Fedele a me stessa

Un uomo e sua moglie sono sempre uniti come il corpo e l’ombra, come i fiori e i frutti o come le radici e le foglie, in tutte le esistenze. Gli insetti si nutrono degli alberi in cui vivono e i pesci bevono l’acqua nella quale nuotano. Se l’erba appassisce, le orchidee soffrono, se i pini sono fiorenti, le querce gioiscono. Persino gli alberi e l’erba sono uniti così strettamente. L’uccello chiamato hiyoku ha un corpo e due teste: entrambe le sue bocche nutrono lo stesso corpo. I pesci hiboku hanno un occhio solo, così il maschio e la femmina restano insieme per tutta la vita. Un marito e una moglie dovrebbero essere come loro.

Dal Gosho Lettera ai fratelli

In questa epoca siamo testimoni di una grande confusione di valori e il rapporto di coppia ne è stato investito in pieno. Che la felicità nell’amore non duri un attimo, ma sia stabile per tutta la vita è un sogno continuamente rincorso, che a molti sembra impossibile da realizzare.
Prima di iniziare a praticare il Buddismo sia io che mio marito avevamo alle spalle un matrimonio fallito e una vita sentimentale tutt’altro che tranquilla e felice; ora, invece, abbiamo due bambine nostre di 5 e 6 anni e un figlio (di Mario) di 21. Per quanto mi riguarda, ero incapace di impegnarmi fino in fondo nell’affrontare le difficoltà di un rapporto di coppia, nell’illusione che, cambiando continuamente partner e situazioni sentimentali, si potessero risolvere i problemi.
La prima volta che lessi questo brano del Gosho mi sembrò strano e un po’ incomprensibile: come si fa a restare insieme felicemente per tutta la vita? Nella mia famiglia si sono separati tutti: i genitori, i fratelli, i cugini. Non ci sono esempi di un’unione familiare felice. Inoltre con la mia formazione culturale di femminista e di donna politicamente impegnata, le parole del Gosho «un uomo e sua moglie sono sempre uniti come il corpo e l’ombra» mi sembravano riproporre il ruolo subalterno della donna, negando le sue recenti conquiste culturali e sociali. Tutto questo mi faceva rabbia, ma sentivo che doveva esserci una spiegazione più profonda che ancora non riuscivo a comprendere. Con la convinzione che recitando Nam-myoho-renge-kyo avrei potuto trasformare le mie tendenze, anche se forti e profonde, ho deciso di costruire una vita familiare che fosse finalmente piena e felice.
Così, dopo due anni e mezzo di pratica buddista mi sono risposata, con la consapevolezza che questa volta non mi sarei arresa, anzi sarei andata assolutamente fino in fondo, cogliendo ogni occasione per affrontare e trasformare col potere della fede e della pratica le difficoltà che il nostro rapporto avrebbe inevitabilmente incontrato. Ho sperimentato così più volte che, basandosi sul Daimoku, al rancore e al fastidio si sostituiscono rispetto e solidarietà, alle tendenze aggressive e difensive, lealtà, amicizia e fiducia assoluta.
Nel Gosho si legge: «Un uomo e sua moglie sono sempre uniti». Oggi posso dire che “uniti” non significa rimanere nella stessa casa senza separarsi, ma piuttosto che, come afferma Nichiren Daishonin, «entrambe le bocche nutrono lo stesso corpo». Questo implica che i problemi non siano mai solo dell’uno o dell’altro, ma piuttosto di quel “corpo”, cioè di quel rapporto o di quel matrimonio: così non si è uniti solo nei momenti in cui ci si sente in armonia e tutto va bene. Mantenendo questo atteggiamento ho verificato che l’amore e l’armonia sessuale, così come la fede, non invecchiano né diminuiscono, ma aumentano, si approfondiscono, migliorano di qualità, si radicano sempre di più.
Oggi, posso dire che con il Buddismo ho imparato che esiste un concetto di fedeltà più profondo, che è la fedeltà alle proprie scelte, a se stessi, ai propri ideali, a ciò che si è deciso di avere, alla propria felicità qualunque cosa accada e che solo con questa consapevolezza è possibile costruire un’unione felice e duratura.
di Floriana Fasan Becagli
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