Osservazioni su mantra e daimoku

Valutazioni personali sui mantra in generale e il daimoku in particolare:
1. la recitazione di un mantra e, comunque, la pratica di una tecnica meditativa, tendono ad allentare i vincoli con i quali l'io imprigiona la capacità percettiva e l'intuizione profonda. Il mono-tono del mantra favorisce un certo rilassamento, anche fisiologico, e una certa pacificazione mentale, permettendo l'emersione di contenuti di solito nascosti alla coscienza ordinaria. La situazione formale della recitazione assomiglia ad una condizione di 'deprivazione sensoriale', cioè non sono presenti particolari stimoli sensori e distrazioni e, quindi, il mondo esterno perde una parte della sua presa sull'esperienza vigile. Al contempo la vigilanza rimane - se non si cade in uno stato di sonno - e quindi l'osservazione tende a focalizzarsi sui contenuti interiori piuttosto che su quelli esteriori. Questo spiega l'emersione che talvolta si verifica anche di contenuti spiacevoli, di attacchi di panico o altro: venendo meno il controllo cosciente, viene fuori quello che c'è immediatamente sotto, nelle zone sub-coscienti, altrimenti nascosto o coperto per motivi difensivi o di 'rimozione'. Possono rendersi evidenti anche emozioni positive, ricordi, pensieri, qualche volta sogni ad occhi aperti oppure, se si va abbastanza nel profondo, piccole o grandi 'illuminazioni' nello stile dei Pratyekabuddha: cioè intuizioni più o meno parziali o ampie sulla natura del reale e su sé stessi.
2. Ogni tecnica meditativa e ogni mantra hanno un significato e privilegiano una particolare visione del mondo, del divino, dell'illuminazione: è come se si trattasse di farmaci diversi, di medicine differenti, con indicazioni e posologie specifiche. Qui rientriamo nel discorso sugli Upaya, gli 'espedienti', ripreso anche dal Buddha quale 'bravo medico' in grado di prescrivere la giusta medicina. Tenuto fermo quanto anzidetto sull'effetto fisiologico e psichico delle tecniche di meditazione in generale, dunque, dobbiamo anche tener conto del proposito e dell'effetto della singola tecnica per cercare di comprenderne il significato specifico. Il discorso sarebbe lungo, ma potremmo analizzare lo slancio devozionale del mantra "Hare Krishna", il desiderio di vedere oltre l'illusione delle forme implicito in "Om Mani Padme Hum", oppure l'affidamento al divino quali creature piccole e insufficienti espresso nel mantra esicastico cristiano "Kyrie Eleison". Nel nostro caso potremmo dire che "Nam Myoho Renge Kyo" indica la dedizione e la sintonia con la Legge Mistica e Misteriosa dell'Esistente come lo scopo stesso della vita, il più profondo, il più ampio, il più reintegrativo, quello alla base di tutti gli altri.
3. Secondo me non bisogna, recitando il Daimoku, cercare di avere un atteggiamento piuttosto che un altro al di là delle semplici regole di base: voglio dire che il mono-tono, la concentrazione sul mandala e l'immobilità della posizione a mani giunte - anche se imperfette e non osservate con estremo rigore - tendono comunque a produrre gli effetti accennati al punto 1. Non si tratta di effetti difficilissimi da raggiungere, tutti li abbiamo sperimentati. L'importante è accettare e osservare quanto accade: talvolta si è concentrati, talaltra distratti, annoiati, smaniosi, angosciati, duri, aperti, felici, illuminati, sereni e via dicendo. Tutto questo fa parte di 'Kanjin', l'osservazione di noi stessi proprio come siamo. Secondo me non dovremmo cercare di essere diversi o di seguire un modello ideale di recitazione. Se ci 'guardiamo allo specchio' non dovremmo interporre maschere.
4. Più difficile è recitare realizzando consapevolmente il 'significato' di Nam Myoho Renge Kyo, cioè la sintonia con il Mistero della Vita. Qui entriamo nel senso mistico vero e proprio della nostra tecnica, connesso con l'altro scopo di Kanjin: osservare sé stessi non soltanto per vedere il trambusto e l'alternarsi dei 'nove mondi' e delle 'otto coscienze', ma riuscire a scorgere il 'decimo mondo', la buddhità, e la 'nona coscienza', quella Amala, cioè l'Incontaminata. Il punto è che l'osservazione del 'piccolo io' dovrebbe permettere la sua purificazione, l'autoconoscenza e il distacco dalla mutevolezza dei 'cinque aggregati', dando la possibilità di scorgere il fondamento, eterno e immutabile, il Vero Io, il Sé. Normalmente invece ci si ferma ai primi effetti della tecnica e si viene attaccati dai 'demoni': cioè quanto emerge tende ad avere il sopravvento sulla qualità della pratica. Per esempio una paura, una rabbia o un desiderio di potere, cioè il 'mondo di animalità', di 'collera' o quello di 'avidità' venuti alla luce durante la recitazione vengono a colorarne l'intenzionalità, coprendo il vero significato di Nam Myoho Renge Kyo. E' per questo che il buddhismo deve poter viaggiare sui tre binari di pratica, fede e studio, così che il corpo, il cuore e la mente si sostengano e si bilancino l'un l'altro nel cammino evolutivo della conoscenza di sé e del Sé. E' per questo che è anche importante il confronto con gli altri, con il Sangha, la comunità di chi condivide gli stessi intenti o interessi. Da soli spesso si rischia di perdere l'obiettività della visione oppure si diventa unilaterali, come talvolta fanno gli auto-didatti.

[via | Maurizio]

Commenti

  1. Grazie per queste osservazioni, mi sono state davvero molto utili alla comprensione.
    E grazie in generale per questo sito di approfondimento e riflessione.

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  2. Grazie veramente interessante e illuminante!
    Grazie di cuore 🙏

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