La zampata dell' Illuminato

Io non sono un Budda. Senza saperlo è questa la frase che rivolgo a me stesso quando non penso di poter essere felice in ogni circostanza. Io no, non sono un Budda. Io non godo della forza di vita che un Budda può avere anche di fronte alle circostanze più difficili. Gli altri sì ma io no.
Le cose si fanno difficili e io retrocedo, mi chiudo nel mondo che mi domina. Sia esso l’Inferno o la Collera: rimango lì. Mi chiedo, chiedo agli altri, chiedo alle cose di dimostrarmi che non è quella la mia vera natura. Solo allora sarò un Budda. E se nessuno risponde, se il mio grido disperato non ha eco, allora no. Non sono un Budda. Questa è una storia che conosco alla perfezione, è il punto di partenza da cui tutto nasce. Inizia da qui ogni mia esperienza di fede. Da quando giro la clessidra e inizio una corsa con il tempo. Quello del mio dolore, quello delle mie sfide. Giro la clessidra o, meglio, la vita mi gira la clessidra e mi sfida: vediamo quanto impieghi a ricordarti che sei un Budda. È da quando viene girata la clessidra che inizia la mia sfida. Delle volte aspetto che l’ultimo granello scenda per decidere. A volte lascio che la vita giri per me più volte il contatore del tempo. Eppure so, o ricordo, che altre volte ho fermato il tempo e ho tirato fuori la mia energia prima che si esaurisse la caduta di sabbia nel vetro. Magari – se me lo ricordo – mi lamento: «Perché questa volta non fermo il tempo?». Il viaggio della fede ha per me questo ritmo tra credere e non credere. Troppo spesso la dottrina dei benefici la modulo sulla base di un’attesa, non di una scelta. Impiego tempo a dirmi «basta». Ci metto un po’ a distrarre la mia vita da questa coazione a ripetere. Mi sembra persino ingiusto che accada, almeno quanto ingiusto il fatto di aver bisogno di rideterminare. Sembra quasi che la condizione di Buddità debba essere fissa e automatica. Che io la debba aver conquistata una volta per tutte. E che questa volta non tocchi a me ma a lei riprodursi. Devo campare di rendita.
La ragione di tutta la mia lentezza, la pena di ogni mia battaglia nasce da qui. Da quanto io abbia potere di credere che sta a me, che creda di essere io un Budda e non che un Budda debba entrare in me come un alieno e io semplicemente ripetere le sue mosse, dire le sue cose. Ma non accade. E, se accade, ormai è chiaro che l’alieno, per quanto dica cose giuste, nel modo più convincente, non cambierà. Tutto resterà com’è.
Purtroppo per me la strada per la ricerca dei benefici o per la soluzione delle sofferenze è passata spesso per questo percorso angusto e tortuoso. Strade sbagliate, decise a mente, della cui inutilità mi accorgevo solo dopo. La fede, ora lo so, non è un dato acquisito. La fede non è una volta e poi sempre uguale. Come uguale non è la vita. Come il tempo: sempre diverso. La mia esperienza è stata per tante volte questa. Aspettare il momento in cui non ne puoi più, in cui il tempo è diventato un macigno da buttarsi addosso. Non è come andare alle olimpiadi, come aspettare la sfida finale: intrepidi e competitivi. È davvero solo un modo per finire a lottare sull’orlo di un precipizio. Avere il bisogno di vedere sotto un ripido crinale, temere di caderci. Come in un film d’azione in cui bisogna aspettare l’ultima scena per vedere l’eroe salvo e il cattivo al posto suo, nel baratro. Ma in questo, se ci pensate, non c’è nulla di eroico. È solo non credere e poi, solo poi, credere. È avere aspettato tanto, troppo, per ricordarsi che sì, sei un Budda. Anche questa volta.
Cambiare la propria vita, sconfiggere il proprio karma, non dovrebbe essere come un gioco-stillicidio del gatto col topo, specie se il topo è molto più grande di noi “non Budda”. Perché attendere allora a dare la zampata dell’illuminato? Credo che la sfida mia e di chi come me aspetta la lotta sull’orlo del precipizio – chi in definitiva pensa di poter vincere almeno una volta combattendo solo con le proprie capacità umane – sia quella di credere prima che sotto di noi sprofondi un abisso di cui intravediamo la fine rovinosa. Come se ci fosse bisogno di un aiuto esterno che nelle storie della nostra scuola “greco-romana” era rappresentato dall’intervento divino. Insomma, credo che fare questa dilazione, aspettare a tirare fuori l’umanità perfetta di un Budda, sia un gesto di arroganza («sono un eroe, un semidio, non un Budda!»), di oscurità, illusione e, prima ancora, di grande debolezza. (R. C.)

(tratto da Buddismo e Società n. 159)

Commenti

  1. È a noi stessi che offriamo il Daimoku, al nostro Gohonzon interiore. Se durante la pratica davanti al Gohonzon incessantemente domandiamo questa o quella cosa, la retribuzione di questo atteggiamento sarà di proiettare questa avidità sul nostro ambiente. Il Gohonzon interiore restituisce la qualità delle nostre offerte al Gohonzon esteriore durante la pratica, proprio come certe materie restituiscono il calore. Tutto dipende quindi dalla relazione che stabiliamo con l'oggetto di culto, cioè dall' apertura del nostro cuore. Il giusto atteggiamento è di lasciarsi andare davanti al Gohonzon, come siamo, senza angosciarci di fronte ad un problema particolare, e di ammettere i nostri desideri in tutta semplicità come se ci si trovasse davanti a Nichiren Daishonin stesso. Quando ci troviamo in uno stato di sofferenza, l' importante è di far sgorgare il nostro stato di Budda durante la pratica è rompere questa sofferenza. Il problema sembrerà allora meno schiacciante perché lo sentiremo in maniera neutra. Non essendo più coinvolti sul piano delle emozioni e sommersi dalle difficoltà si può agire con saggezza e non sulla base delle nostre emozioni. Anche se le cose non vanno come noi desideriamo, conviene considerarle come una tappa verso l'obbiettivo che ci siamo fissati, un'occasione di trasformare un po' di questo karma che ci impedisce di realizzarci pienamente e considerare queste difficoltà come un trampolino che ci permetterà di "arrivare in alto".

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  2. È sempre tanto difficile per me fare tutto ciò. Diciamo che ci provo, a volte con pesantezza, ma inconsciamente senza aspettative, pur sapendo che è il mio credo ciò che devo mettere avanti. Il tempo passa, la pratica è fatta a tavolino ma i grossi macigni non si spostano. So anche che fino a quando non aprirò il mio cuore davanti al Gohonzon non potrò trasformare nulla di me, ma la difficoltà sta proprio in questo: aprire, come si fa? Forse ci sono stati dei cambiamenti nella mia esistenza ma se il cuore è chiuso non si vedono. Eppure continuo a coltivare la fede perché a tratti sento la felicità che diventa forza e il cuore che mi dice: c'è la puoi fare.
    Silvia

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  3. Silvia, se ti senti felice già c'è stato un cambiamento. Alcuni benefici, sono invisibili, ma ci sono e sono dentro di te. Continua a praticare, e vedrai tanti cambiamenti

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