Due mesi lunghi una vita

La diagnosi non concedeva speranze. Ma Alba non si è persa d’animo e ha deciso addirittura di usare per gli altri i due preziosi mesi che le restavano da vivere. Oggi racconta la sua esperienza. Cinque anni dopo.

Quando guardo i fiori, oggi, li trovo meravigliosi, se penso alla mia vita mi rendo conto che essa è una cosa preziosa per me e per i miei numerosi amici, ma non è sempre stato così. Può sembrare strano, ma questa nuova consapevolezza è esplosa in me proprio nel momento in cui, secondo i medici, mi restavano soltanto due mesi di vita.
Fino a pochi anni fa la mia esistenza era solitaria, vivevo la tipica vita della “casalinga isolata”, che non osava comunicare con le altre persone perchè si sentiva poco colta.
La preoccupazione che mi dominava era il benessere della mia famiglia che, all’inizio del 1998, viveva un momento di particolare difficoltà: mio figlio, Piero, che non aveva avuto una grande fortuna nella vita e che a trentun anni era ancora disoccupato, si era allontanato da casa per andare a vivere a Parma e mio marito soffriva di una forma di emicrania cronica di cui non si riusciva a scoprire l’origine.
Ogni tanto Piero veniva a trovarci e durante le sue visite notavo con piacere, misto a curiosità che, pur non avendo risolto i suoi problemi, aveva un umore diverso: più sereno, più disponibile nei confronti della vita. Fu lui stesso a spiegarci la causa del suo cambiamento, parlandoci di Nammyo-ho-renge-kyo e mostrandoci un misterioso libretto, pieno di caratteri incomprensibili. Mia figlia iniziò subito a praticare, mentre io e mio marito ci limitavamo al ruolo di spettatori.
Eravamo infatti cattolici praticanti e, per quanto il desiderio di provare fosse forte, temevamo di offendere la nostra religione. Solo qualche tempo dopo, sempre più colpiti dalle esperienze dei nostri figli, decidemmo di scendere a compromessi: iniziammo a recitare Daimoku pur continuando a frequentare la chiesa ogni giorno. Il percorso dell’accettazione della pratica fu segnato dalle diverse definizioni che, via, via, mio marito dava di sé: cattolico, cattolico-buddista e, infine, buddista. La scelta fu determinata dalla sensazione che la pratica cattolica si fosse svuotata progressivamente di significato. Inoltre mio marito aveva avuto il suo primo beneficio risolvendo completamente il suo problema di salute.
Il nostro obiettivo più importante, in quel primo periodo di pratica buddista, era quello di andare a trovare uno dei nostri figli in Australia che era appena diventato padre: ero talmente entusiasta del Buddismo che non vedevo l’ora di rendere partecipi lui, la sua famiglia e gli altri italiani che vivevano a Melbourne. Mi trasferii in Australia e vissi là un periodo importantissimo per la mia nuova fede: non conoscevo l’inglese e, proprio nel momento in cui non avevo altro mezzo di comunicazione al di fuori del Daimoku, mi resi conto di quanto la pratica buddista rappresenti un elemento di unificazione per le persone che appartengono a popoli e culture diverse. Dopo sei mesi, visto che il nostro permesso di soggiorno era scaduto, ritornammo a Genova, di nuovo ospiti di uno dei nostri figli.
Ben presto però ci rendemmo conto che era indispensabile trovare una casa nostra: ci rivolgemmo per questo ad una agenzia immobiliare e ci ritrovammo inseriti in una chilometrica lista d’attesa. Non ci scoraggiammo: determinammo di risolvere il problema entro una certa data. Il termine stava per scadere e della casa neppure l’ombra. Il giorno della “scadenza” l’agenzia ci chiamò per proporci l’appartamento di cui avevamo bisogno.
Proprio in quel periodo la mia pancia cominciò a gonfiarsi, mi rivolsi al mio medico che mi diagnosticò una forma di colite spastica e mi consigliò una terapia. Il tempo passava e per quanto io seguissi scrupolosamente la cura, non vedevo risultati. Mi rivolsi ad un altro medico che confermò la diagnosi precedente e mi prescrisse nuovi medicinali, ma la situazione continuava a peggiorare al punto che decisi di farmi ricoverare in ospedale per sottopormi ad esami più approfonditi.
Durante le sue visite mia figlia mi incoraggiava a recitare molto, ma io le rispondevo che in quella situazione non potevo fare di più.
Fu allora che seppi la verità: «Mamma – disse – tu hai un tumore. Se non reciti muori!».
Fu una doccia fredda, dopo un primo momento di panico, mi resi conto che non c’era tempo da perdere, i medici, infatti, ritenevano non ci fosse più nulla da fare: né l’operazione, né la chemioterapia erano possibili. Il carcinoma ovarico aveva ormai prodotto metastasi che avevano invaso il mio organismo: avevo due mesi di vita. La paura di morire si alternava a momenti di lotta: ma prevalse l’attaccamento alla vita.
Venne a trovarmi il vice direttore della ISG Kanzaki che, tra le altre cose, mi incoraggiò a rinascere, cioè a ritrovare in me la gioia di vivere e a sviluppare il mio senso di missione: dovevo guarire per poter aiutare gli altri. Visto che mi era stato consigliato di recitare non mentalmente, ma almeno bisbigliando, mi ritrovavo spesso, pur con discrezione, a fare Daimoku in presenza di altri: questa fu l’occasione per parlare di Buddismo anche ad altre persone ricoverate come me. Inoltre alzando il mio stato vitale iniziai a guardarmi intorno e scoprii la sofferenza di chi mi circondava. Capii che non stavo lottando per me sola e che la mia malattia mi avrebbe permesso di comprendere ed aiutare gli altri. Ricorderò sempre una notte in cui una malata di cirrosi epatica non riusciva a prendere sonno a causa del dolore. Mi avvicinai a lei e la invitai a recitare Daimoku con me: riuscì ad addormentarsi e il mattino seguente, dopo avermi confidato che fino alla sera prima era così distrutta da desiderare solo la morte, decise di iniziare a praticare e continua a farlo tutt’ora.
I medici decisero di dimettermi perché tutte le cure erano inutili. Recitavo sette-otto ore al giorno e, piano, piano scoprivo un amore sempre più intenso per la vita, in modo particolare per le piccole cose quotidiane, che prima davo per scontate. Avevo deciso di tentare il tutto per tutto e riuscii ad ottenere, in tempo record, una visita presso il Centro Tumori di Milano. La diagnosi fu la stessa, ma i medici ritennero opportuno tentare la chemioterapia. Dopo due cicli e un enorme numero di ore di Daimoku, la massa tumorale era diminuita al punto che l’operazione divenne possibile. L’intervento fu lungo e difficile, ma la mia famiglia mi sostenne recitando Daimoku. Uscii dalla sala operatoria estremamente provata, ma col desiderio fortissimo di lasciare l’ospedale entro breve per poter partecipare alla cerimonia di consegna dei Gohonzon che si teneva di lì a poco.
L’intervento non era stato sufficiente a debellare il male, fu necessario riprendere la chemioterapia e ancora una volta fare molto Daimoku, sostenuta dalla consapevolezza che Nam-yohorenge-kyo è come il ruggito di un leone e nessuna malattia può essere un ostacolo. Sembrerà strano, ma era un piacere per me andare in ospedale, di nuovo avevo l’occasione di portare avanti la mia missione offrendo, a coloro che incontravo, uno strumento per vincere la sofferenza.
Dopo sei mesi venni sottoposta a un intervento chirurgico esplorativo attraverso il quale scoprirono che nel mio organismo erano rimaste un 20% di cellule tumorali.
Dopo un anno un esame specifico: la laparoscopia rivelò all’interno del mio fegato la presenza di micronoduli, ammassi di cellule tumorali, che avrebbero potuto esplodere facendo precipitare la situazione.
Non furono loro a scoppiare, ma la mia fede.
Mi armai di pazienza per pulirmi con il Daimoku e la chemioterapia.
Sopportai altri cinque cicli che si protrassero per quattro mesi: ero sempre più debole, ma non stavo a letto, trascorrevo le mie giornate davanti al Gohonzon.
Ci vollero due anni per completare la pulizia e all’inizio del 2002 non esisteva più traccia del tumore.
Fu a quel punto che decisi di raccontare la mia esperienza ai lettori del Nuovo Rinascimento, affinché, ancora una volta, la mia malattia diventasse fonte di incoraggiamento non solo per chi lotta contro una malattia grave come la mia, ma anche per chi non ha ancora provato l’effetto rivitalizzante del Daimoku e della fede. Volevo rendere partecipi gli altri del mio entusiasmo, della mia voglia di vivere, della mia fiducia nel Gohonzon.
Non avevo tuttavia dimenticato le parole di Kanzaki e di Kaneda che mi avevano consigliato di non rilassarmi, dopo la guarigione, per almeno tre anni, ma di andare costantemente al di là dei miei limiti, facendo più di quello che potevo per eliminare le radici della malattia. Infatti così come è sufficiente una piccola radice per far rinascere la vita, e questo l’avevo sperimentato direttamente, allo stesso modo basta una radice altrettanto piccola perché il male possa rinascere.
Dalla mia guarigione sono trascorsi più di due ann, durante i quali ho continuato a recitare per estirpare la radice della malattia. Oggi, da un esame clinico che ripeto periodicamente, risultano di nuovo presenti piccole tracce tumorali.
La radice non è ancora stata completamente estirpata ma, sono trascorsi già cinque anni da quando la malattia mi fu diagnosticata. Non solo la mia vita è stata prolungata e si è completamente trasformata, ma oggi mi sento così forte da avere una incrollabile fiducia di risolvere completamente il mio problema.
Ringrazio tutte le persone che mi hanno sostenuto durante questo difficile e contemporaneamente creativo periodo della mia vita, voglio anche esprimere la mia gratitudine per gli amici di Genova e di La Spezia che hanno recitato Daimoku con me e per me in questi anni. (A. A.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Mi sono commossa.. Grazie per aver condiviso la tua profonda umanità e la tua compassione, oltre che l'entusiasmo per la vita e kosen rufu.😘

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  2. mariella bianchi7 ottobre 2015 09:51

    Grazie di qst preziosa testimonianza :-)

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  3. Grazie di CUORE, continua così <3

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  4. Grazie di cuore! !! Fabio

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