La vita in un lampo

Una frazione di secondo e il mondo può letteralmente crollare addosso. Un incidente in cui si rischia la vita può però trasformarsi in un momento di radicale cambiamento, in una folgorazione su quale sia il senso dell’esistenza.

Ho conosciuto il Buddismo di Nichiren Daishonin nel 1995 grazie a mia sorella. A quell’epoca avevo circa quindici anni e nella mia regione,  c’erano pochissimi buddisti. Iniziai a recitare saltuariamente e a partecipare alle riunioni, più per gioco che per reale interesse. I piccoli benefici che ottenevo mi convinsero, tuttavia, della validità di questo Buddismo, ma decisi che avrei praticato solo di fronte a un problema più grande della mia pigrizia.
Nell’98, all’età di diciotto anni, notai uno strano gonfiore al collo; dopo alcuni esami i medici dissero che probabilmente si trattava di linfoma di Hodgking in uno stadio avanzato ed occorreva un immediato ricovero per cure ed ulteriori accertamenti. Naturalmente fui tenuto all’oscuro di tutto; solo alcuni mesi dopo scoprii che si trattava di un tumore maligno alle ghiandole del collo e del petto. La mia vita cambiò di colpo: in ospedale iniziai una serie di analisi dolorosissime, scomparve l’allegria e piombai in uno stato di angoscia senza fine. Nonostante ciò, quando alcuni responsabili di Firenze mi consigliarono di recitare otto ore di Daimoku al giorno, risposi che dovevano essere impazziti. Mi resi conto solo in seguito di non avere altra scelta e dopo l’incisivo incoraggiamento di un responsabile nazionale iniziai la vera lotta contro questa devastante malattia.
Cominciai a praticare correttamente, sforzandomi di fare attività e mettere in pratica i consigli. Dovevo vincere ad ogni costo! Fu davvero difficile perché le ferite ai piedi, causatemi dalla linfografia, non solo mi impedivano di stare in ginocchio, ma mi infastidivano in tutte le altre posizioni. Anche pronunciare il Daimoku era faticoso: il cortisone mi aveva provocato delle ulcerazioni all’interno della bocca, mentre le papille gustative si staccavano dalla lingua. Ero torturato da fortissimi mal di testa e, come se non bastasse, i miei genitori e la ragazza con cui ero fidanzato, non approvando la mia pratica, mi ostacolavano e mi compativano nel contempo. Mi avevano sottoposto a cinque applicazioni di chemioterapia, ogni volta a dosi maggiori, e di conseguenza avevo anche atroci crampi allo stomaco.
È veramente difficile descrivere la sofferenza psichica e fisica provata in quel reparto di ospedale. Ho visto uomini, donne, bambini consumarsi, le facce senza espressione dei loro familiari e, tra le loro, quella di mia madre che, nello sforzo affrontato per sostenermi, aveva perso ventiquattro chili in un solo mese. Io facevo le mie otto ore di Daimoku giornaliere, recitavo ovunque: sul lettino dove mi sottoponevano alla chemioterapia, sforzandomi di non addormentarmi, visto che ero imbottito di tranquillanti, davanti al muro della mia camera o in macchina, quando a tutta velocità mi riportavano a casa. Nei momenti più brutti leggevo questa frase per confortarmi: «Quando la tua stessa vita è in pericolo, lotti con ogni singola briciola del tuo coraggio, ma la lotta contro il proprio karma è ancora più dura... ma quando ti sforzi tanto duramente che il sudore scorre abbondante e sprizzi una gioia che non avevi mai creduto di possedere, allora puoi rendere possibile l’impossibile e in quel momento il Gohonzon ti proteggerà in ogni modo, in ogni condizione e in ogni aspetto». Tutto questo mi ha permesso di mantenere un aspetto sano, non mi sono caduti i capelli e, cosa ancora più incredibile, riuscivo a andare a ballare dopo alcune ore dall’applicazione e a battere in resistenza tutti i miei amici che, naturalmente, cominciarono a sospettare che in realtà non fossi malato. Al ritorno da un corso estivo a cui partecipai, ritirai la risposta di una T.A.C. che avevo fatto prima di partire e i medici soddisfatti dichiararono che la terapia che avevano sperimentato su di me si era rivelata giusta e che la malattia stava regredendo.
Si stava avvicinando la data nella quale avrei avuto la possibilità di aderire all’associazione ufficialmente e in quell’occasione determinai di guarire completamente e così fu. Nel gennaio successivo, infatti, il medico che mi seguiva mi annunciò strabiliato la mia guarigione.
I pochi fortunati che sopravvivono a una malattia come quella che mi aveva colpito, sono costretti a pagare per l’intera vita le conseguenze degli effetti collaterali delle cure: la chemioterapia è un vero e proprio veleno che ti brucia lo stomaco e ti costringe a vomitare qualsiasi cosa tu ingerisca, saliva compresa.
Io sono completamente guarito e non solo i miei linfonodi si sono completamente normalizzati, ma è come se non fossero mai stati malati. Erano trascorsi otto lunghi mesi, avevo vinto, ero vivo!
Sembrerà strano, ma questa notizia ebbe su di me un effetto tutt’altro che positivo: avevo raggiunto il mio scopo, ma non ero felice, sentivo di dover saldare un grosso debito, ma non sapevo come fare. Feci tantissima attività, incoraggiai alcune persone malate come lo ero stato io, convinsi mia madre a praticare il Buddismo. Eppure non mi sembrava sufficiente: qualsiasi cosa facessi non era abbastanza. Un grosso dubbio si stava inoltre insinuando nella mia mente: ero guarito grazie al Gohonzon o alle cure? Se dovevo ringraziare il Gohonzon, come avrei potuto ripagarlo di un bene così prezioso quale è la vita? Tormentato da questi pensieri cercai la soluzione nel Gosho ed arrivò: «La vita passa in un lampo. Per quanto terribili siano i nemici che possiamo incontrare, scacciate ogni paura e non pensate mai di perdere la fede.
Anche se qualcuno dovesse decapitarci con una sega, trafiggerci con delle lance o incatenarci i piedi e perforarli da parte a parte con un punteruolo, finché siamo in vita dobbiamo continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo». Leggevo questo brano tutte le mattine e riflettevo sulla mia fede, sentivo che in questa frase c’era la soluzione al mio problema.
Una mattina decisi di fare Gongyo come se fosse l’ultimo della mia vita, poi andai a lavorare. Di professione faccio il gruista ed ero appena sceso in una buca dove stavano calando alle mie spalle un pannello di cemento di quarantacinque quintali, che improvvisamente si ruppero i cavi, sentii urlare e mi girai: vidi solo questa grandissima parete cadermi addosso. Ho pensato che non ce l’avrei fatta, ma un operaio che mi stava vicino, si gettò su di me trascinandomi fuori. Il mio piede sinistro però rimase schiacciato. Sentii un dolore lancinante arrivarmi al cervello e cominciai a recitare, fui portato immediatamente all’ospedale e per la prima volta percepii la potenza del Daimoku dentro di me. Sentivo emergere il dolore e la Buddità a fasi alterne, provai un senso di gioia e sicurezza mai conosciute, finalmente comprendevo profondamente il significato della protezione del Gohonzon. Ho continuato a recitare mentre medici e infermieri mi prelevavano sangue, mi misuravano la pressione e mettevano in atto tutte le procedure che si adottano nelle situazioni di emergenza. Decisi di fare Gongyo a memoria prima di entrare in sala operatoria. Al mio risveglio lo stato vitale era lo stesso di quando mi ero addormentato e la prima cosa che vidi fu il libretto di Gongyo sul comodino. Ero felice, felice per aver provato quella sensazione che non scorderò mai più e la certezza della presenza del Gohonzon nella mia vita. Mio padre che è l’unico della famiglia che non pratica il Buddismo, mi disse: «Non so in cosa tu creda, ma questa cosa ti ha salvato la vita». Era sopra la gru e aveva visto l’incidente, tenendo conto della dinamica, la mia salvezza era impossibile. Mi raccontò che si era portato le mani al viso e aveva cominciato a piangere. Mi ricordo che la prima volta che mio padre aveva visto recitare mia sorella l’aveva presa a schiaffi e ancora ricordo la volta in cui mi inseguiva per rompere il mobiletto del Gohonzon che tenevo sotto il braccio. Eppure quel giorno tagliò lui stesso alcuni rami di una pianta di alloro e li offrì al Gohonzon!
Ho perso il mio alluce sinistro e ho due dita del piede rotte, ma sono felice di praticare e di aver forse alleggerito un po’ il mio karma. Farò sicuramente del mio meglio per portare il Daimoku del Sutra del Loto a tutte le persone che incontrerò nella mia vita e spero che la mia esperienza possa incoraggiare chi in questo momento sta per darsi per vinto. Vorrei stimolare queste persone ad avere fiducia fino alla fine, perché sicuramente troveranno una risposta.
Ritornando col pensiero a sei anni fa, mai avrei potuto immaginare di provare ciò che sto provando adesso e, soprattutto di aver avuto la capacità di superare grandi difficoltà. Ora mi rendo conto veramente di quanto sono e siamo tutti fortunati di poter trasformare la nostra vita in così poco tempo e mi auguro di avere in futuro una fede tale da poter superare tutti gli ostacoli, fino all’ultimo dei miei giorni. (M. T.)(dati modificati)
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