Piccoli Budda crescono

Jigyo Keta

Fili sottili uniscono i destini di uomini e donne che spesso neanche si conoscono, legati da una trama invisibile che fa sì che anche una lieve perturbazione in un punto qualunque nell’universo, prima o poi, venga registrata ovunque. Alcune maglie di questa rete sono facilmente riconoscibili: con certe persone e certi luoghi il legame è evidente ed è qui che il potenziale umano può prendere forma e esprimersi al meglio.
Dal concetto di jigyo keta si possono trarre preziosi insegnamenti per ampliare la visione su questa fitta rete di legami. Jigyo è la pratica per sé e formalmente consiste nella recitazione quotidiana di Daimoku e Gongyo. Insieme sono l’unico rito che caratterizza il Buddismo di Nichiren Daishonin. Keta è invece la pratica per gli altri e genericamente consiste nel fare conoscere agli altri il Gohonzon e nell’impegnarsi ad incoraggiare altri fedeli ad approfondire la fede nell’esistenza della condizione vitale della Buddità nella propria vita.
Abituati come siamo a separare ogni manifestazione della vita, è facile considerare jigyo e keta due cose distinte, ma le parole sono spesso delle gabbie che tendono a fissare e imprigionare i concetti di una realtà che va ben oltre le semplici definizioni. Invece jigyo e keta sono solo due facce della stessa medaglia e, come i poli di un magnete, non possono essere separati. Andando un po’ più a fondo, jigyo è tutto ciò che facciamo per raggiungere un obiettivo, mentre keta è come ci adoperiamo affinché gli altri raggiungano i loro. Come l’uccello si può alzare in volo solo grazie al dispiegarsi delle due ali, così è possibile progredire sul cammino della rivoluzione individuale solo a patto di non privilegiare un aspetto a discapito di un altro. C’è chi è più portato alla “pratica per sé” e si concede con piacere momenti di pratica e di riflessione, così come altri preferiscono, per loro indole e cultura, prodigarsi nella cosiddetta “pratica per gli altri”. Il punto è comprendere che, al di là delle tendenze personali, è indispensabile saper percorrere ambedue le strade. Anzi, proprio in questo confronto con la parte più carente di sé sta la possibilità di autoriforma: la forza del confronto con se stessi, per chi tende a sfuggirsi e con gli altri, per coloro che, al contrario, non riescono o non vogliono superare le invisibili pareti che separano gli esseri umani gli uni dagli altri.
Due esempi di questo binomio possono essere un Daimoku vigoroso per affrontare bene la giornata e una lezione di Gongyo al principiante al quale ancora si attorciglia la lingua. Fino a che punto, però, a queste azioni formali corrisponde una reale consapevolezza che noi e quel principiante siamo la stessa cosa? O quanto il nostro piccolo ego si frammette fra noi e l’altro? Non è mai capitato a nessuno di sentirsi buono e credere di esserlo veramente, o di sentirsi in pace con se stesso solo sapendo di avere fatto qualcosa per un altro?
Può essere facile incoraggiare qualcuno in difficoltà, anche se questi dimostra di non riuscire a prendere nessuna iniziativa per sbloccare la sua situazione, felici di condividere le nostre conoscenze di teoria buddista. Un tale atteggiamento, pur dando un momentaneo sollievo, non fornisce però a questa persona gli strumenti per risolvere da sola il suo problema e, di conseguenza, emanciparsi. Ma questo non è jigyo keta. Molto più difficile è trattare la persona da adulta, credendo fermamente nella sua capacità di trasformare la situazione e trasmettendole questa fiducia. Questo allora è jigyo keta.
Più difficile è riuscire a elaborare il dolore derivante dal senso di perdita che un’evoluzione dei legami può comportare, ammettere che la felicità del nostro amato o della nostra amata sia altrove, superare l’umano desiderio di possesso e dare modo all’altro individuo di essere libero di seguire il suo cammino. Perché per amore, nel Buddismo, non si intende l’emozione individuale, ma l’ esistenza stessa, l’istinto di vita; non l’infantile aspirazione alla felicità dell’avere e dell’apparire, ma l’ aspirazione universale e irresistibile a ricercare, a osare ed evolversi. Questo è jigyo keta.
Su questa strada è necessario fare un altro passo e riconoscere la natura dell’ostacolo che impedisce il passaggio da un atteggiamento fondamentalmente egoistico a uno realmente altruistico.
Daisaku Ikeda in una delle sue lezioni sulla Saggezza del Sutra del Loto afferma che l’oscurità fondamentale è indice di una concezione erronea della vera entità delle nostre esistenze e in definitiva del potenziale della vita stessa. Ossia noi vediamo la realtà attraverso una lente deformante che ci impedisce di riconoscere che siamo tutti manifestazione dell’unica Legge mistica e tutti ugualmente capaci di manifestare la nostra vera entità. Anche se non è intenzionale, questo è il modo in cui diamo spazio al nostro lato oscuro a scapito di quello illuminato. Illuminazione e oscurità sono tra loro legate indissolubilmente: solo riconoscendo la Buddità in sé e negli altri sarà possibile vincere le tenebre.
Pertanto jigyo è la comprensione profonda della vera natura della vita, e quando ci si rende conto del tesoro che si possiede si comincia a riconoscerlo anche negli altri (keta). È ovvio che per giungere a una tale consapevolezza è necessario sviluppare le proprie peculiari qualità (jigyo). E grazie a keta, attraverso un continuo interscambio, vediamo le evoluzioni delle peculiarità altrui e comprendiamo il nostro funzionamento, il meccanismo attraverso il quale percepiamo la realtà. Queste due cose assieme producono la pratica corretta. Un segreto per accedervi il prima possibile è accettare la realtà degli altri senza pretendere di cambiarla e con tutto l’amore di cui siamo capaci, aiutarli a scoprire e a seguire il loro cammino. Perché chi è “oscurato” è prigioniero di una realtà che non capisce e fino a quando non la capirà non sarà neanche in grado di liberarsene. È l’allenamento che la vita ci offre quotidianamente, è la determinazione di allargare tutti i giorni un poco la nostra prospettiva per comprendere un po’ di più quella degli altri. «Una persona di fede - dice Ikeda - prende l’iniziativa, lavora duro per superare le proprie debolezze interiori, si sforza di migliorare piuttosto che imporre miglioramenti agli altri». Agire vuol dire impegnarsi e impegnarsi vuol dire esporsi a pericoli, in sostanza mettersi in gioco con coraggio e saggezza.
Mettersi in discussione allora vuol dire manifestare il desiderio di aprire gli occhi sulla vera realtà delle cose. Vuol dire vedere oltre le apparenze, vuol dire usare il Daimoku per diventare forti rispetto all’ambiente in cui si vive e per determinare uno scambio alla pari con esso.
Dov’è il vantaggio in tutto questo?
«Una volta compreso che la tua vita stessa è la Legge mistica, comprenderai che lo è anche la vita di tutti gli altri. Tale comprensione è il mistico kyo, o sutra» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 6). Raggiunta questa consapevolezza viene naturale porsi il problema di come compiere noi stessi questa evoluzione e di come aiutare gli altri a fare altrettanto. In questo preciso momento si imbocca la “Via del bodhisattva”, quella che conduce direttamente alla Buddità e che il Buddismo di Nichiren Daishonin chiama jigyo keta, ovvero pratica per sé e per gli altri. (dal Nuovo Rinascimento giugno 1998)
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