Il Buddismo nella mia vita quotidiana

di Giulietta

Circa quindici anni fa ho iniziato a svolgere attività di volontariato presso un'associazione che si occupa di problemi al femminile. Mi piacevano il servizio di ascolto e la possibilità di aiutare donne in difficoltà tanto che ancora adesso continuo a farlo. Due anni fa la presidente e la vicepresidente mi convocarono a fine estate e mi dissero “in coro” che erano preoccupate per me, perché avevo modalità aggressive durante le riunioni e nelle mail che inviavo, tanto che c'erano state delle lamentele e loro se ne facevano portavoce. Fu come una doccia fredda: chiesi prove di quanto affermavano, ma non me ne fu fornita nessuna, perché “non era quello il luogo né il momento”. Me ne andai profondamente offesa. Molti aspetti non funzionavano in associazione e spesso prendevo posizione per farli emergere e cercare una soluzione o per far chiarezza quando le situazioni erano confuse, così cominciai a pensare di aver dato fastidio a qualcuna. Ma ero pur sempre una volontaria attiva di vecchia data e non potevo accettare quelle accuse senza approfondire. Feci un' indagine fra le volontarie, ma non trovai alcuna conferma a quelle critiche. Sicuramente a volte ero molto diretta, ma non sono mai stata offensiva. Considerai tutto molto ingiusto, come se fosse stato ignorato quanto avevo dato all'associazione in tanti anni. Avrei voluto vendicarmi, perché c'era stata solo critica e il mio impegno non era stato riconosciuto: ciò mi aveva provocato grande sofferenza e profonda delusione, per cui stavo davvero precipitando verso i mondi più bassi, come l'inferno e la collera.
Intervenne però il buddismo ad aiutarmi, come se dovessi trovare una bussola per cambiare direzione. Avevo ricevuto il Gohonzon due anni prima di incontrare questa sofferenza. Recitai per scegliere il comportamento da adottare: considerai di lasciare l'associazione, anche se mi spiaceva per le donne che seguivo, o di “curare il mio orticello”, cercando di dare un senso a quanto era accaduto, secondo quanto dice il buddismo di “trasformare il veleno in medicina”. Dopo aver applicato ancora la strategia del Sutra del Loto, prima di ogni altra cosa, inaspettatamente giunsi a provare addirittura riconoscenza per quelle persone che così ferocemente mi avevano attaccata, perché mi resi conto di essere stata a volte arrogante, troppo critica con alcune persone, sempre pronta all'attacco, senza vedere quello che c'era di buono. Ci misi un po' a capirlo e a riconoscermi in questo comportamento, ma ciò mi permise di restare in associazione in modo sereno, continuando a svolgendo il mio servizio. Stavo molto meglio psicologicamente, mi sentivo libera e scaricata di certe responsabilità che mi ero assunta in modo arbitrario, sconfinando anche nell'ambito di altre volontarie. Pensando a quanto era migliorato il mio stato vitale, ricordai quel passo del Sutra del Loto che dice: ”Quelli che credono nel Sutra del Loto sono come l'inverno, che si trasforma sempre in primavera. Non ho mai visto né udito di un inverno che si sia trasformato in autunno, né ho mai sentito di alcun credente del Sutra del Loto che sia rimasto un comune mortale”.
Intanto proseguivo con entusiasmo nell'attività buddista. Non mi fu difficile realizzare che non si può essere felici da soli, ma solo aiutando gli altri a diventarlo, contribuendo a diffondere quella straordinaria religione della speranza che è il buddismo di Nichiren Daishonin. Offrii casa per gli zadankai e mi impegnai nella loro preparazione con le responsabili del mio gruppo. Non mi lasciavo scappare occasioni per fare shakubuku e iniziavo sempre trasmettendo il cambiamento nella mia vita da quando praticavo: più andavo avanti con la pratica e con lo studio, più provavo gratitudine per aver incontrato il buddismo. Quando mi veniva proposto qualcosa (attività Diamante, cantare nel coro, andare a far visite a casa, fare offerte per kosen rufu, organizzare recitazioni...), cercavo di svolgere tutto nel modo migliore e così mi sentivo immersa nella missione della mia vita. Nel dicembre del 2015 mi fu anche proposta la responsabilità di gruppo, che accettai con gioia!
Nel frattempo in associazione le cose si modificarono ancora: il fatto nuovo si è presentato poche settimane fa. In seguito alle dimissioni della coordinatrice per le “relazioni con il pubblico”, membro del direttivo, mi hanno contattata la presidente, poi la vice (persone diverse da quelle dell'anno precedente) e infine la coordinatrice dimissionaria per pregarmi di accettare la carica, perché ero la persona più adatta in quanto da molti anni in associazione e con le caratteristiche richieste per questo ruolo. Confesso di essere rimasta molto stupita da questa proposta: la situazione paradossale era che da persona aggressiva ora venivo vista adatta ad un ruolo di relazioni. E' anche vero che il tempo e la pratica mi hanno resa una persona diversa, più riflessiva e meno pronta a puntare il dito: ora riconoscevo i benefici “invisibili”, la mia rivoluzione umana era iniziata.
Ero comunque restia a farmi coinvolgere nuovamente, ma mi resi disponibile, perché la richiesta era stata sincera e da più fronti. La situazione si era profondamente trasformata, da quella convocazione in cui mi ero sentita sotto processo.
Fui eletta all'unanimità.
La pratica mi aveva aiutato a fare chiarezza nella mia vita e mi ero resa conto che la fragranza interna aveva ottenuto protezione esterna.
Ma non è finita qui: la persona che da “presidente” mi aveva attaccata e che ora ha un ruolo in un settore definito, ha compiuto delle azioni inopportune, di cui i membri del direttivo si sono resi conto, con conseguenze negative per l'associazione, tanto da richiedere un intervento per contenerla. Quindi verrà presto convocata da presidente e vice. Non voglio entrare in questa dinamica e non la sento come una “vendetta” per quanto ho vissuto per causa sua, ma ho capito che il principio di causa ed effetto non sbaglia, che tutto deve partire da noi, perché ognuno può trasformare il suo cammino, aiutato da una fede incrollabile, coerenza e compassione. Ho imparato anche che ci vuole “pazienza”, perché l'esperienza che ho raccontato si è svolta nell'arco di un anno e mezzo, durante il quale ho continuato a vivere, superando la sofferenza senza avere fretta e con impegno in ciò che stavo portando avanti, fiduciosa che la situazione si sarebbe risolta. Come dice Sensei:”Qualsiasi difficoltà si manifesti, sforzatevi con tenacia e pazienza. Mantenendo la speranza nel cuore, è importante comprendere il tempo, creare il tempo e attendere il tempo in cui raccoglierete il frutto dei vostri sforzi. Arriverà sicuramente il tempo della vittoria”. (foto di Giulietta)

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