maggior parte dei programmi di allenamento, è un processo continuo, con alti e bassi, e con molte deviazioni e persino regressioni rispetto al percorso stabilito. Per esperienza posso dirvi che non sarà quello che vi avevano detto di essere. E nemmeno quello che avete letto determinerà se la pratica buddista avrà un senso nella vostra vita. Questi alti e bassi hanno un ruolo immensamente importante, specialmente all’inizio, e alla fine saranno le esperienze positive che avrete gradualmente accumulato a convincervi della validità della pratica. […] Dobbiamo imparare da soli e possiamo farlo solo… facendolo.
Per questo l’asserzione centrale e alquanto sorprendente del Buddismo è che sono i problemi e le difficoltà a fornire il percorso, il mezzo essenziale, l’opportunità per la nostra esercitazione interiore o programma di allenamento spirituale. Di fatto il Buddismo va oltre, affermando che è questo l’unico tipo di allenamento possibile, non ce n’è nessun altro. Se l’acqua è l’unico posto in cui una persona può imparare a nuotare, o il campo è l’unico posto per chi vuole imparare a giocare a tennis, per una persona che desidera sviluppare la propria capacità di sfidare e superare i problemi e le difficoltà con spirito positivo, ottimistico e pieno di speranza, il posto per allenarsi è la vita stessa, nel mezzo di quei problemi e di quelle difficoltà. Non esiste altro posto in cui sviluppare la muscolatura spirituale che desiderate avere. […]

Le nostre esperienze

Sappiamo tutti che ogni qualvolta raggiungiamo un traguardo o un obiettivo difficile, che desideravamo veramente raggiungere e al quale avevamo davvero mirato, il nostro stato vitale ne risulta immensamente innalzato. Questo accade anche quando, per esempio, riusciamo a terminare un compito particolarmente difficile nei tempi stabiliti, o ci viene assegnato un lavoro nonostante una forte presenza di rivali, oppure ricopriamo un ruolo importante nell’aiutare un amico o un collega a superare una situazione personale molto difficile: ogni volta la vittoria dà una spinta verso l’alto alla fiducia in noi stessi e alla nostra sensazione di essere individui capaci. Ci sentiamo estremamente più forti. Maggiore è l’ostacolo che abbiamo superato, più forte è la spinta. Per un certo periodo a seguire godiamo di molta più fiducia nella nostra capacità di gestire le cose in generale, non solo relativamente a quel particolare ostacolo, ma anche per quanto riguarda la nostra vita nel suo complesso e nel resto delle nostre attività. Aumentando la fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità aumenta, a sua volta, la nostra sensazione di benessere. Per un po’ di tempo godiamo di uno stato vitale notevolmente elevato.
Secondo il Buddismo, è indubbiamente possibile sfruttare e ampliare questo potenziale nella nostra vita dal momento che si è consapevoli che esiste. Se lo facciamo una volta, lo possiamo fare una seconda, e così via. Possiamo fare cioè di un’esperienza breve e occasionale un’esperienza regolare. Non possiamo certo conseguire grandi vittorie tutti i giorni, dato che le opportunità non ci si presentano con così tanta frequenza, però possiamo conseguire piccole vittorie. Così la sensazione di benessere che ne consegue può diventare un’esperienza quotidiana, grazie all’energia, all’ottimismo e alla fiducia generati dalla pratica giornaliera.
La disciplina della pratica buddista quotidiana è certamente cruciale. […]

Immensamente liberatorio

Così, un insegnamento che può sembrare strano di primo acchito, per non dire irreale, ha il potenziale di essere immensamente potente e liberatorio. Esso dimostra come sia possibile affrontare situazioni difficili, persino impossibili, non solo sopportandole o sopravvivendo a esse, ma capovolgendole completamente, creando fiducia, valore e la sensazione di avere ottenuto risultati da una crisi.
[…] Se davvero vogliamo che l’equilibrio e il benessere siano alla base della nostra vita, allora queste condizioni si possono costruire solo nel bel mezzo di molte prove e avversità, sviluppando la saggezza e il coraggio per abbracciarle e trasformarle. Chiaramente questa è una cosa facile e veloce da dire, difficile da mettere in pratica. Lo scopo della pratica buddista quotidiana è proprio quello di sviluppare tale saggezza e tale coraggio.
Ma ciò che in definitiva questa pratica ci fa scoprire è che esiste una profonda verità nelle intuizioni centrali del Buddismo: la nostra sensazione di benessere in questa vita, lontana dall’essere una questione casuale, accidentale o legata alla fortuna come spesso crediamo che sia, è tutta una questione di scelta. La nostra scelta. E il Buddismo insegna che tutti possiamo imparare a fare questa scelta. È un’idea che ha il potere di trasformare tutta la nostra vita, se siamo disposti a sperimentarla.

(Traduzione di Lisa Michieletto)(tratto da Buddismo e Società n. 159)
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Commenti

  1. Decisamente profondo e ....pratico.
    Grazie

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  2. Decisamente profondo e ....pratico.
    Grazie

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