Unità e diversità

Secondo me, in una scelta come quella religiosa, non si può prescindere in ogni caso dall'individuo, né si può pretendere che l'individuo si uniformi e scelga secondo i valori del gruppo, fossero anche questi ultimi i valori più nobili e altruistici: questo perché il campo religioso dovrebbe idealmente essere l'espressione veritiera dell'intimo di ognuno, dove ogni etica esterna e comunitaria è comunque una sovrastruttura rispetto alla reale crescita coscienziale dell'individuo. Naturalmente non sto dicendo che il comportamento sociale non sia importante e non sia esso stesso una componente della vita e perfino dell'individualità: il buddhismo, infatti, ci insegna che la vita è relazione. Però l'immagine più bella della struttura profonda dell'Universo, forse addirittura dell'Illuminazione, è prefigurata nel concetto di Itai Doshin: l'unità nella diversità, la fusione onnicomprensiva che contiene lo sviluppo delle singole individualità, l'armonia fondamentale nella differenziazione, l'essere fusi-ma-non-confusi, uniti ma non massificati, insomma il prisma dalle mille sfaccettature, ognuna di esse essenziale all'interezza del tutto. Anzi, dovrebbe essere così: che quanto più si estende la propria capacità di Illuminazione, la conoscenza di sé e del Sé, tanto più le componenti dell'individuo - anche quelle 'personalistiche', quelle psichiche, così come quelle sociali, quelle concrete, fisiche, situazionali - si integrino nell'esprimere l'armonia raggiunta. Da dove partire? Sempre dalle 'cause interne', cioè dall'intimo, cioè dalla libera presa di coscienza individuale (non sociale o moralistica). Si parte da una decisione indipendente, da un 'alzarsi da soli'. Quali sono i benefici? Essi sono essenzialmente legati alla manifestazione in noi dei Tre Corpi del Buddha: il Dharmakaya, il Corpo della Legge, che ci dà una sintonia con l'aspetto mistico, profondo, dell'esistenza; il Sambhogakaya, che porta l'armonia sul piano interiore, psichico; il Nirmanakaya, la manifestazione concreta e visibile, 'fisica', sociale, 'terrestre'. In un certo senso questi benefici sono anche le prove della validità del proprio percorso, e possono coincidere con le famose 'tre prove': la dottrinaria, la teorica e la concreta. Perché Nichiren considera la prova concreta come la più importante? Sembra una contraddizione, perché la prova concreta è anche la più 'esteriore', quindi apparentemente la meno essenziale; però bisogna considerare che il mondo esterno è proprio la nostra 'cartina di tornasole', il banco di prova, il luogo in cui ci scontriamo con la diversità, con le avversità, con il non-io, con l'altro-da-noi. Poiché il mondo esterno è inoltre - per legge karmica - lo specchio delle nostre contraddizioni interne, un miglioramento su questo piano ci da un'indicazione importante sulla nostra condizione interiore. Se anche ritenessimo di aver 'capito tutto', di essere degli Illuminati, dei Santi o dei Bodhisattva, ma non riuscissimo a rapportarci positivamente con l'ambiente esterno - naturale o sociale - o anche con il nostro stesso corpo fisico, dovremmo comunque rimeditare la nostra posizione. Se non lo facessimo con umiltà ed attenzione la vita e la legge karmica, comunque, ci costringerebbero prima o poi a farlo.

via | Maurizio
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