Io sono il mio ambiente

Recito ore di Daimoku intercalate da pianti disperati, sentendo però che ogni Nam-myoho-renge-kyo porta con sé un enorme sollievo. Qualcosa dentro mi spinge a reagire, a percepire tutto non più come una cosa enorme e inaffrontabile, ma come qualcosa che posso risolvere e vincere.

Pratico il Buddismo dal 2002 e lavoro in banca da circa otto anni. Pochi mesi fa l'assetto della mia filiale viene totalmente rivisitato e noto che tutte le persone accanto a me legano bene tra loro e formano un bel gruppo coeso. Mi sento esclusa, anche se vedo che il principale collante tra di loro è rappresentato dallo scherno e dal parlare male degli altri. Io non ho mai amato questo tipo di atteggiamento, soprattutto perché spesso ne sono stata vittima, quindi inizio a estraniarmi, ricadendo nella mia tendenza a "sentirmi diversa e mai parte del gruppo". Decido così di recitare Daimoku per creare armonia e unità. Le cose anziché migliorare peggiorano e da sguardi e "mezze frasi" comincio a pensare che i miei colleghi stiano iniziando a deridermi alle spalle. Cerco di convincermi che sia solo una proiezione delle mie paure, dovute alla mia infanzia: da piccola infatti sono stata picchiata, emarginata e schernita dai miei coetanei. Piangevo da sola nella mia stanza, contorcendomi dal dolore e odiando me e il mio corpo, pensando di essere cattiva, sbagliata e diversa. Con questo fardello irrisolto sulle spalle continuo a recitare Nam-myoho-renge-kyo, pensando che tutto sia solo frutto delle mie paure.
Le cose però peggiorano, finché un giorno leggo per caso una e-mail nella quale venivo pesantemente insultata sessualmente, religiosamente e politicamente. Era stata scritta per gioco da un mio collega e inviata a tutti i colleghi della filiale viaggiando per tutta la banca: è uno shock. Per tutto il giorno mi sento scissa da me, come se stessi guardando un film. Richiudendo la porta dell'ufficio alle mie spalle però, vengo schiacciata dal mio passato, che era tornato più spaventoso e più doloroso che mai. A casa mi rifugio singhiozzando davanti al Gohonzon e per tutto il giorno successivo recito chiedendomi: «Perché la gente mi perseguita?» e mi compatisco per il mio dolore e la mia sfortuna. Recito ore di Daimoku intercalate da pianti disperati, sentendo però che ogni Nam-myoho-renge-kyo porta con sé un enorme sollievo. Qualcosa dentro mi spinge a reagire, a percepire tutto non più come una cosa enorme e inaffrontabile, ma come qualcosa che posso risolvere e vincere.
Leggendo «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo? [...]. Una spada sarà inutile nelle mani di qualcuno che non si sforza di lottare. La potente spada del Sutra del Loto deve essere brandita da uno coraggioso nella fede» (Risposta a Kyo'o, NR, 348, 18), determino di affrontare questo problema come se fosse la mia malattia e decido di "guarire" andando alla radice del "mio male" e per farlo non basta recitare Gongyo e Daimoku, ma devo anche studiare e mettere in pratica quello che apprendo. Apro il Nuovo Rinascimento e leggo: «Il Buddismo considera il rispetto di se stessi una condizione indispensabile per crescere come individui. [...] se nutriamo rispetto per noi stessi anche gli altri ci rispetteranno, viceversa la tendenza a ottenere scarso rispetto dall'esterno origina probabilmente da una nostra carenza di autostima. In ogni caso, una forte preghiera al Gohonzon, unita allo spirito di sfidarsi continuamente trasformerà ogni punto debole in punto di forza» (NR, 355, 22). Capendo che io e il mio ambiente non siamo separati e che tutto, ma davvero tutto, dipende da me, la collera - che mi è servita per reagire - si è trasformata in desiderio di giustizia.
Il lunedì torno in ufficio e chiedo il trasferimento, denunciando il fatto in direzione. Poi parlo singolarmente con ogni collega e - ammettendo che se tutto questo era successo probabilmente qualcosa di male anche io dovevo aver fatto - introduco il dialogo. Parlo della e-mail, della mia rabbia, della mia sofferenza e di come mi sia sentita pugnalata alle spalle. Temo insulti, umiliazioni e coalizioni ancora peggiori nei miei confronti, invece da questa situazione emerge un dialogo mai avuto prima. Dopo le dovute scuse, ognuno mi confessa d'essersi sentito non accettato, non voluto, oppure maltrattato da me. Recitando infatti inizio a riflettere sulla mia autostima, sul rispetto per me e per gli altri, sullo stress da "prestazione lavorativa", sul giudizio degli altri, e sulla ricerca della loro approvazione, sul fatto che tutto il mio mondo ruota attorno alle parole "sei stata brava".
Arriva l'approvazione per il mio trasferimento, ma pensando alla frase: «Non ci sono terre pure e terre impure» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 5) decido di restare e fare una grandissima esperienza, per poter incoraggiare tante altre persone.
Recito con forza e intenzionata a "rimboccarmi le maniche", aumento il ritmo di lavoro, miglioro le relazioni con colleghi e clienti e mi lancio nell'apprendimento di due nuove aree tecniche. Inizia così un percorso dove sono "costretta" a rivolgermi proprio a coloro che più mi hanno ferita, aiutandoli nei loro campi lavorativi, partendo dalle mansioni più umili. Proprio nel momento in cui sento di aver totalmente accettato e lasciato alle spalle tutto quello che era successo, capita l'impensabile: due colleghi, tra i più coinvolti nella vicenda, vengono trasferiti e dopo un mese il direttore si licenzia e va a lavorare in un altro istituto. Viene nominata una nuova direttrice, una collega con la quale avevo già lavorato anni prima, una persona ricca di valori, molto preparata e amante del suo lavoro, una donna che ho sempre stimato tantissimo in tutti i campi. Di colpo il mio desiderio di avere un "maestro di vita sul lavoro" viene esaudito e le persone deleterie si allontanano!
Un'altra grande sofferenza era rappresentata dal fatto di avere otto anni di anzianità e nemmeno un riconoscimento, anche se riuscivo a gestire grandi eventi della filiale e a essere un punto di riferimento in molti campi. Le mie conoscenze, i rischi e le responsabilità erano aumentate, ma niente dall'esterno mi dava conferma della mia crescita, proprio a me, così legata... ai riconoscimenti e all'approvazione altrui! Decido di approfondire il Gosho Gli otto venti (SND, 4, 165) e capisco che devo sviluppare un io forte, indipendente, che devo dare il massimo solo ed esclusivamente per me, per amore del mio lavoro e dei miei clienti, chiudendo per sempre con questo bisogno di approvazione. Dopo un mese ricevo il primo grado di avanzamento.
Poco dopo il mio capo mi propone in sede come sua vice e accade così che mentre lei è in ferie mi viene assegnata la direzione della filiale per due settimane. Il sogno impossibile di diventare vice capo della filiale, diventa quindi una possibilità molto vicina alla realtà. Se me lo avessero detto, quando desideravo solo fuggire e licenziarmi, non ci avrei mai creduto e provo immensa gratitudine pensando che, se non fosse stato per la pratica, avrei perso questa meravigliosa occasione di crescita, di fede e di carriera. È proprio vero che "più buia è la notte, più vicina è l'alba".
Da questa esperienza ho capito che il Buddismo è la religione dei coraggiosi e che non bisogna mai smettere di mettersi in discussione. Ho compreso profondamente che senza la fede, la pratica e lo studio non si sta praticando correttamente e che studiare e non applicare nella quotidianità è inutile. Ho capito che bisogna affidarsi e credere al fatto che gli ostacoli sono solo dei trampolini per saltare più in alto.
Concludo con la frase che più mi ha sostenuta nella mia lotta in quei giorni: «Il corso della nostra esistenza è determinato da come reagiamo, cosa decidiamo e facciamo, nei momenti più bui. La natura di queste risposte determina il vero valore e la grandezza di un individuo» (Ikeda, Giorno per giorno, 9 agosto). (E. A.)
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Commenti

  1. Grazie stamattina ne avevo bisogno... la tua esperienza mi ha dato la forza di affrontare i problemi che ho senza arrendermi cosa che in questo periodo tendo a fare... pensando che siano troppo grandi e che non c'e la farò mai... grazie di cuore...

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  2. Grazie. Condividerò questa esperienza..😊

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