Se potessi avere… 20 minuti al giorno

Almeno venti minuti al giorno, da soli o in compagnia, la mattina o la sera, fermi o in movimento, ognuno scelga a suo piacimento. L’essenziale è farlo sempre, l’ottimo sarebbe volentieri e con passione. Sì, esatto: stiamo parlando dello studio del Buddismo. A volte può sembrare soltanto una cosa in più da fare, ma non dimentichiamoci che nel Buddismo il principio della trasformazione è fondamentale. Trasformare il negativo in positivo, il brutto in bello, il pesante in leggero, lo sforzo in gioia profonda. Perché non proviamo a fare lo stesso con lo studio? Proviamo a farlo insieme partendo da un’analisi del nostro quotidiano.
Nell’arco di una giornata una persona vive la propria realtà che prende forme diverse momento dopo momento. Lavorare, spostarsi, comunicare, riflettere, svagarsi, riposarsi sono alcune delle azioni che scandiscono la nostra giornata in un ritmo di continui scambi. Da questi scambi noi, quotidianamente impariamo. Che ce ne rendiamo conto oppure no, ciò che facciamo o è frutto di qualcosa che ha già imparato, o è volto ad apprendere qualcosa di nuovo.
Si può quindi dire che il solo fatto di vivere coinvolge le persone in un inarrestabile processo di apprendimento e di studio. Divenire consapevoli del valore di questa ricerca, che permea la vita di ogni giorno, ci permette di trarre una maggior quantità di informazioni utili e preziose e di ottenere una migliore qualità della vita e dei rapporti che la costituiscono. Tutto questo non è dato gratuitamente ma piuttosto è l’effetto prodotto da una presa di coscienza consapevole e profonda del fluire nella realtà, è frutto di una costante applicazione dello sforzo verso la realizzazione di kosen-rufu e dell’Illuminazione.
D’altronde: «…nel Buddismo o si vince o si perde» e Daisaku Ikeda incoraggia a «vincere nell’ambiente in cui vi trovate ora». E quindi, anche quando si studia il Buddismo visto che è di questo che stiamo parlando.
A volte si è portati a ritenere superfluo, o anche solo facoltativo, il conoscere e a considerare necessario il fare. Di norma, però, fare bene qualcosa implica una conoscenza approfondita. Insomma non si può fare senza saper fare. Per questo lo studio del Buddismo è fondamentale per realizzare la propria missione verso l’Illuminazione. «Se si conosce il Sutra del Loto si possono comprendere gli affari di questo mondo» e quindi liberarci dagli effetti negativi del karma con una pratica corretta e mirata.
Con un maggior grado di conoscenza e di consapevolezza la capacità di comunicare con gli altri si amplifica fino a concretizzare il progresso di kosen-rufu in modo armonioso e rispettoso delle diverse realtà, dell’ambiente circostante a cui ognuno di noi è correlato. Quindi l’attività per gli altri acquista il suo massimo spessore quando si fonda su un profondo studio dell’insegnamento buddista. Nel corso della storia si è visto che in ogni parte del mondo e in ogni epoca il potere religioso e temporale ha soggiogato le masse approfittando della loro ignoranza e favorendo decisamente questo stato di cose. Allontanare i popoli dalla consapevolezza della loro condizione e della possibilità di conseguire una vita diversa e migliore garantiva quindi il mantenimento dello status quo. Storicamente quindi l’ignoranza va a braccetto con la mancanza di libertà e incentiva il mantenimento inconsapevole di questa condizione.
Il Buddismo insegna che la sofferenza scaturisce dagli effetti del karma negativo e che l’individuo è l’artefice del proprio ambiente. Per questo è fondamentale raccogliere e rendere vivo l’invito a rendersi consapevoli e, quindi, profondamente liberi. Ecco il punto cruciale: passare dalla conoscenza alla consapevolezza garantisce la giusta mira nelle azioni di ogni giorno: in primis l’azione di recitare Daimoku. Divenire consapevoli è la carta vincente per diventare padroni della propria vita. La carta vale doppio se al Daimoku si accompagna un impegno quotidiano nello studio della filosofia buddista.
Proviamo a immaginare di poter consultare il nostro liber vitae le cui pagine descrivono tutti i giorni, le situazioni, le scelte che hanno caratterizzato la nostra vita e di poterlo fare durante il corso stesso della nostra vita. Potremmo tranquillamente permetterci di scegliere la cosa migliore da farsi in ogni occasione; evitando di commettere errori di valutazione e realizzando il massimo nella metà di tempo. Insomma: avere questo libro “raddoppierebbe” la gamma di esperienze e di conoscenze della nostra vita.
Passando dalle pagine virtuali a quelle reali possiamo vedere la pagina stampata come una scorciatoia per imparare più in fretta ciò che è o potrà essere utile nella vita. Quindi uno studio accurato e costante del Buddismo è il miglior modo per imparare a trovare più velocemente vie di uscita e soluzioni nel presente e nel futuro. Quante volte accade che, leggendo una frase di Gosho o un discorso del presidente Ikeda, a un tratto, in modo del tutto inaspettato, si trova il bandolo della matassa che dopo tanto soffrire, ci fa dire “Ma sì, certo che è così”. E se un luogo comune vuole lo studio tendenzialmente lontano dalla passione e dall’entusiasmo, è altrettanto vero che nel momento del ‘lampo di genio’ si sperimenta ciò che il Buddismo chiama il principio di soku, ovvero di trasformazione: nel nostro caso lo sforzo di studiare si trasforma nella gioia profonda di risolvere il nostro problema tramite la rielaborazione personale e la relativa applicazione nella realtà di quanto studiato. Studiare il Buddismo diventa sinonimo di vita, di scambio, di dialogo e di confronto tra persone ed esperienze diverse.
Una saggezza profonda e una lungimiranza positiva si costruiscono attraverso lo scambio e il dialogo. Con assiduità e concentrazione. Con Daimoku, attività per gli altri e… studiando. Si può parlare, ma per scambiare qualcosa con qualcuno si deve essere in grado di sapere quel che si dice e questo si ottiene solo studiando. È così. Studiare il Gosho rientra nell’attività per gli altri. Perché a un maggior grado di conoscenza e di consapevolezza si affianca una maggiore possibilità di comunicare con chi ci circonda e quindi di far fluire il corso di kosenrufu rispettando armonicamente le diverse realtà. Il dialogo, basato su azioni e parole consapevoli, è l’arma vitale che il presidente Ikeda invita a brandire. Applicando parte del nostro tempo a costruire questa forza si può rendere invincibile l’arma decisiva della convivenza tra popoli.

di Cecilia Armellini e Rita Filardi
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