Di mia madre e di me

Volevo assolutamente uscire da una dolorosa scatola di impotente tristezza quando ho iniziato a sperimentare il suono del Daimoku. Mentre mi sentivo soffocata dal dolore quasi ossessivo di una storia sentimentale mi ricordai di Elena, conosciuta in treno in tempi non sospetti, mentre ero felice, e quel Nam-myoho-renge-kyo mi sembrava un lontano e rispettoso suono. Mi ricordai delle sue parole di speranza e decisi di provare: venti minuti di Daimoku al giorno con l’obiettivo di “ricucire” con l’uomo che pensavo di amare. Recitavo, la situazione si chiariva e la nostra chiusura fu definitiva. Ma stranamente al dolore faceva posto la leggerezza, ogni Daimoku apriva il mio cuore, sentivo che tutto accadeva per il mio bene. Poi ho capito che quel dolore è stato il mio più grande beneficio: ho iniziato a praticare grazie a lui. La mia vita mi sembrava più grande di qualunque mia sofferenza, e dentro di me sentivo la forza di sostenerla, abbracciarla, trasformarla. Di lì a poco avrei sperimentato ancora più profondamente questa certezza. Mio padre, trapiantato di cuore, da quando io avevo quattordici anni andava in Francia e tornava sempre vittorioso da quei viaggi della speranza, ma l’inevitabile sarebbe accaduto. Dopo diciotto anni dal trapianto e nove mesi dal mio primo Nam-myoho-renge-kyo, a suon di Daimoku l’ho accompagnato nel suo ultimo viaggio. La gioia più profonda è stata averlo visto, in ospedale in Francia, nonostante i tubi, muovere le labbra a ritmo con il mio Daimoku. E mentre lo riportavo a casa, proprio io, in aereo, nella sua piccola scatola di eterno, mi sentivo forte, solida, sorridente di fronte alla solennità della vita. Avevo pregato tanto perché mio padre si salvasse, un obiettivo non raggiunto, ma morendo lui mi ha insegnato qualcosa di molto più profondo: ho scoperto il potere del Daimoku, di accogliere davvero ogni attimo, anche la morte, con leggerezza, con profondità, percependo la certezza dell’eternità.
E da allora un susseguirsi di situazioni. Dopo aver perso il compagno di vita che tanto amava, mia madre si ammalò di Alzheimer. Ero il suo riferimento costante, lei voleva starmi accanto sempre. Io non sapevo come gestire la situazione: allora ancora parlava pur se disordinatamente, anche se per un nonnulla spariva in una dimensione altra, tra immaginazioni, paranoie e aggressioni. Respiravo solo nel fare Daimoku, solo davanti al Gohonzon sentivo di poter affrontare ogni giorno con la forza di non abbattermi, sconfortarmi, sentirmi impotente. Le chiesi di seguirmianche nella pratica, per sfida, per esasperazione. E lei accettò con gioia. Ombra dei miei respiri. Mi sono chiesta quali prove concrete potesse avere il suo Daimoku, così le ho domandato qual era il suo sogno. Mi ha risposto che voleva andare in un posto dove si sentiva musica, dove c’era gente, dove potesse cantare e ballare. E adesso come potevo realizzare questo sogno? Per fortuna poi ho pensato che la fede nel Gohonzon poteva bastare, il mio compito era stare accanto a lei, attraverso il Daimoku. E Nichiren poi scrive che non c’è preghiera che resti senza risposta…
In quel periodo avevamo in casa per farle compagnia Annamaria, una signora di fede evangelica. Una domenica, tornando dalla loro passeggiata, a modo suo mia madre mi raccontò che era felicissima perché era stata in un posto dove cantavano e c’era tanta gente… e lei pure batteva le mani a ritmo, ballando. Partecipare a un culto evangelico l’aveva resa allegra e aveva consentito di realizzare il suo desiderio. E io non avevo mosso un dito… che gioia immensa. Era lei, il suo Daimoku, che aveva mosso la vita. Mia madre, che ora viaggia nel suo dimenticare, a letto, ma che non smette di insegnarmi la profondità della vita, il coraggio di essere Budda anche così. (I. V.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)
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