Se non ora, quando?

Tutto ha avuto inizio con una feroce antipatia nei confronti di una collega. Data la negatività dei miei sentimenti non mi consentivo alcuna esternazione, ma dentro di me producevo continuamente giudizi negativi che, anche se destinati a una circolazione esclusivamente interna, mi avvelenavano la vita. Intanto recitavo per trasformare il veleno in medicina e leggevo avidamente il Gosho alla ricerca di aiuto, di qualcosa che mi spingesse a una svolta. I giorni passavano, io recitavo e leggevo, ma non riuscivo a cambiare. La soluzione al mio problema si è presentata mentre studiavo il Gosho I desideri terreni sono Illuminazione. La spiegazione precisava infatti che il carattere soku, in termini di tempo, significa “immediatamente”. Ho sentito subito il desiderio di recitare Daimoku in quel modo, per trasformare immediatamente il mio stato d’animo. Così è stato e dopo tanto tempo la mia sofferenza si è dissolta lasciando spazio a un rapporto sereno e senza ombre.
Ciò che mi aveva impedito di realizzare fino a quel momento era stato un Daimoku debole, recitato come se la sua efficacia fosse dovuta all’accumulo più che all’intensità. Allora ho cominciato a riflettere su questo atteggiamento da purgatorio, ovvero la condizione mentale in cui, soffrendo per un problema, viviamo il presente come tempo di transizione e di espiazione, un tunnel al termine del quale ci attende la situazione desiderata. In queste circostanze attraversiamo il presente completamente condizionati dai nostri problemi e dalle nostre sofferenze, rimandando al futuro la serenità e la gioia. «Ci vuole tempo» è la frase che accompagna i periodi di purgatorio e, quindi, a questi giorni vengono sottratte le nostre energie, conservate per tempi migliori. Se il lavoro non ci soddisfa e ne vorremmo uno migliore, se le nostre relazioni sono difficili, se per qualunque motivo avvertiamo un forte senso di pesantezza o costrizione, cominciamo a immaginare una realtà più soddisfacente, un lavoro migliore, una relazione facile e leggera, e queste immagini ci portano a distogliere le nostre energie dal presente, vissuto come tempo privo di significato, a risparmiarci per spenderci poi nel futuro, quando ne varrà la pena. Recitiamo un Daimoku che non ci dà sollievo, che ci lascia distratti e inquieti, con un senso di viva amarezza e frustrazione, e viviamo allo stesso modo, passivamente, nell’attesa che qualcosa accada e ci liberi dalla sofferenza. Questo porta a rifugiarci nel pensiero che si tratti di un Daimoku efficace alla distanza, per lento accumulo, così come raccogliendo i punti al supermercato siamo certi di avere diritto al premio finale.
Senza averne coscienza, insieme alla separazione fra presente e futuro stiamo separando le cause dagli effetti. Ci illudiamo che vivere stancamente il presente conduca comunque a un brillante futuro. Gli esempi sono numerosissimi: da domani mi metto a dieta, quindi oggi mangio a più non posso; voglio un lavoro migliore che mi gratifichi da ogni punto di vista, quindi trascuro di impegnarmi in quello, tanto peggiore, che svolgo attualmente; il mio matrimonio sta andando a rotoli, quindi recito per avere una vita sentimentale felice mentre colgo tutte le occasioni di lite, rimprovero e lamentela che si presentano.
Paradossalmente, mentre ci comportiamo così, siamo convinti assertori dell’inesorabile funzionamento della legge di causa ed effetto perché consideriamo efficace, al fine della riscossione dei benefici, solo la nostra regolarissima pratica del Buddismo e non i pensieri, le parole e le azioni che contemporaneamente stiamo producendo. Eppure il Sutra Shinjinkan descrive con straordinaria chiarezza il funzionamento della legge di causa ed effetto: «Se vuoi conoscere le cause passate guarda i risultati che si manifestano nel presente, se vuoi conoscere gli effetti che si manifesteranno nel futuro guarda le cause che stai ponendo nel presente» - senza distinguere fra cause “buddiste” e cause di altro genere.
Nei dialoghi La saggezza del Sutra del Loto, Takanori Endo si rivolge infatti a Daisaku Ikeda con queste parole: «Abbiamo un’immagine di kosen-rufu come se fosse il momento in cui saremo riusciti a convertire numerose persone alla pratica corretta della Legge. Ma, superando questa immagine, lei ci ha insegnato che kosen-rufu esiste nella pratica stessa della trasmissione della Legge. Ci ha anche spiegato la sua decisione di convertirsi dopo aver incontrato il presidente Toda, citando Goethe: “Non è sufficiente camminare passo dopo passo sulla via che porterà un giorno alla meta. È necessario che ognuno di questi passi sia la meta e che ognuno di questi passi abbia un valore”». (Dal NR di Agosto 1998)
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