il Buddismo e la poesia

Inafferrabile la vita, come rondine in volo. Eppure, a tratti, sembra di intravederne il disegno. In genere sono istanti, preziosissimi istanti. Dagli occhi è come se togliessi un velo, ma si sa, di fronte alla luce si rischia l’accecamento. La fatica mi avvolge, spesso lo scoramento. È la paura di vivere. È la scelta del passo indietro per paura del fallimento.
Se dovessi sintetizzare all’estremo, l’amore smisurato che nutro per la poesia nasce proprio dalla volontà di contrastare un siffatto approccio verso la vita.
Mario Luzi, a proposito della funzione della poesia e riferendosi a Rimbaud, parlava di fenditura o diaframma “quasi” colmati.
Per me la poesia è proprio questo, un tentativo estremo, temerario e determinatissimo di ricongiunzione. L’espressione pura, persino ingenua e commovente, della volontà di colmare una distanza, e in questo caso, la distanza che ci separa, che separa tutti noi, dalla nostra più autentica natura.
Da quando ho avvertito nella mia vita questa incombenza, da quando ho affidato al Gohonzon questa mia volontà colmatrice, la mia vita è cambiata. Letteralmente rivoluzionata. Da subito, accanto a un aroma indescrivibile, come la brezza di marzo, sono emerse prove durissime, a tratti laceranti. Brividi di un inverno che non voleva desistere alla primavera.
Ma la poesia della vita ha prevalso. Come una scultura, emergeva attraverso la determinazione del togliere per arrivare all’essenza, alla luce appunto.
E allora ho capito che siamo noi a frapporci al sorgere del sole, a ritardare inconsapevolmente l’urgenza della luce. Lo siamo, ad esempio, quando usiamo il pallottoliere per valutare gli effetti della nostra pratica. Lo siamo quando mettiamo la testa sotto il cuscino di fronte a cambiamenti che si rendono necessari. Lo siamo, soprattutto, quando tratteniamo la forza incessante e calma del nostro Daimoku. Noi, con le mani, a trattenere il fiume della vita,allettato dal mare.
Praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin ha significato per me scegliere consapevolmente di diventare adulto trattenendo la purezza del bambino. Accettare il dolore della vita come viatico necessario verso la felicità. Ecco un nuovo anello di congiunzione che avverto tra Buddismo e poesia: sapore di felicità che non si culla di contemplazione ma si alimenta di azioni necessarie per tutti. I benefici che ho ottenuto attraverso la pratica, anche quelli in apparenza futili, sono stati una potente molla attraverso cui rimpolpare la mia fede di valore e di volontà di cambiamento, rinsaldarla di altruismo e di apertura nei confronti del mondo.
La volontà del poeta è di vivere la propria solitudine di inquilino del mondo in una sorta di dissolvenza che tende a fondersi con il tutto, una solitudine che varca consapevolmente la soglia della propria individualità per approdare a un noi di cui torna a far parte integralmente. (M. S.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)
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