Mi stavo perdendo qualcosa

Ho iniziato a praticare alla fine del 2001, stavo malissimo e mi sono attaccata alla pratica come un naufrago che trova un salvagente durante una tempesta. Seguivo tutte le indicazioni e i consigli sulla pratica buddista, pur mantenendo un atteggiamento cauto e vigile nei confronti dell'organizzazione: avevo avuto esperienze negative in questo campo e volevo capire bene con chi avevo a che fare. Mi aspettavo, per esempio, che prima o poi mi venissero chiesti soldi, invece tutto quello che i miei compagni di fede facevano era invitarmi con gentilezza alle riunioni e regalarmi le nostre riviste. Cominciai a provare i primi benefici della pratica e a costruire la mia fede; le persone che frequentavo mi piacevano sempre di più, mi sentivo circondata da autentico calore umano. L'unica cosa che proprio non potevo sopportare era il "martellamento" continuo a proposito del presidente Ikeda. Lì la mia arroganza esprimeva il meglio di sé e poi il "loro" sensei somigliava al mio ex suocero e questo non mi aiutava di certo. L'ambiente ce la metteva tutta per scoraggiarmi, sentivo fare affermazioni spesso discutibili. Non ho mai manifestato apertamente i miei pensieri, ma quello che passava nella mia mente ve lo lascio immaginare...
Il mio rapporto con il maestro ha avuto diverse fasi: sono passata piano piano dal vedere questa relazione come un "pericoloso culto della personalità" al pensare che era una "cosa da giapponesi", di cui io, occidentale e laureata in filosofia, non avevo certo bisogno. La scintilla è scattata a un corso a Trets, quando, durante il "solito martellamento", mi è venuto il dubbio che forse mi stavo perdendo qualcosa. Tornata a casa ho cominciato a desiderare di capire meglio e a fare azioni coerenti con questo desiderio. Cercavo di leggere gli scritti di Ikeda con meno superficialità; in particolare, grazie alla Nuova rivoluzione umana questa figura ha cominciato ad assumere una connotazione diversa: altro che culto della personalità, erano narrate anche le brutte figure di questo gruppo di persone, che per la prima volta si allontanava dal Giappone per propagare il Buddismo, e quindi pasticciava col fuso orario, sbagliava aeroporto e così via. Ho anche conosciuto gli sforzi e le sfide del presidente Ikeda, che era malato e aveva spesso la febbre. Nel frattempo mi avevano affidato la responsabilità di un gruppo, composto da me e da un altro membro del mio paese. Appena sono comparsi i primi principianti l'attività è cresciuta a ritmi febbrili, leggevamo Gongyo lentamente per insegnarlo alle varie persone e recitavamo tanto Daimoku. La mia vita era ancora un gran guazzabuglio, le persone nuove andavano sostenute, e recitando Nam-myoho-renge-kyo per la loro felicità ho sentito che stavo facendo quello che il presidente Ikeda faceva per me. In quel momento è cambiato qualcosa nella mia vita, qualcosa che ha continuato a crescere e spero possa continuare a crescere sempre.
Nella mia vita personale, uno dei benefici era stato la possibilità di andare in pensione anticipatamente e a un'età decisamente giovane, grazie a una causa di servizio. Avevo il desiderio di trovare un nuovo lavoro, per utilizzare le energie e le capacità che, grazie a una pratica costante e a tanta attività, emergevano dalla mia vita, ma concretamente non sapevo cosa fare e mi sarebbe piaciuto non buttare al vento tutto quello che avevo studiato in gioventù. Comunque il mio desiderio persisteva, anche se non aveva mai una forma definita, forse perché in fondo recitavo sempre per qualcosa di più urgente o più importante.
Poi due anni fa mi sono trovata in uno dei momenti più drammatici della mia vita (drammatico ma, grazie alla pratica buddista, non disperato) e mi sono sentita sola e abbandonata da tutti. Esaurite, per fortuna in breve tempo, rabbia e lamentela, mi sono detta che io, comunque, avevo tutto quello di cui avevo bisogno: il Gohonzon, il Gosho e il mio maestro accanto a me! Leggevo e rileggevo le guide come uno che cerca aria per non soffocare, ed è così che ho trovato una semplice citazione, di quelle che ogni tanto sensei sembra lasciar cadere lì casualmente, a disposizione di chi può averne bisogno; si trattava di una frase del libro di Lou Marinoff dal titolo Platone è meglio del Prozac. Così sono andata a leggermi quest'opera, ed è stata una rivelazione, era la risposta a quel desiderio finito in fondo alla lista dei miei obiettivi: la filosofia di cui si parlava nel libro aveva raggiunto campi concreti di applicazione nel settore delle relazioni di aiuto. Poiché nel libro c'era anche l'indirizzo e il numero di telefono di una scuola di Milano, ho chiamato. Mi sento dire che il corso ha la durata di tre anni e che bisogna frequentare un week-end al mese: per me che abito in Molise e che ho problemi di deambulazione era la cosa più complicata che ci fosse! Ho cominciato a raccogliere informazioni sui mezzi di trasporto possibili, aereo compreso, ma diventava tutto estremamente costoso. Continuando a recitare Daimoku capisco che voglio diventare felice, non complicarmi la vita più di quanto non sia già, e lascio perdere.
Intanto ho partecipato a due corsi, con tanto Daimoku e tantissima attività per gli altri. Al ritorno mi dico: «Ma perché devo rinunciare sempre alle cose a cui tengo? Se sono io che non decido perché poi accuso gli altri di avermi rovinato la vita?». Così chiamo di nuovo la scuola e scopro, tra le altre cose, che la stessa scuola a breve sarebbe stata attivata a Terni o a Perugia. A questo punto mi sono dovuta confrontare con l'ostacolo vero, la paura di non essere capace: «Ma dove vado, che tanto non posso camminare? Ho lasciato l'università da più di trent'anni, non mi ricordo niente... Figurati se questi mi accettano...». E poi recitando mi sono detta: «Beh, se non mi prendono, me lo dovranno dire loro!». Il risultato, per farla breve, è che a cinquantadue anni sono tornata a scuola per prepararmi alla nuova professione, devo sostenere gli esami del secondo anno e sto imparando a usare gli strumenti del counselling filosofico nelle relazioni di aiuto. Mi è stato chiesto di scrivere un articolo sul presidente Makiguchi per una rivista di counselling filosofico. E l'hanno chiesto a me, proprio a me che non sono all'altezza, che ho lasciato l'università da trent'anni e così via. Di nuovo la paura di non essere capace è tornata a farsi sentire, ma adesso so come superarla. Al fianco del maestro quale paura potrà essere di ostacolo? (L.D.G.)(dati modificati)
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