Ti voglio un bene da morire

Per prima cosa alla domanda di dove si trovino l’inferno e il Budda, alcuni Sutra affermano che l’inferno si trova sotto terra, altri che il Budda risiede a occidente. Ma a un attento esame, risulta che entrambi esistono nel nostro corpo alto cinque piedi. La ragione per cui penso così è che l’inferno esiste nel cuore di chi disprezza suo padre e non si cura di sua madre.

Dal Gosho di Capodanno

Quando iniziai a praticare questo Buddismo (in realtà scoprii solo dopo due mesi che si trattava di Buddismo!), vivevo con i miei genitori, nella loro casa. Al primo meeting mi dissero che avrei potuto realizzare qualsiasi cosa, ottenere tantissimi benefici, risolvere qualunque problema. «Ma io non ho problemi, ora!», pensai.
In realtà la mia situazione familiare era disastrosa: sin da bambino – ma anche prima che nascessi – la mia famiglia era stata teatro di numerose “lotte intestine”, litigi di tutti i tipi che a volte si erano conclusi addirittura con la fuga delle mie sorelle e la conseguente sofferenza di tutti. Poco dopo le cose erano solo apparentemente migliorate, dato che da qualche tempo non succedeva niente di eclatante. Ma la tensione accumulata in tutti quegli anni mi aveva portato, più o meno consciamente, a vedere in mio padre la causa di tutto quel malessere, di tutti i litigi e di gran parte dei problemi miei e dei miei familiari.
Ben presto iniziai a chiedere consiglio su questo punto. Mi rispondevano sempre che ero io a dover cambiare atteggiamento, che la causa era dentro di me, che il comportamento di mio padre era solo un effetto. Ogni mese chiedevo lo stesso consiglio alla stessa persona che con molta pazienza continuava a spiegarmi il principio di causa interna e causa esterna, ma io continuavo a non capirlo. Poi, un po’ alla volta – e con fatica – io e le mie due sorelle iniziammo a recitare Daimoku con l’obiettivo di eliminare questa sofferenza che anni prima le aveva allontanate da casa e che ora invece, stranamente, ci univa. Le cose iniziarono a migliorare visibilmente. Mi parve davvero un insolito prodigio quando mio padre, fervente cattolico, lasciò che in casa sua non solo entrasse un Gohonzon ma anche un gruppo di 10-20 buddisti!
Mi fu ben presto chiaro che se non risolvevo radicalmente il problema familiare la mia vita sarebbe stata di ben poco valore. Ma l’avversione nei confronti di mio padre non scemava. Poco dopo ebbe una fortissima colica renale: era un tumore maligno al rene. Avrebbe dovuto essere operato. «Evidentemente la legge di causa ed effetto funziona anche per lui – pensai in quel momento – Con tutto il male che ha fatto, questo è il risultato!».
Mi ritrovai a Bologna – dove ero andato a vivere per motivi di studio – a recitare Daimoku affinché gli eventi evolvessero come mi sembrava giusto che fosse, e cioè che il tumore risolvesse il mio problema. Nonostante avessi letto tantissime volte questa frase di Gosho, non capivo che stavo disprezzando nel modo più assoluto la vita di mio padre, al punto da mettermi a recitare Daimoku al Gohonzon affinché morisse! Più recitavo e più cresceva in me la sofferenza; ma io ero proprio deciso e recitavo sempre più a lungo. Ma infine, all’improvviso, compresi profondamente quello che Nichiren spiega così semplicemente. Allora cambiai radicalmente il mio obiettivo. Per fortuna la colica renale aveva permesso ai medici di diagnosticare per tempo il tumore.
La mattina in cui mio padre doveva subire l’operazione – dal cui esito dipendeva la sua sopravvivenza – io dovevo sostenere un esame. Nonostante fossi a metà della lista d’appello, ottenni di essere interrogato per primo sicché potei recarmi in ospedale a Ferrara dove era in corso l’intervento. Mio padre uscì sano e salvo: gli asportarono un rene e la cistifellea. Il tumore inoltre non aveva intaccato altri organi vitali né aveva sviluppato metastasi. Sono passati più di otto anni da allora e oggi mio padre è più in forma che mai.
Questa esperienza mi ha permesso di capire come non sia sempre così chiaro in noi il fatto che nutriamo disprezzo nei confronti degli altri o quanto poco rispetto abbiamo, in specie, per le persone che ci sono vicine. (M. A.) (dati modificati)
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