Socialmente desiderato

Ho vissuto un'infanzia felice, primo di tre figli, una famiglia modesta, una buona educazione, genitori che non ci hanno mai fatto mancare nulla.
Avevo fretta di crescere, una fretta che condizionò il mio futuro. Ho avuto due storie importanti, e da ognuna di queste ho avuto un figlio. Ma non avevo la maturità giusta per assumermi queste responsabilità, quindi fuggii in entrambi i casi, sconfitto, affranto e divorato dai sensi di colpa. Mi lasciai andare completamente. Una vita senza regole. Non una storia, ma due, tre. Senza fine, senza freni.
Nel 1995 il brusco risveglio. Dopo un lungo periodo di febbre senza una comprensibile causa, curata con i farmaci prescritti dal medico di base, decisi di ricoverarmi in ospedale. Era l'agosto del 1995. Ero molto preoccupato. Reparto infettivi. Si percepivano nell'aria la sofferenza e l'impotenza. Mentre percorrevo il lungo corridoio mi accompagnava il canto di un ragazzo. La voce non più chiara, affaticata. Una vecchia canzone di Battisti. Metteva una grande tristezza, morì due giorni dopo.
Iniziarono subito le analisi. Ogni giorno un prelievo. E l'attesa. Il silenzio. La paura. Il 12 agosto mi diedero il risultato degli esami. Una dottoressa del reparto, affiancata da un collega psicologo, mi rivelò la causa della mia febbre persistente. Ero stato contagiato dal virus HIV. Avvertii una sensazione che non dimenticherò mai per tutta la vita. Mi si tapparono le orecchie, un ronzio fortissimo e la sensazione di precipitare. Giù, senza arrivare mai. Fu come ricevere uno schiaffo enorme dalla vita. Compresi la gravità della situazione e nonostante il dramma, nonostante la malattia progredisse inesorabile, mi misi subito alla ricerca. Mi documentai innanzitutto sulla malattia, sulla sua progressione, sulle terapie alternative, ma soprattutto su cosa voleva insegnarmi. Perché questa malattia e non un'altra?
Ero in uno stato di profonda solitudine. Mi ero isolato, allontanato, socialmente indesiderato. Evitato per la paura di affrontare con me il mio dramma. Una disperazione senza più lacrime. Ma non potevo perdere tempo. Ogni giorno poteva essere l'ultimo. Entravo e uscivo dall'ospedale. In AIDS conclamato per due anni di seguito. È stato un cammino lungo e difficile. Sono stati anni di farmaci, anni di sofferenza e fallimenti terapeutici.
Nel 1997 conobbi quella che oggi è mia moglie. Mi è sempre stata vicino. La resi subito partecipe del mio dramma, ma non si lasciò intimorire e decise di amarmi.
Il mio cammino è proseguito; le cure anche, ma con risultati poco soddisfacenti. I farmaci che assumevo non avevano nessuna efficacia sul virus, che dopo un certo periodo tornava a replicarsi.
Era una sfida. Le mie difese immunitarie erano sempre basse. I test confermavano che il virus era resistente ai farmaci. Andavo avanti grazie alla mia continua ricerca che mi ha portato a conoscere tanti insegnamenti provvisori, e come tali con un limitato beneficio. Una sfida che alla lunga mi ha logorato. Sentivo che le forze mi abbandonavano e io stavo mollando: non ce la facevo più. Stavo perdendo la mia sfida. Era il luglio del 2005, e proprio allora, nel momento più buio, incontrai la pratica buddista. Ovviamente a farmi shakubuku è stata Carla, mia moglie. Tornò una sera a casa con un bigliettino scritto frettolosamente da un nostro amico farmacista. Nam-myoho-renge-kyo. Parole senza senso, senza un significato. Non immaginavo dove mi avrebbe portato. L'ho accolta con discrezione, in attesa che rivelasse la sua natura. Non avevo molte speranze, ma mi sono aperto e ho aspettato. In quel periodo mi avevano comunicato l'ennesimo fallimento della terapia, e dovevamo pazientare per la nuova in quanto questi farmaci non erano ancora disponibili per la sperimentazione.
Decisi di iniziare a praticare questo Buddismo. Iniziai recitando per qualche minuto al giorno. Poi sempre di più. Un impegno sempre maggiore. Prima solo al mattino, poi anche alla sera. Prima solo Daimoku, poi anche Gongyo. Cominciai a frequentare insieme a mia moglie il gruppo di membri che frequentava l'amico farmacista. Non mi aspettavo nulla, ma cominciarono ad arrivare dei segnali. Il mio stato vitale era decisamente più elevato e miglioravano anche le mie condizioni fisiche. Se era la prova concreta che cercavo questi erano dei segnali inequivocabili. Misi il mio primo obiettivo.
Recitavo con la determinazione di avere al più presto la nuova terapia. Ero determinato ad accettare la nuova cura. Il mio stato vitale era così elevato da permettermi di realizzare le mie aspettative. Questa volta sentivo che era quella giusta. Il 28 novembre 2005, dopo appena tre mesi di pratica, si materializzò il mio desiderio. Iniziai la nuova terapia.
Decidemmo, io e Carla, di ricevere il Gohonzon. Lo ricevemmo il 29 dicembre 2005 e cominciai a recitare con l'obiettivo di guarire. Dopo un solo mese di terapia la viremia ebbe un tracollo. Il virus non aveva più la forza di replicarsi, le mie difese tornarono nuovamente a salire. Oggi, da quel 28 novembre 2005 la viremia non è più rilevabile. Le mie difese immunitarie hanno raggiunto livelli che non vedevo più da oltre dieci anni.
Leggevo da Risposta a Kyo'o: «Una spada sarà inutile nelle mani di qualcuno che non si sforza di lottare. La potente spada del Sutra del Loto deve essere brandita da un coraggioso nella fede. Allora egli sarà forte come un demone armato di una mazza di ferro» (NR, 348, 18). Cominciavo a percepire il vero significato di questa frase.
Ero felice, ma non abbassai la guardia. Il mio obiettivo era la guarigione. La mia pratica quotidiana mi stava dando sempre più la forza e l'energia per centrare l'obiettivo. Una sfida iniziata undici anni fa, vissuta e combattuta giorno per giorno con l'idea di trovare la via definitiva. E quel Nam-myoho-renge-kyo scritto di fretta dall'amico farmacista si rivelò la via definitiva.
Decisi a questo punto di mettere a disposizione di tutti la mia esperienza. Iniziai a recitare Daimoku, chiedendo al Gohonzon di aprirmi la strada per realizzare questo mio grande desiderio. Ho parlato quindi con i medici dell'ospedale dove sono seguito, che entusiasti hanno accolto la mia richiesta di costituire un'associazione di auto-aiuto per tutti coloro che si trovano ad affrontare il dramma del primo impatto con la sieropositività. Accettai molto volentieri di essere d'aiuto e di supporto al reparto. E insieme a questa meravigliosa opportunità accettai altrettanto volentieri anche la corresponsabilità di un gruppo, come l'occasione di fare attività di protezione nello staff Prometeo.
All'inizio facevo fatica a capire come potevo essere d'aiuto al gruppo. Come potevo mettere a disposizione la mia esperienza. Recitando Daimoku, la risposta non tardò molto ad arrivare. Le mie esperienze hanno portato a modificare ed esaltare un lato della mia persona: quello del "padre" attento e protettivo. Ecco la risposta. L'attività Prometeo mi ha permesso di capire pienamente l'importanza che ha la protezione sui membri del gruppo. Quindi proteggendo sinceramente gli altri metterò delle cause fondamentali per la completa e definitiva guarigione.
La nuova sfida è cominciata. Questa è la mia esperienza e questo sarà il mio impegno. (M.G.)(dati modificati)
stampa la pagina

Commenti

  1. Bellissimo....emozionante...grazie dal profondo del cuore ❤

    RispondiElimina
  2. Grazie! Vinciamo! Anche io sono con te!

    RispondiElimina
  3. Grazie! Vinciamo! Anche io sono con te!

    RispondiElimina
  4. Daniela, La Spezia24 giugno 2015 18:25

    Grazie di aver condiviso un'esperienza così difficile ma di enorme incoraggiamento!!

    RispondiElimina

Posta un commento