Educare alla Felicità e alla Libertà #2/3

di Laura Tussi

Appare attuale parlare di finalità educativa per la scuola, ma sembra anche “controcorrente” la nozione di felicità in sé, un concetto compromesso dalla nostra filosofia occidentale, quantomeno dopo la rigorosa critica che ne ha fatto Kant. L’atmosfera filosofica generale dell’occidente moderno sembra poco propensa all’idea di felicità, nel senso che ha privilegiato da una parte, il lato tenebroso dell’esistenza, dove l’autenticità si genera solo nell’inquietudine e nell’angoscia, e dall’altro ha escluso quella dimensione interiore, alla ricerca di una aspirazione di felicità che si potrebbe collocare solo sul piano sociale, magari ideologicamente inteso e coniugato. Resta quindi ben poco della felicità al di là di un richiamo ideale del liberalismo anglosassone tanto astratto dal diritto alla felicità espresso nella Costituzione americana e rimane un’idea di felicità circoscritta e minimale oppure edonista e superficiale. Naturalmente questa idea di felicità, filosoficamente compromessa, non trova spazio nel progetto educativo di una scuola italiana che è pedagogicamente in crisi.
Eppure è proprio questa l’indicazione chiara dell’attività di un filosofo dell’educazione così lontano nel tempo e nello spazio, come Makiguchi, che visse in Giappone a cavallo tra ‘800 e ‘900, e accompagnò il progetto di rapida modernizzazione che avrebbe trasformato il suo Paese da uno stato feudale ad una potenza imperialista in circa cinquant'anni.

Makiguchi assistette agli esiti disastrosi dell'ascesa al potere del militarismo nazionalista e della sua sciagurata alleanza con i nazifascisti europei, ma soprattutto visse quelle profonde trasformazioni come maestro, direttore e pedagogista, accompagnando il proprio agire educativo con una costante attività critica. Le idee pedagogiche di Makiguchi, che oggi sono appunto conosciute anche in Italia, non sono isolabili dalla sua biografia, perché egli si oppose fieramente e risolutamente alle politiche educative che produssero un sistema scolastico, prima pensato come strumento per accelerare quella modernizzazione dall’alto, per cui in pochi anni si ridusse il livello di analfabetismo, mentre in Italia si riviveva ancora nell’arretratezza, e d’altra parte sempre quel sistema educativo doveva creare il consenso intorno ad un regime sempre più assolutista, al fine di disseminare quell’ideologia e retorica militarista. Per indicare il clima culturale e politico di quel periodo, il primo ministro del governo giapponese nel 1890 in un discorso al parlamento diceva così:"Due sono gli elementi indispensabili nel campo della politica estera: primo le forze armate e secondo l’educazione. Se il popolo giapponese non sarà intriso di spirito patriottico la nazione non potrà essere forte. Il patriottismo può essere inculcato soltanto attraverso l’educazione”.
Makiguchi di fronte a questo fanatismo assurdo fu ribelle ed intransigente e disposto a pagare personalmente il prezzo di quelle scelte. Fu spesso bersaglio di provvedimenti disciplinari, di trasferimenti, di retrocessioni. Nel 1930, due anni dopo la sua conversione al buddismo, fondò la società educativa per la creazione di valore, di cui l’attuale Soka Gakkai è la prosecuzione moderna.
Allora era un’organizzazione di insegnanti che portava avanti il progetto e i metodi educativi da lui teorizzati e reclamava a gran voce una riforma complessiva e radicale del sistema educativo: fu allora che divenne sospetto al regime.
Fu arrestato in nome della famigerata legge liberticida per il mantenimento dell’ordine pubblico e morì nel 1944 per le conseguenze di un rigidissimo regime carcerario. La sua opera originale in quattro volumi dal titolo “Il sistema della pedagogia creatrice di valore” presenta uno stile frammentario e caotico, in cui si possono intuire tante letture certamente non sistematiche, ma questo non sembra un limite dell’opera, è semmai l’esito intenzionale di uno stile di pensiero. (continua)
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