La quiete dopo la tempesta

Un’esistenza burrascosa fatta di malattie e storie con uomini sempre violenti. Poi l’Aids, la manifestazione fisica di una profonda sofferenza spirituale. Ma, come recita una poesia del presidente Ikeda, «più buia è la notte, più vicina è l’alba». E, proprio nel momento più difficile, è spuntata l’aurora.

Dall’agosto del 1999 che so di essere malata di Aids. Poco tempo prima, ero arrivata al punto di essere proprio stufa di sopportare le continue malattie che mi accompagnavano fin dalla nascita. Per una coincidenza mi è capitato di andare ad un corso della Divisione donne e così ho deciso di chiedere un consiglio al direttore della ISG, che era lì con noi. Tra le cose che mi disse, una mi entrò nel cuore come una freccia. Dedicare ogni istante della vita a kosen-rufu... Cercai di capire il significato di questa frase concentrandomi soprattutto sul verbo dedicare. Non è stato facile capire cosa vuol dire dedicare, ma alla fine ho capito una cosa molto semplice che non mi ha più abbandonato e che ho cercato di trasmettere agli altri: dedicarsi al Gohonzon è il vero scopo e la vera gioia della vita. Sinceramente. Con fiducia. È stato come riemergere alla luce dopo una lunga immersione. E dopo cinque mesi mi è esplosa la malattia, l’Aids.
Quale poteva essere il legame tra questa gioia ritrovata e una malattia così grave? Ho capito che per me, la malattia, che è una sofferenza del corpo, ha sempre nascosto una sofferenza verso la vita, che sono poi io, l’ambiente che mi circonda, i miei rapporti con gli altri. Questa debolezza l’ho sempre manifestata nella materia, cioé nel mio corpo, ma era, è, la vita ad essere malata. Nel corpo si vede la sofferenza, ma il vero male è nascosto. Questa era la risposta alla mia domanda e ho capito che attraverso la malattia mi si presentava una grande occasione.
La mia autodistruzione, che si traduceva nel non mangiare, nel trascurarmi, nel tentare di morire, è stata in realtà una spinta ad andare avanti. Ho vissuto 42 anni senza sapere cos’é la vita, senza credere in me stessa, vedendo ogni cosa con superficialità, combattendo un matrimonio sbagliato, ero stanca di tutto, e non avevo niente per cui valesse la pena vivere. Quando mi hanno parlato del Buddismo mi sembrava di vivere in un vuoto. Niente e nessuno, tantomeno le cose materiali, portava luce nella mia vita. Ho iniziato subito a praticare e da subito, senza che nessuno mi dicesse niente, ho cominciato a recitare tre ore di Daimoku al giorno. Mi sentivo meglio, sollevata. Mi sembrava di aver trovato, finalmente, una cosa preziosa. Leggevo i Gosho, trovavo scritto che non bisogna mai lamentarsi né smettere di praticare e io seguivo quelle parole alla lettera e aumentavo il Daimoku. Ho così scoperto d’avere una grande determinazione. Ho cominciato a praticare nel maggio del 1998.
Nel febbraio dell’anno successivo sono cominciati i sintomi della malattia e quando ho saputo che ero malata di Aids avrei potuto richiudermi in me stessa e concentrarmi sul male. Ma era già avvenuta in me una radicale trasformazione che mi ha permesso di usare la sofferenza per far nascere la gioia. La mia vita non era la malattia. Dovevo godere fino in fondo ogni istante, con gioia. Ho cominciato a viaggiare, a lavorare bene e con soddisfazione, ho cominciato ad avere veri amici. Pian piano recuperavo il mio spirito e quando finalmente l’ho sentito forte e gioioso ho cominciato a dedicarmi al corpo. Lo volevo nutrire bene e volevo essere bella. Ho cominciato con la macrobiotica, poi l’omeopatia, la mia pelle è diventata lucente e io, nonostante il male, mi sentivo bene.
Io definisco l’Aids la sofferenza spirituale del nostro secolo, ci si ammala e si è portati a riflettere sui veri valori della vita che prima non vedevi oppure semplicemente trattavi male. La gratitudine verso la propria vita è al centro di ogni cosa. Ma non solo la tua, ma quella degli altri, dell’ambiente, di ogni forma di vita animata e inanimata.
In tutti questi anni spesso sono emersi dei sintomi collaterali alla malattia, ma a differenza del passato, questa volta gioivo perché sapevo che era un’occasione per pulire il mio karma. Non avevo dubbi su questo, e poi c’è quella frase di Ikeda che dice che «più buia è la notte, più vicina è l’alba», e io ci credevo. Doveva essere così, nonostante la sofferenza, nonostante i dubbi, che anche gli altri dimostravano, quello che mi stava succedendo non era altro che un’occasione.
Non ho mai perso la fiducia, sapevo di essere sulla strada giusta. E tutto questo si racchiude in un concetto: voglia di vivere. Ogni volta che ero colpita da una nuova malattia, in genere generata dall’assenza di autodifese, aumentavo il Daimoku e in un mese con cinque ore di Daimoku costante ho superato un’epatite B e un’epatite Delta. È una doppia infezione da cui è difficile uscire. Ho capito che la cosa importante è la ricerca spirituale della vita, per me l’occasione è rappresentata dalla malattia che mi permette di arrivare al centro della vita. E anche quando guarirò so che continuerò verso questo centro, perchè l’esistenza diventa importante e di valore solo se si desidera con tutto il cuore questo centro, questa verità. Io mi affido in ogni istante al Gohonzon, bisogna assolutamente affidarsi al Gohonzon perché è Nammyoho-renge-kyo e la vita è Nammyoho-renge-kyo, il mio sangue è Nam-myoho-renge-kyo, le mie ossa sono Nam-myoho-enge-kyo.
Dall’agosto del 1999 a oggi ho incontrato vari ostacoli, ho attraversato varie fasi della mia vita interiore e sono arrivata al punto di accettare la morte. Non è importante quanto io viva, ma come io vivrò fino all’ultimo istante. La consapevolezza di morire ha rischiarato le mie azioni, mi ha dato forza, mi ha fatto vedere cose che fino ad un istante prima erano ombra.
Durante l’evoluzione del male, i medici mi hanno proposto di seguire la terapia dell’Azt. Non penso sia molto importante spiegare di che tipo di cura si tratti, la cosa rilevante è che sapevo che con questa medicina si avevano molti effetti collaterali. Ho accettato la terapia, ma ho chiesto al Gohonzon di non farmi avere gli effetti collaterali. Ho passato quel periodo curando il corpo con le medicine e lo spirito col Daimoku. Quando è arrivato Ikeda ho smesso con la cura perché avevo deciso di guarire. Non era una decisione presa col ragionamento, ma col Gohonzon. Da allora è passato un anno e mezzo e durante questo periodo non ho più avuto sintomi.
Non trascuravo niente che riguardasse la salute, anche nelle piccole cose, volevo sentire attimo dopo attimo l’unione tra il corpo e la mente. È importante avere un buon rapporto con tutto ciò che ci riguarda, come il cibo, le passeggiate, la cura di noi stessi.
Se guardo indietro mi sembra di vedere 42 anni buttati via, mentre gli ultimi cinque anni sono pieni di attività e di gioia. E così se da una parte ho accettato completamente l’atto di morire dall’altra mi è venuta così voglia di vivere che si è fatta strada l’idea che magari posso anche farcela. Sarebbe proprio bello arrivare a morire di vecchiaia e non di Aids.
Un po’ di tempo fa ho letto diverse volte il Diario giovanile del presidente Ikeda, e mi ha dato un gran coraggio. Pensavo che se ce l’aveva fatta lui potevo farcela anch’io. Questo mi serviva soprattutto in quei momenti in cui mi sentivo debole. Le sue esperienze mi rincuoravano e il Daimoku mi dava la forza e così riuscivo a fare tutto, a fare attività buddista, a lavorare, a curare la mia vita affettiva. Ero sempre piena di energia e sapevo che il mio sforzo poteva aiutare gli altri. C’era anche un grande desiderio di trasmettere forza e fede nel Gohonzon, sentimenti che in un certo senso sentivo di aver raggiunto e che potevo dare agli altri con l’esempio della mia vita.
Queste sono alcune delle mille cose che ho vissuto in questi anni, ma c’è un’altra cosa, per me altrettanto importante, che ho superato ed è il rapporto con mia madre e la conseguente relazione con gli uomini. Mia madre mi ha sempre trattata male, creandomi molti sensi di colpa. Era la sua sfiducia verso di me a farla comportare così e poi forse era una storia di generazioni che doveva essere pulita. Fin da piccola ho vissuto cose molto pesanti con gli uomini e lei mi colpevolizzava sempre. Ora che ho visto la nostra reciproca sofferenza, ho potuto sentirmi libera di volerle bene, di esprimerle tutto quell’affetto che avevo sempre represso. Sono riuscita a parlarle, le ho scritto una lettera dichiarandole il mio amore e chiedendole scusa per tutto il dolore che ho provocato. È molto importante vivere in armonia con la famiglia, me ne sono resa conto proprio recitando Daimoku per il mio male. Ho visto che verso mia madre continuavo a provare sofferenza, allora mi sono sforzata ancora di più nella pratica e nello studio. Nel Gosho Risposta a Kyo’o c’è scritto: «Credi in questo mandala con tutto il cuore», ci ho creduto e mi sono affidata completamente al Gohonzon. È stata un’opportunità in più per aprirmi e comprendere altre sfaccettature della vita. Alla fine, come dico io, ho tagliato il cordone di sofferenza che mi univa a mia madre e d’incanto è nata la gioia. Ora mi sento un po’ come la sua genitrice e chissà se in un’altra vita...
Il cattivo rapporto con mia madre e i motivi che lo generavano hanno sempre influito nella mia vita sentimentale che fino a poco tempo fa era disastrosa. Passavo da un uomo all’altro sempre in situazioni di dipendenza, droga e violenza. Per dieci anni ho vissuto situazioni che non volevo, ma che mi attiravano. Avevo sempre uomini violenti sia nelle parole che nei gesti, l’ultima di questa lunga serie è stata una minaccia con la pistola. In quell’occasione ho tirato fuori tutta la grinta che era comunque parte della mia personalità e che grazie al Daimoku riusciva a venire fuori. All’uomo che mi minacciava ho dato due schiaffi e gli ho detto di sparire. La mia vita era mia ed era splendida, nessuno poteva sporcarmela con violenza, sopprusi e pistole.
Finalmente avevo capito il mio essere donna, avevo pulito la mia immagine di donna e mi sentivo libera e felice, non mi stanco di ripeterlo. Poco dopo ho incontrato l’uomo che oggi è mio marito, una persona dolce, con cui vivo ogni istante con serenità. Ci sono anche i problemi, certo, ma non sono legati alla mia malattia, ma al bel vivere insieme di due persone diverse che si devono capire e comprendere fino in fondo.
Finalmente cose normali, tranquille, nonostante tutto. (C.C.)(dati modificati)
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