Le profondità dell’essere

Nove coscienze

Nove coscienze? E perché mai “nove”? E poi; cos’ è una “coscienza”? Da piccoli ne conoscevamo una, magari alle volte anche un po’ “sporca”; qualcuno avrà fatto, invece, l’obiettore di... e quasi tutti si saranno pur fatti dei problemi di...
Il vocabolario dice che la coscienza è “il modo in cui l’uomo realizza la conoscenza della realtà”; il che è sicuramente una buona definizione, ma che entra in crisi quando veniamo a sapere che il Buddismo parla di “coscienze”, addirittura di “nove”.
Ovvero, si parla di qualcos’altro.
Se le consideriamo tutte insieme potremmo definirle come un qualcosa dove c’è un po’ di tutto, dal karma al naso e agli occhi, ma osservando con più attenzione ci accorgiamo che – in buona sostanza – fanno riferimento a tre funzioni invisibili della vita umana: il funzionamento dei cinque organi di senso e della mente (sesta coscienza, manas), la conformazione dell’interiorità psichica dell’individuo e il karma (settima e ottava) la coscienza ultima, la nona (amala) universale e pura. Nel loro insieme collaborano a qualcosa che, secondo un’abitudine postmoderna e un po’ barbara, potremmo definire come un “sistema interattivo e multimediale”, che gestisce la peculiare relazione interno-esterno dell’ individuo, dal suo centro fino alla “periferia” degli organi di senso.
Scendendo più nel dettaglio di questo sistema, le prime cinque coscienze (vista, udito, olfatto, gusto e tatto), sono in relazione diretta con l’ ambiente e i suoi continui cambiamenti; e così la sesta, la mente, che coordina il funzionamento dei cinque sensi.
La settima coscienza (klistamanas), invece, presiede al giudizio, al senso morale, a quello religioso e a un sacco di altre cose: è il regno del pensiero astratto e dell’intelletto. Questa funzione è stata ben descritta nel ’600 da Cartesio che identificava la realtà del soggetto proprio con il procedimento di pensiero tipico della settima coscienza (cogito ergo sum).
Invece – per il Buddismo – klistamanas significa: “mente contaminata”. Contaminata da che?
Da una coscienza più profonda e “inquietante” che è anche una delle più grandi intuizioni del pensiero orientale: il karma.
Una importante conseguenza, come ci fa notare Nichiren Daishonin, è che: «Gli spiriti affamati vedono il fiume Gange come fuoco, gli esseri umani vi vedono l’acqua e gli esseri celesti lo vedono come amrita» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 7, pag. 147).
L’ottava coscienza o “magazzino del karma” – in effetti – ha il potere di interagire con tutte le altre sette, influenzandole con il peso delle cause, tendenze e relazioni karmiche che contiene nel suo capace “magazzino”. L’ottava coscienza si guadagna infatti il suo nome sanscrito di alaya – coscienza magazzino – proprio per il fatto che in essa sono depositate tutte le azioni e le esperienze vissute tramite le altre sette – vita dopo vita –, che costituiscono il “bagaglio” di cui gli esseri umani dispongono a ogni nuova esistenza. Insomma, il famigerato karma, che gode presso molti praticanti buddisti di cattiva – o pessima – pubblicità, è in realtà il centro individuale e individuato dell’esistenza.
Quel “qualcosa” che sopravvive alla nostra morte e si proietta verso una nuova vita, un qualcosa che ci caratterizza e ci rende unici e che fa – della nostra attuale esistenza – un’occasione unica e irripetibile, sintesi fantastica di tutte le altre esistenze che abbiamo attraversato, vita dopo vita, sofferenza dopo sofferenza.
E sì, perché nel “magazzino”, insieme a tante “cose” belle, ce ne sono anche tante decisamente meno “belle”: la nascita, la malattia, la vecchiaia, il limite della nostra esistenza, il non trovare risposta ai nostri sentimenti, l’incontrare chi ci è nemico, il soffrire per i desideri irrealizzati, o per il cattivo funzionamento della nostra mente. Nel Sutra Ninno troviamo queste inequivocabili parole: «Una persona che scrive di notte può spegnere la lampada, ma le parole che ha scritto rimarranno. Accade la stessa cosa per il destino che creiamo nel triplice mondo».
Il Buddismo prevede però, fortunatamente, la possibilità di liberarsi dai condizionamenti del karma facendo emergere una coscienza incontaminata e pura, la nona, chiamata amala. Essa costituisce la realtà fondamentale di tutte le cose e coincide con l’universale natura del Budda. Non è individuale, anche se ogni individuo può accedervi attraverso la pratica buddista e si manifesta come gioia della vita, come gratitudine per la propria e altrui esistenza. È, insomma, il cosiddetto “grande io”, il superamento dell’egocentrismo individuale che sa dare una diversa prospettiva all’esistenza e orienta in maniera radicalmente diversa le azioni dell’individuo. È l’oggetto e l’artefice della “Rivoluzione umana”, quel coraggioso processo che riorganizza tutto il gran lavoro delle “nove coscienze” intorno a un nuovo centro di gravità: non più l’alaya (ottava) ma l’amala (la nona).
Il risultato? Retta visione, retto pensiero, retta parola, retta azione, retta vita, retta iniziativa, retto ricordo, retta concentrazione: l’ottuplice sentiero di Shakyamuni.
Un risultato invidiabile. Verrebbe proprio da credere al Daishonin quando scrive in Lettera a Niike: «Ottenere la Buddità non è niente di straordinario. Se reciti Nam-myoho-renge-kyo con tutto il tuo cuore sarai naturalmente dotato dei trentadue aspetti e delle ottanta doti del Budda».
Eppure, la teoria delle nove coscienze, trattata solo su un piano teorico, potrebbe portare a una pratica isolata, meditativa e statica. Come forse doveva essere l’esposizione iniziale di questa dottrina, precedente al Buddismo stesso, limitata alla descrizione di sole sei coscienze. L’ approfondimento degli studi, dal VI se- colo in poi, con le scuole T’ien-t’ai e Hua-yen, portò alla formulazione della teoria delle nove coscienze così come la conosciamo oggi.
Ciononostante, la tentazione di una pratica isolata è sempre forte: quante volte abbiamo sentito dire (o pensato) «...non voglio andare alle riunioni, non voglio vedere nessuno perché voglio praticare da solo con il mio Gohonzon!...». Un tête a tête a lume di candela dai dubbi risultati. Spesso poi siamo indotti – anche mentre stiamo recitando – a voler raggiungere e sbaragliare il nostro karma, e oltre, con la forza del pensiero, volendo cambiarlo a nostro piacimento e quindi restiamo lì, in attesa di una manifestazione finalmente rivelatrice della nostra coscienza più profonda e della nostra vera identità.
Tuttavia: «Dei dieci mondi – afferma il presidente Ikeda – è quello di bodhisattva che si addice all’ ottava coscienza: il male interiore si combatte con gli sforzi che compiamo per condurre gli altri alla Buddità. Nello stato di bodhisattva facciamo emergere la forza della compassione, che sconfigge il nostro cattivo karma creandone di buono attraverso l’altruismo: è così che si agisce per la propria autoriforma».
E allora: la nostra natura di Budda e la nona coscienza vanno cercate con le nostre mani, con l’agire concreto del nostro essere in mezzo agli altri. Solo aprendo il “palazzo della nona coscienza” delle persone a noi vicine possiamo raggiungere la nostra nona coscienza. Quando una persona matura la coscienza della Legge, agisce con l’unica preoccupazione di riempire il proprio “magazzino” di tante azioni positive, per sé e per gli altri. Nichiren Daishonin afferma: «Basa la tua mente sulla nona coscienza e la tua pratica sulle prime sei».
Ovvero, basandosi sulla nona coscienza, l’ uomo conquista la sua libertà; le prime sei invece, servono a prendere l’iniziativa nella pratica e nell’ azione. Nove n(u)ove coscienze con cui affrontare il cammino per la pace mondiale. (Dal Nuovo Rinascimento luglio 1998)
stampa la pagina

Commenti