Le briciole di Pollicino

Quando ho cominciato a praticare, a trentadue anni, davvero non pensavo fosse possibile diventare felice e realizzare i miei obiettivi: avevo la convinzione che qualcuno alla nascita si fosse dimenticato di dotarmi di tutte le parti occorrenti per stare al mondo capace di goderne e di affrontarne le difficoltà. Due figli, separata, una condizione economica problematica che fin da ragazzina mi provocava grande ansia, ero iscritta da tempo immemorabile al DAMS; credevo di non essere completa senza un uomo e di non essere in grado di crescere i miei figli da sola. Volevo vivere facendo l’attrice: impossibile!
Il primo beneficio della pratica è stato comprendere di essere “completamente dotata”, cioè di avere tutti i pezzi occorrenti per stare al mondo, forse montati un po’ in disordine; però abbracciare il Gohonzon ed entrare a far parte della Soka Gakkai mi forniva di una nutrita “cassetta degli attrezzi” per metterli a posto: fede, pratica per me e per gli altri, e studio. Potevo cominciare a lavorare fiduciosamente.
In questi dieci anni di pratica, in effetti, tutto il materiale della mia vita – desideri, sofferenze, stalli e rincorse – si è rivelato ottima legna da ardere per assaporare la gioia di tutte le gioie e raggiungere alcuni importanti traguardi: i miei figli crescono bene, la mia situazione economica è migliorata, mi sono laureata con il massimo dei voti e ho trasformato la mia dipendenza affettiva: oggi sono una donna più forte, felicemente single. Nei momenti di maggiore sofferenza sono riuscita a rilanciare e ad affidarmi al Gohonzon, assaporando la bellezza di quella fusione che non si può spiegare a parole, né dimenticare. Ogni esperienza ha rafforzato la mia fede e mi ha resa più felice.
Un’unica ombra: la paura di pormi seriamente l’obiettivo di realizzarmi professionalmente come attrice rischiava di svolgere nel tempo la funzione della “minuscola fessura” di cui parla Nichiren: «Se c’è anche solo una minuscola fessura scavata da una formica, è certo che a lungo andare l’acqua non potrà essere trattenuta» (Gli argini della fede, RSND, 1, 558).
Decidere di collaborare allo speciale che prendeva le mosse dalla domanda «E se non realizzo?» mi ha costretta ad affrontare la paura, e tante cose sono emerse in questi mesi. Ho innanzi tutto realizzato la consapevolezza che la mia pratica, per funzionare, occorre che sia “strabica”: deve saper stare totalmente nel presente e allo stesso tempo essere proiettata verso l’obiettivo “grande”.
Non lesinare la vita, riconoscere che ogni cosa che incontro è Nam-myoho-renge-kyo: scoprirne il valore, decidere di farne esperienza per procedere nella mia rivoluzione umana è la briciola che segna il mio personale percorso lungo la strada per kosen-rufu. Così, in questi mesi, mentre in realtà “non stavo realizzando”, imparavo a dare maggiore valore alle “briciole” e, quasi senza accorgermene, decidevo di sfidarmi davvero, al cento per cento, sul mio desiderio di realizzazione, fino a percepirne l’immenso valore davanti al Gohonzon: ho chiuso la mia falla e ho illuminato il mio desiderio così da poterlo offrire con tutto il cuore, per ripagare il debito di gratitudine verso il mio maestro e verso la Soka Gakkai. Ho scoperto che io non voglio farel’attrice, io sono un’attrice e desidero/determino di riempire la mia vita di teatro.
Ricordando il mio amore di bambina per le recite scolastiche, per il canto e per la danza, e come già allora mi sentissi un’esule, un’innamorata di fronte all’oggetto del proprio amore che mai la ricambierà; ricordando le mie esperienze teatrali e la mia eterna attesa di qualcuno che dall’esterno mi riconoscesse, ho “visto” il mio karma e ho avuto la certezza di averlo scelto: tutti gli ostacoli e i boicottaggi della mia vita sono diventati miei alleati per la realizzazione della mia prova concreta: oggi vado in scena con gioia e con il desiderio di portare gioia, vado in scena con la fierezza di essere me stessa; non sono più un’esule. Faccio teatro come un’offerta.
Non vivo di teatro, non ancora, ma sono certa della mia realizzazione e che, dedicando la mia vita a kosen-rufu, sto fiorendo dello splendore del fiore che sono. Nel cammino segnato dalle briciole che semino lungo la strada conquisto la meta, senza alcun dubbio. (S. V.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)
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