La vita in sé è gioia

di Giulietta

Quando mi sono avvicinata alla pratica buddista e ho letto per la prima volta la frase che “la vita in sé è gioia”, ho avuto qualche perplessità: mi sono venuti in mente momenti difficili del mio passato in cui c'era tutt'altro che gioia ed ho pensato che forse era una frase un po' azzardata.
Allo stesso modo mi sembrava improbabile che sarei riuscita a dare valore ad ogni momento della mia vita, riflettendo su quante volte avevo iniziato a fare qualcosa con un senso di peso e col desiderio che si concludesse quanto prima.
Questi “pensieri comuni” emergono quando viviamo con un approccio alla vita, che non appartiene al buddismo. A questa considerazione ci sono arrivata col tempo, grazie allo studio e all'approfondimento di tutto ciò che del buddismo accendeva in me qualche curiosità. E grazie anche al confronto con i compagni di fede, “più anziani” di me nella pratica e sempre disponibili all'ascolto.
Inizio con questo pensiero di Toda, grande maestro di saggezza e di coraggio: ”Ci sono due tipi di felicità: quella assoluta e quella relativa. Raggiungere la felicità assoluta è la più grande gioia nella vita, è realizzare la propria rivoluzione umana. Una fede fresca e vigorosa è la chiave per diventare immancabilmente felici. Con una convinzione incrollabile in questo, vi prego di condividere il buddismo del Daishonin con gli altri”.

La felicità relativa invece è quel senso di soddisfazione, gratificazione ed euforia che si prova per avere raggiunto l'obiettivo o avere realizzato un desiderio. Tuttavia, a causa della natura temporanea di tutto ciò, questo genere di felicità normalmente svanisce col tempo e tendiamo a diventare ancora più infelici. Se basiamo la nostra felicità sulla ricchezza, la fama, i beni materiali, le relazioni sentimentali, la salute, vivremo una vita infelice, perché dipendiamo da circostanze o persone esterne a noi, che prima o poi dovremo affrontare.
Il buddismo ci insegna che dentro di noi abbiamo il potenziale per vivere veramente felici, nonostante i problemi della vita quotidiana. E' così che raggiungiamo una felicità che non viene distrutta dalle circostanze esterne: recitando Nam myoho renge kyo riconosciamo di essere dotati di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici.
Nichiren ci ha insegnato la pratica più semplice che esista, alla portata di tutti: recitiamo mattina e sera, recitiamo quando stiamo affrontando una sfida o viviamo in piena crisi, recitiamo con gratitudine quando stiamo bene.
Grazie a Nam myoho renge kyo cominceranno a verificarsi dei cambiamenti: acquisendo saggezza e forza vitale, saremo in armonia con tutto ciò che ci circonda, attingendo protezione e fortuna.
Portando avanti la nostra pratica buddista, faremo emergere la condizione più elevata, la “felicità assoluta”, detta anche Buddità: uno stato di vita che ci permette di godere della nostra esistenza in qualunque circostanza.
Questo tipo di gioia «noi la otteniamo e la proviamo in prima persona, dipende solo e unicamente da noi stessi. […] La vera felicità non significa essere ora contenti e ora disperati. Vincendo la tendenza a incolpare dei propri problemi qualcun altro o qualcos'altro, lo stato vitale si dilata enormemente. […] Quando si pratica il Buddismo con questa determinazione tutte le lamentele scompaiono e il mondo di Buddità comincia a risplendere. A quel punto è possibile gustare liberamente tutta la gioia che deriva dalla Legge» (D. Ikeda, Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin).
Associato a questo pensiero ce n'è un altro, strettamente vicino: dare “valore” alle nostre azioni. All'inizio della pratica non è stato facile fare mio questo principio, perchè mi trovavo spesso a dover affrontare situazioni che non mi piacevano, che mi creavano ansia, o che svolgevo malvolentieri, perchè erano noiose o pesanti.
La perseveranza nella pratica aiuta a modificare la prospettiva con cui si affrontano e si valutano gli eventi. Se alla base del nostro stato vitale, qualunque esso sia, c'è la percezione della felicità “assoluta”, quella che ti fa stare bene solo perchè la vita è in sé gioia, tutto diventa più leggero e nello stesso tempo più apprezzabile, direi addirittura prezioso e “divertente”, come sostiene il presidente Ikeda.
Per una persona come me, con una famiglia a cui pensare, il lavoro e l'attività buddista, non è sempre facile occuparsi di tutto, ma se diamo ad ogni situazione il suo “valore”, ecco che si apre un mondo nuovo, fatto anche di pazienza, di accoglienza, di gioia. Stirare una gran quantità di indumenti, portare pesanti borse della spesa, mettersi in cucina a preparare la cena...diventano azioni più consapevoli e decisamente affrontate con maggiore serenità. Nel frattempo si può riflettere, pensare, recitare anche... Uscire per una commissione e incontrare un'amica, a cui poter dire che sono diventata buddista e che la mia vita è cambiata, dà luce ad un incontro casuale, valorizzandolo e creando gioia.
E' tutto legato alla nostra consapevolezza di appartenere ad un universo immenso, dove tutti gli esseri senzienti e non, sono collegati fra loro. E noi ne facciamo parte. Apparteniamo a questo mondo in cui i nostri desideri e le illusioni ci aiuteranno a conseguire la Buddità, esattamente così come siamo. Josei Toda sottolineava spesso questo aspetto: ”Le illusioni e i desideri sono illuminazione” e “le sofferenze di nascita e morte sono Nirvana” descrivono un tipo di vita in cui assaporiamo uno stato di felicità e una completa pace della mente, vivendo con le nostre illusioni e desideri così come sono [...]
L'illuminazione non è niente di straordinario. Dato che abbiamo illusioni e desideri, possiamo provare appagamento, e poichè ci sentiamo appagati, possiamo sperimentare la felicità. Svegliarsi ogni mattina con un senso di benessere fisico e con appetito, godere di ciò che facciamo ogni giorno e non sentirsi preoccupati o ansiosi per la vita: vivere in questo modo è illuminazione. Non è nulla di eccezionale. Non dobbiamo dare una cattiva interpretazione del principio “le illusioni desideri sono illuminazione” pensando che diventeremo degli esseri assolutamente straordinari”. Trovo che queste parole siano molto incoraggianti: ognuno di noi, senza fare nulla di impossibile, può conseguire lo stato vitale della Buddità e vivere felice, non come un traguardo da raggiungere per poi “riposarsi”, ma come ricerca continua, come un viaggio che non arriva mai alla conclusione.
Ieri sera ero ad un concerto di Vasco: ero felice di ascoltare la musica del mio cantante preferito, di vedere tante persone unite assieme da questo comune interesse, che ballavano e cantavano e io con loro. Ma ho capito che la mia grande gioia era sì determinata dal fatto di essere lì (felicità relativa), ma che poi il concerto sarebbe finito. La mia era una felicità più “ampia”, legata alla consapevolezza ed alla gratitudine per quei momenti e soprattutto al fatto di avere la vita.
Daisaku Ikeda dice che “i nostri sforzi per conseguire la Buddità nella forma presente sono sempre caratterizzati dalla gioia. Per esempio, quando facciamo fronte ai problemi e alle sofferenze direttamente e raccogliamo la saggezza per trovare un modo di superarli, quasi senza accorgercene arriviamo ad assaporare uno stato di gioia immensa. E le nostre vite traboccano di una potente forza vitale che ci consente di considerare ciò che ci è accaduto secondo una diversa prospettiva e affrontare tutto con facilità”.
Tolstoj diceva: ”Gioisci! Gioisci! Il lavoro della propria vita, la propria missione è una gioia. Gioire per il cielo, per il sole, per le stelle, per le piante, gli alberi, gli animali e per i propri compagni. Sii sempre attento che nulla distrugga questa felicità. Se venisse distrutta, significa che in qualche modo hai fatto un errore. Trova quell'errore e correggilo”.
E, trovato l'errore, si riparte e si ridetermina!
“Un concetto fondamentale per chi pratica il buddismo si riassume in quattro brevi parole: da ora in poi. Significa che puoi trasformare la tua vita da questo preciso istante, indipendentemente dal tuo passato e dalle circostanze che finora hanno gravato sulla tua esistenza. Significa che ciò che hai realizzato fino a oggi non rappresenta tutto ciò che sei capace di realizzare, ma solo una minima parte. La libertà profonda di cui parla il buddismo è proprio la possibilità di attingere a una parte di noi non contaminata dal passato, dalle esperienze, dalle illusioni della mente che ci portano a rinnegare che possiamo essere e diventare “altro”.
È questa l'oscurità della nostra vita a un livello profondo: è il non riconoscere infinite potenzialità della nostra vita. È quella battaglia che si svolge all'interno di noi tra una parte che ci incoraggia ad andare avanti e l'altra che ci ripete incessantemente che non cambierà mai niente, perché in fondo in fondo non lo meritiamo. Quando siamo i primi a non credere in noi stessi, l'ambiente circostante non crederà in noi. In qualunque battaglia, se venite sconfitti, in realtà voi stessi vi siete sconfitti prima che lo faccia il vostro avversario. Non dovete permettervi di soccombere alla pressione circostanze avverse. Quello è il momento di rinnovare il vostro impegno di vincere, il momento di trovare l'ardente desiderio di vincere”. (NR n.497, pag.18/19)
Scrive Daisaku Ikeda: «[La Buddità] è la gioia delle gioie. Nascita, vecchiaia, malattia e morte cessano di essere sofferenze, diventando parte della gioia di vivere. La luce della saggezza illumina l’intero universo, respingendo l’innata oscurità della vita. Lo spazio vitale del Budda si unisce e si fonde con l’universo. Il nostro io diventa l’universo stesso, e in un singolo istante il flusso vitale si espande fino ad abbracciare tutto ciò che è passato e tutto ciò che sarà in futuro. In ogni momento del presente, l’eterna forza vitale dell’universo si riversa come una gigantesca fonte di energia». (foto di Giulietta)
stampa la pagina

Commenti