Educare alla Felicità e alla Libertà #3/3

di Laura Tussi

Questo libro va letto come una sorta di diario intellettuale scritto da un educatore militante che affronta i problemi concreti ed a partire da essi propone le sue riflessioni. L’accento sulla felicità come stile dell’educazione deve essere interpretato proprio in questo tipo di vissuto, di una pedagogia praticata con un militante spirito pacifista, con responsabilità etica, critica e sociale, volta allo sviluppo delle potenzialità individuali, in opposizione alla dogmatica tendenza omologante del regime dell’epoca.
Oltre il valore storico e delle vicende biografiche che indubbiamente accrescono lo spessore esistenziale della proposta di Makiguchi, il richiamo alla felicità nell’educazione conferma che oggi con tutta la sua straordinaria ingenuità, con il suo elementare valore, ha addirittura una valenza profetica.
E’ certo necessario quale sia la felicità a cui si riferisce Makiguchi, si tratta di uno stato d’animo inteso come esito collaterale al processo di creazione di valore. Con l’espressione “creazione di valore” Makiguchi intende sostituire alla nozione di verità i progetti, i processi e le attribuzioni intenzionali di senso della propria sfera individuale e sociale.
I contenuti dell’insegnamento e soprattutto le esperienze educative non interessano in quanto vere, universali o moralmente coerenti e con un sistema di valore dato, oggettivo, ma sono educative nella misura in cui consentono di creare valore a partire da essi, sperimentando il significato che essi possono acquisire per determinati soggetti, sempre nell’ottica di un bene comune e di vantaggi sociali.
L’educazione è quindi quel processo che sviluppa nei soggetti la competenza della creazione di valori. L’idea di felicità che emerge da questo sistema di valori, benchè sia elaborata e sorga dall’interiorità del soggetto, non è in alcun modo egoistica.

Parlare di “educazione interiore”, come sostiene il Prof. Demetrio, non significa esclusivamente rifugiarsi in un soggettivismo esasperato e solipsistico, proponendo una pedagogia egoistica e disimpegnata sul piano sociale, ma il processo di creazione di valore non è mai individuale, né può essere compiuto da un singolo avulso dal suo contesto sociale. Anzi nella creazione di valore e nella felicità, che è anche essa un processo parallelo, vi è implicita una forte responsabilità etica e sacrale. La felicità del singolo sorge dalla consapevolezza della rete di relazioni che legano tra loro tutti gli esseri umani. Porre come fine la felicità dei soggetti in formazione significa escludere ogni tentativo di sottomettere il sistema educativo all’influenza di qualsiasi obiettivo esteriore di matrice politica, militare, economica, ideologica.
La formazione non è, e non può essere solo la preparazione alla vita adulta intesa come sforzo per acquisire ciò che manca, un passaggio dallo stato di non persona a quello di soggetto, ma deve essere in sé un momento significativo dal punto di vista esistenziale, cioè un’esperienza che inizia nel “qui ed ora” e non soltanto nell’attesa di un esito migliore. La ricerca della felicità oltrepassa le limitanti e limitate gabbie degli obiettivi educativi e didattici che segnano un piano cognitivo per avere determinati orizzonti che mantengano un necessario rigore progettuale, in cui il senso dell’insegnamento e apprendimento si misura sul piano esistenziale, sulla capacità di introdurre senso e di creare valore per sé e per la comunità sociale, a partire dall’esperienza significativamente vissuta e intenzionalmente orientata. La dimensione esistenziale, la creazione di valore, sono concetti che dovrebbero trovare spazio a scuola dove i bambini e gli adolescenti formano i propri vissuti, le proprie biografie, la propria memoria, le proprie aspirazioni, rivalutando le esperienze extrascolastiche vissute nella comunità sociale nei primi anni dell’infanzia e che l’esperienza della felicità dovrebbe accompagnare l’individuo in tutto l’arco della vita.
Nell’educazione si può trovare risposta alle crisi di senso della contemporaneità. Un entusiastico ottimismo è ancora visibile oggi nell’istituto buddista italiano La Soka Gakkai che ha trasformato in realizzazioni concrete le teorie di Makiguchi fondando livelli completi di scuole in Giappone e nel sud est asiatico con un impegno per l’educazione alla pace, alla non violenza, alla tutela ambientale, al dialogo interculturale e di gestione del conflitto per la pace.
La paideia nella Grecia antica del V e VI secolo non era una disciplina, ma il realizzarsi completo della vita individuale e della polis, perché la paideia era personale ma anche fondamentalmente politica, come capacità di realizzare il bene e di produrre valore. L'educazione è vista come un compito generale che deve produrre felicità ed e chiaro che questo è stato particolarmente significativo di fronte ad un sistema politico in Giappone, verticale, potente, pubblico, di estrazione nazionalista che voleva forgiare, in una formazione collettiva, politica ma imposta, con una creazione di sistemi pedagogici fondamentalmente di indottrinamento coattivo dove veniva meno la soggettività. L’opera di Makiguchi risente molto della formazione occidentale soggettivistica e democratica. La crescita della soggettività è tipica di una comunità e società che deve ricorrere allo sviluppo della soggettività, che è elettiva rispetto ad un sistema di rivoluzione dall’alto che appunto tutto aveva presente tranne la libertà delle soggettività, ma al contrario voleva piegare le individualità agli interessi di un patriottismo esasperato ed imposto dall’alto. (fine)
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