La via del bodhisattva

Nel Gosho Il prolungamento della vita leggiamo che «la vita è il più prezioso di tutti i tesori». È una frase che riusciamo a comprendere molto bene razionalmente, oppure di fronte ad avvenimenti straordinari quali il manifestarsi di una malattia che colpisce noi stessi o i nostri cari, o la perdita improvvisa e inaspettata di un amico.
Riuscire a sentire che la nostra vita è sempre preziosa, ogni giorno, ogni attimo, in ogni sua manifestazione, non è facile. Tuttavia il Buddismo si basa proprio sul concetto della sacralità della vita stessa e sul fatto che solo partendo da questo presupposto possiamo costruire la nostra felicità ed aiutare gli altri a trovare la loro. Quella che viene chiamata “la lotta tra l’oscurità innata e la natura illuminata” può anche essere definita la lotta per combattere la sfiducia, il senso di impotenza, la mancanza di amore e di profonda dignità per la nostra vita.
Quanti di noi devono fare i conti ogni giorno con la loro insicurezza? Oppure con le paure più recondite? O ancora con la timidezza, o l’incapacità di sentirsi all’altezza delle situazioni? Possiamo dire che la pratica buddista consiste in realtà nella costante ricerca della propria identità. Si parla spesso di concetti quali “volersi bene”, “rispettare la propria vita”, “avere più considerazione per se stessi”, “non annullarsi nel rapporto con qualcun altro” e così via. Tutte belle paro- le, ma come facciamo a metterle in pratica?
Nel libro La vita mistero prezioso il presidente Ikeda spiega molto bene il significato del termine “bodhisattva”: «L’altruismo – dice – è il mezzo più efficace per la realizzazione e il perfezionamento di se stessi. Fare del bene agli altri è il modo migliore per perfezionare il proprio carattere e per trovare una maggiore felicità per se stessi».
Molti di noi ricorderanno come, all’inizio della pratica, ci veniva detto che parlare di Buddismo agli altri portava benefici. Penso che sia importante, anche per chi pratica da tempo, continuare a rinnovare questo concetto di “pratica per sé e pratica per gli altri” cercando di approfondirlo costantemente e di comprendere con sempre maggior chiarezza quanto le due cose siano inscindibili.
«La compassione del bodhisattva – dice il presidente Ikeda – è una forza attiva e reale». In realtà solo facendo scaturire la compassione del bodhisattva possiamo attivare contemporaneamente quella forte energia, quella grande pulsazione vitale che dà valore alla nostra stessa vita. Il concetto di “pratica per gli altri” va continuamente rinnovato perché, spesso, con il passare degli anni, anche l’attività buddista diventa per così dire “un’abitudine”. Chi di noi non ha passato periodi, più o meno lunghi, nei quali fare attività, soprattutto se investiti di una responsabilità – magari alta – nell’organizzazione era diventata una “routine”? A volte ci ritroviamo a correre, dimenticando il motivo per cui stiamo correndo, oppure ci facciamo prendere dal vortice delle “urgenze” e cominciamo a comportarci come dirigenti di una grande azienda, dimenticando le basi, cioè il contatto umano, il calore, il legame individuale. In questo modo la “pratica per gli altri” diventa uno sforzo enorme, quasi una grande sofferenza o una privazione, e sfocia alla fine in un senso di insoddisfazione o di frustrazione. È importante in questi momenti ritornare a sé, ritrovare la motivazione iniziale per la quale abbiamo deciso di praticare, per la quale abbiamo deciso di aiutare gli altri, ritrovare in modo più profondo il nostro senso di missione che significa anche la nostra decisione di diventare felici.
Dedicarsi agli altri non vuol dire, quindi, dimenticarsi di se stessi. Non esiste nel Buddismo questo concetto di “sacrificio” o di “annullamento della propria vita”. Lottare per la felicità degli altri, per costruire un mondo migliore, sforzarsi ogni giorno di sentire e alleviare le sofferenze di chi ci è vicino trasmettendogli il potere della pratica buddista, vuol dire in realtà esaltare la nostra stessa vita, trovare man mano quella sicurezza che ci mancava, quell’apprezzamento per noi stessi, quella capacità di sentirci in grado...
Contemporaneamente alla “pratica per gli altri”, è importante rivedere sempre la “pratica per sé”. Questo significa ritornare davanti al Gohonzon con senso di rispetto e gratitudine, facendo scaturire la consapevolezza che Gongyo e Daimoku costituiscono la parte più importante della nostra giornata, il momento in cui possiamo far emergere la nostra Buddità, in cui lodiamo la nostra vita. Inginocchiarci davanti al Gohonzon dovrebbe essere sempre per noi “una cerimonia”, la cerimonia della dignità, della forza, dell’amore per noi stessi.
«Facevo molta fatica a sentire il senso della mia missione» ha raccontato Sakae Takahashi, ex-vice responsabile della divisione donne della SGI. «Certo, pensavo, la Soka Gakkai è meravigliosa, fa delle cose grandiose, ma cosa c’entro io con tutto questo? Come può la mia vita, così piccola, così insignificante, essere utile a qualcuno? Tuttavia, dopo aver ripetutamente letto il Gosho La Torre Preziosa ho profondamente percepito che la mia vita era in realtà la Torre Preziosa stessa e che lo era anche la vita di tutti coloro che mi circondavano».
Solo la consapevolezza che la nostra vita e la vita degli altri sono “la Torre Preziosa” ci permette di lottare con gioia e con determinazione. (Cinzia Tosi)
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