Benefici e demoni

Il beneficio supremo, lo scopo della pratica buddhista, è la famosa Illuminazione che potremmo ancora una volta ipotizzare come uno stato di integrazione con la vita, di fusione degli opposti, di compenetrazione consapevole microcosmo-macrocosmo, eccetera. Credo che il superamento delle illusioni e il raggiungimento dell'Illuminazione siano, in fondo, contemporanei aspetti di un'unica medaglia. Come tutte le aspirazioni umane, però, anche questo eroico traguardo può essere occultato da fraintendimenti, visioni diverse e contraddittorie, meccanismi condizionanti. Per esempio, recitando Daimoku per ore - come può accadere utilizzando anche altre tecniche meditative - è possibile che si entri in uno stato euforico, di esaltazione. Una litania mantrica ripetuta per molto tempo, invece che accrescere la capacità di osservare la propria mente e conoscere meglio sé stessi, potrebbe condurre ad una sorta di auto-ipnosi: il mantra è una medicina e, come tutti i farmaci, può avere le sue controindicazioni. Lo dice anche Nichiren quando scrive che se si recita Nam Myoho Renge Kyo credendo che la Legge Mistica sia qualcosa di esteriore, quindi senza scavarsi dentro, si sta seguendo soltanto un 'insegnamento provvisorio' oppure una 'dolorosa austerità'. Come accorgersi che non si sta cadendo in uno di questi stati illusori? Qui torna comoda la 'prova concreta' del cosiddetto beneficio: se la nostra vita - grazie alla pratica buddhista - mostra un miglioramento nei rapporti con gli altri, significa che non ci stiamo chiudendo, che stiamo diventando più benevolenti, che stiamo superando le nostre preclusioni. Se diveniamo più attivi nei settori concreti della vita, significa che non ci stiamo isolando dal mondo. Se riusciamo ad affrontare difficoltà che prima ci avrebbero schiacciato, significa che stiamo crescendo in forza, determinazione, speranza. Se accade qualcosa di imprevisto che ci aiuta in maniera inaspettata e miracolosa, significa che riusciamo ad attivare gli elementi mistici dell'esistenza e a migliorare il nostro karma oscuro. Se questi riscontri non ci fossero, dovremmo interrogarci: credendo di seguire il cammino della Liberazione, ci stiamo forse chiudendo, entrando nell'arroganza, isolando, esaltando? Guardando cosa accade concretamente nella nostra vita di tutti i giorni abbiamo una sorta di cartina di tornasole dell'equilibrio interiore raggiunto. D'altro canto, come è accaduto a Shakyamuni, andando a fondo in sé stessi, accade anche di affrontare ostacoli, forze 'demoniache', 'fantasmi della mente'. Anzi, è giocoforza incontrare delle resistenze al nostro sviluppo: il percorso dell'Illuminazione è individuale ed è sempre originale, nel senso che si segue sempre - nell'ambito della propria vita - un sentiero non tracciato, come fossimo esploratori e ci facessimo largo nella foresta. Anche facendo psicanalisi si incontrano resistenze: la struttura profonda della mente e dell'io, gli attaccamenti, reagiscono, chiudono, mascherano, addirittura aggrediscono. Tanto più nel buddhismo, dove si vuole rivoluzionare l'intera vita e non si ritiene fondata la distinzione fra interno ed esterno, individuo e ambiente: le citate resistenze si manifesteranno quindi non soltanto nella psiche, ma anche nelle situazioni contingenti, negli eventi cosiddetti 'oggettivi', nelle persone incontrate. Anche qui, comunque, praticando il buddhismo, sarà presente il beneficio di intravvedere un messaggio sottostante gli eventi negativi, la richiesta di cambiamento sottintesa, la possibilità di reintegrazioni più profonde e più vaste nell'ambito del nostro modo di essere e di rapportarci. Se non vedessimo il negativo, come potremmo trasmutarlo? E il negativo è sempre profondamente connaturato con il nostro karma, quindi non è mai per caso.

[via | Maurizio]
stampa la pagina

Commenti