Intervista a Mariano Lamberti, autore de “La supplica di Brahma”


Vedrà la luce, nei prossimi giorni, La supplica di Brahma, edito dalla Graphe.it e scritto dal regista campano Mariano Lamberti, il quale ci dimostra – con questa interessante raccolta di intime meditazioni – che il talento e la sensibilità possono essere applicabili in più forme d’arte con egual successo.

Classe 1967, Mariano Lamberti si è laureato in Filosofia all’Università Orientale di Napoli, e successivamente ha conseguito il diploma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma per poi concludere i suoi studi presso la New York Film Academy. La passione per la regia e il coraggio di spingersi oltre il consueto, gli hanno regalato prestigiosi premi ed è proprio da qui che vorremmo partire per presentarvelo.

Lei Mariano, occupandosi di cinema, ha realizzato dei progetti “scomodi”, come il film “Good As You, una pellicola inconsueta, diremmo unica nel suo genere, che racconta le nevrosi, i sogni e i bisogni di un gruppo di gay, senza avvalersi di cliché che mostrano personaggi grotteschi o troppo buoni, o che invitano al pietismo per ingraziarsi il pubblico, bensì restando ancorato alle situazioni reali. Supponiamo non sia stato facile offrire una storia che in quanto a onestà non prevede sconti, e sappiamo che il pubblico è dalla sua, però vorremmo chiederle: secondo lei, nel nostro cinema italiano, c’è finalmente spazio per le storie “scomode” o ancora non siamo pronti?
Paradossalmente in Italia produrre un film a tematica gay non è difficile, l’importante è che la tematica sia edulcorata e non poco: basta vedere le commedie gay prodotte negli ultimi anni in Italia. La figura del gay (in generale il mondo LGBT) è rappresentata come una figura buona e rassicurante, una figura idealizzata in cerca di (auto)assoluzione (sia che si tratti di commedia o di film drammatico). Nel mio film invece, ho cercato assieme al mio sceneggiatore Riccardo Pechini, di andare nella direzione opposta: mostrare esseri umani con vizi e difetti, con il loro modo di amare sbagliato o meno (sessuomania e droghe incluse), insomma di raccontare le cosiddette nevrosi, perché quando c’è nevrosi c’è una storia, direbbe Freud. Infatti, un altro aspetto sempre banalizzato o addirittura inesistente del cinema borghese italiano è l’assoluta mancanza di storicizzazione del gay (Una giornata particolare di Scola a parte), come se venissero da Marte e non avessero invece vissuto nel silenzio (nel migliore dei casi) per migliaia di anni.

Che cosa l’ha spinto verso la regia? Ricorda il momento in cui ha compreso che era quella la sua strada?
Francamente non ricordo nessuna folgorazione sulla strada di Damasco. In casa mia si è sempre amata molto la letteratura e il cinema: mio fratello è un pittore l’altro si occupa di letteratura, mia madre è una poetessa, quindi a me rimaneva solo il cinema! Scherzo! Mi piace molto del cinema l’aspetto come dire visionario, dove per visionario intendo la possibilità di creare mondi alternativi (Almodovar in questo è un maestro!), alternativi di pensiero, di esistenza. Il mio prossimo film sarà proprio sulla figura di Mario Mieli: più alternativo di così si muore.

Lei fa parte del movimento buddhista Soka Gakkai: ci vuol dire in che modo questa filosofia di vita ha migliorato e arricchito la sua esistenza?
Il buddismo della Soka Gakkai, in effetti, mi ha cambiato la vita. Sono oramai vent’anni che pratico il buddismo di Nichiren Daishonin e l’effetto che ha avuto nella mia vita è come quello di una pianta che non vedi crescere sotto i tuoi occhi, ma un bel giorno ti ritrovi che è spuntato un solido e rigoglioso albero nel tuo giardino con maestosi rami e profonde radici, che danno abbondanti e continui frutti. Il buddismo mi sta insegnando a liberarmi di tante inutili preoccupazioni, ansie e angosce, a vivere semplicemente con uno stato vitale e una consapevolezza diversi e più profondi.

Il libro La supplica di Brahma, il cui titolo è “spiegato” nelle prime pagine sia da lei che da Filippo La Porta che ne ha curato la prefazione, rappresenta un viaggio itinerante all’interno del suo mondo interiore e della sua vita, con soste nei momenti più significativi e conseguenti riflessioni che spingono inevitabilmente il lettore verso le proprie. Tra struggenti ricordi, nostalgie che rendono il corpo “vedovo di carezze”, vi è sempre presente una fine, qualcosa che va a morire senza la speranza del nuovo inizio, un continuo affacciarsi al precipizio. Secondo lei, ci si può liberare dal “frantoio dell’anima”, cogliendo il bello che il quotidiano sembra nascondere così bene?
Certo che ci si può liberare dal frantoio dell’anima, dalle tendenze autodistruttive intendo: non credo però in una visione semplicistica e naïf della vita. Il buddismo non ha una visione edulcorata della vita, di distacco dalle emozioni, il nirvana e tutta la folkloristica iconografia occidentale rispetto alle religioni orientali. Anzi chi pratica il buddismo seriamente approfondisce ogni giorno il rapporto con la morte, con la perdita e con le dipendenze. Da una visione dolorosa della vita, l’impermanenza, nasce una visione ottimistica della vita, la consapevolezza dell’essere vivi, ”qui e ora”.

Nel suo libro, che sarebbe riduttivo definire una raccolta di versi, “i ricordi sono ostacoli, le abitudini dolori incarnati”. Qualcuno potrebbe definire le sue parole, una visione pessimistica della vita, ma noi abbiamo colto invece una malinconia “fiorita”, frasi in cui luce e buio sono presenti in egual misura. Questa sua pubblicazione, può essere definita una sorta di esercizio meditativo pubblico, d’aiuto anche agli altri?
Questo mio libro non so come definirlo: anzitutto esiste grazie a una persona come Roberto Russo che ha creduto nella possibilità di pubblicarlo e quindi gli sono immensamente grato. Avevo voglia di raccontare in poesia il mio percorso di vita praticando il buddismo di Nichiren Daishonin, e perché no, far diventare materia letteraria concetti buddisti che applico tutti i giorni nella vita quotidiana, poiché ripeto questo buddismo, è profondamente radicato nella vita di tutti i giorni. Ho cercato di unire la filosofia buddista che è di una profondità e modernità a tratti sconvolgente con, spero, una poesia del quotidiano fatta di piccole cose e momenti privati. La sfida è ardua e difficile e non so se mi è riuscita, ma comunque ci ho provato.

“Sono Tutto, anche quel Niente, dove mi è dolce sperder la Mente”…

Per noi, tra le tante pagine dense di significato, la più bella è quella che dà titolo al libro, “La supplica di Brahma”, perché in grado di raccogliere il senso di tutte quelle precedenti, racchiudendo quella sua essenza che noi definiremmo d’anima antica: che ne pensa?
Sì l’ultima poesia e anche l’ultima che ho scritto in ordine cronologico nel libro: in qualche modo lo racchiude tutto. Mi piaceva molto l’idea della supplica di Brahma: che un Dio chiedesse aiuto a un essere umano per risolvere il problema della Sofferenza. Per ben tre volte Brahma, il Dio dell’universo, chiede a Siddharta Gautama di non estinguere la sua vita nel Nirvana ma di restare sulla terra a insegnare agli essere viventi la via della liberazione. (Filippo La Porta nella prefazione lo spiega molto bene). La religione buddista è una religione profondamente umanistica basata sui valori (eterni) dell’essere umano senza nessuna trascendenza ma con un senso di immanenza divino. C’è una frase tratta dal Gosho I tre tesori, le lettere che Nichiren scriveva ai suoi discepoli che racchiude molto bene l’insegnamento buddista: “Il vero significato dell’apparizione in questo mondo del Buddha Shakyamuni, il signore degli insegnamenti, sta nel suo comportamento da essere umano”.
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