Se non ora, quando?

Se avvertiamo un senso di appartenenza nei confronti del movimento per kosen-rufu dovremmo almeno riflettere sui nostri spazi purgatoriali, su tutte quelle zone d’ombra in cui viviamo illudendoci di essere al riparo dalla legge di causa ed effetto e quindi ci concediamo le nostre tendenze a piene mani con la speranza però che intanto sia in preparazione un futuro migliore. Pensiamo anche a tutti gli sforzi che compiamo ogni giorno per realizzare i nostri obiettivi. Credere fermamente nel funzionamento della legge di causa ed effetto significa, in questi casi, non dubitare della sicura realizzazione dei nostri obiettivi, anche se nella superficie delle cose non si manifestano subito gli effetti da noi desiderati. In sostanza si tratta di costruire una condizione vitale che ci faccia sentire nella terra di Budda anche quando stiamo attraversando momenti di grande sofferenza.
Pensiamo all’esempio di Josei Toda che, nella situazione di massima costrizione fisica e spirituale, il carcere, percepisce la vera entità della sua vita e decide di dedicarsi completamente alla realizzazione di kosen-rufu.
L’elevata condizione vitale di Makiguchi nelle stesse circostanze è testimoniata da una lettera che scrisse alla famiglia: «A differenza di quando ero sotto la sorveglianza del dipartimento di polizia cittadina, adesso sto da solo in una stanza di tre tatami, e finché posso leggere mi sento a mio agio e soddisfatto. Per favore tranquillizzatevi e non preoccupatevi per me. [...] In questa cella solitaria, ciò che veramente conta, posso dedicarmi alla contemplazione. Osservo strettamente la pratica di Gongyo mattina e sera. La fede prima di tutto sia per me che per voi. Anche se questa è una durissima prova, perde di significato in confronto a quelle di Nichiren Daishonin. Forgiate la vostra fede più forte che potete. Penso che sia del tutto inopportuno lamentarsi delle presenti difficoltà, poiché viviamo immersi in grandissimi e infiniti benefici. Come ci insegnano i sutra e il Gosho, sicuramente sperimenteremo che “il veleno non manca mai di trasformarsi in medicina”» (Daisaku Ikeda, spiegazione de Il vero oggetto di culto, Esperia 1986, pag. 11).
Toda e Makiguchi ci insegnano come le persone comuni possano sentirsi libere e serene nelle circostanze più avverse, attingendo la forza vitale necessaria dal potere della fede e della pratica. Ognuno di noi ha sicuramente sperimentato la gioia di sentirsi libero dalla sofferenza at- traverso la recitazione del Daimoku, si tratta quindi di ricercare questa condizione con energia ogni volta che qualcosa ci disturba, ci affligge o ci preoccupa, senza rimandare e senza sottrarci alla sfida che il momento presente ci propone.
Commentando questa frase di Gosho: «Quando concentrate gli sforzi di cento milioni di eoni in un singolo istante, le tre proprietà del Budda si manifesteranno in ogni vostro pensiero e azione» Daisaku Ikeda afferma che l’espressione “gli sforzi di cento milioni di eoni” «è una metafora per significare la capacità di affrontare ogni problema con il nostro intero essere e con piena consapevolezza senza lasciare nessuna risorsa interiore inutilizzata» (Daisaku Ikeda, Il Buddismo Mahayana e la civiltà del XXI secolo, DuemilaUno, n. 43, pag. 18). Il direttore generale ci sta guidando da tanti anni in questa direzione, sia attraverso l’ormai celebre consiglio di “impegnarsi in ogni cosa al cento per cento”, sia attraverso le lezioni sul significato di Niji, che apre il nostro Gongyo quotidiano. Niji significa da ora in poi e indica l’atteggiamento necessario per vivere una vita serena e realizzata, che è quello di inserire la propria determinazione in ogni istante della nostra esistenza, di impegnarsi al massimo, di non retrocedere, di non scappare, di non rimandare o evadere, ma di affrontare il presente utilizzando al massimo corpo, mente e cuore.
Certo non è facile, a volte troviamo subito questo atteggiamento e altre volte ci concediamo dei periodi di purgatorio prima di cercarlo. C’è anche chi ritiene di non essere in grado di farlo perché sprovvisto di coraggio e determinazione. Interpellato a questo proposito, Kaneda ha spiegato: «Allenarsi significa non evitare, ma affrontare le difficoltà. Bisogna sfruttare al massimo ogni difficoltà e sofferenza per migliorare se stessi. Se si risparmiano gli sforzi, non c’è crescita. Di fronte alle difficoltà non lamentarsi né scappare, ma ringraziare». È un percorso in salita, ma allenandoci così impariamo a godere della nostra vita. Viceversa la politica del risparmio porta a risultati poco soddisfacenti. Si rischia di attraversare la vita rimandando l’impegno e la felicità, facendo della vita stessa una sala d’attesa, un ininterrotto periodo purgatoriale.
Vorrei concludere con un detto talmudico che ci può aiutare con la sua energica semplicità: «Se non sono per me stesso, chi sarà per me? Se sono per me stesso soltanto, che cosa sono? Se non ora, quando?»
Laura Barbieri
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