La pazienza coltivata

Avevo a che fare coi bambini sia a scuola che coi miei figli, ma il rapporto con l'infanzia si mostrava difficile. Scoprii che la pazienza era la mia più grande sfida, non mi sembrava di essere portata per l'insegnamento ma, come dice il mio maestro volevo vincere, proprio là dove mi trovavo!

Pratico il Buddismo dal 2002, anno in cui frequentavo l'università. Prima di allora avevo sofferto di disturbi alimentari e di depressione. Ero in conflitto con i miei genitori, che litigavano fin da sempre, e sentivo persistere un vuoto profondo causato dalla relazione con mia madre. Cercavo di attenuare il dolore ma vivevo momenti di disperazione. Nello stesso anno la mia famiglia precipitò in una situazione economica molto difficile: papà fu costretto a chiudere la sua attività e liquidare il personale, ipotecando la casa in cui vivevano i suoi genitori. Dopo più di dieci anni di psicoterapia continuavo a sentirmi triste e a pensare di sottrarmi alla vita. Intanto l'università era il raggio di luce che mi rasserenava. Mi ero anche fidanzata, ma questa unione mi creava solo disagio a causa della gelosia che provavo verso il mio compagno e per la costante paura di essere tradita.
Vinsi un concorso all'interno dell'università ed entrai a lavorare come studente nel posto che ambivo di più. Ma neanche questo mi rallegrò. Poi finalmente... mi parlarono del Buddismo! Non iniziai subito a praticare, il guscio del mio scetticismo si ruppe un mese dopo, quando lessi un saggio meraviglioso sulle nove coscienze. Mi ricordo soltanto la mia faccia dopo le prime recitazioni: avevo sempre il sorriso sulle labbra, non piangevo più e sentivo il coraggio di affrontare i problemi. Andai a convivere con Dario, il mio ragazzo, e dopo poco ricevetti il Gohonzon. Alla sua apertura l'appartamento era ancora tutto vuoto, ma quella sera vennero a trovarmi molte persone gioiose, e da allora la nostra casa ha accolto tanti ospiti che col tempo sono diventati "campioni" nel Buddismo.
Nei giorni successivi sentii che riaffiorava in me la gelosia, ma attraverso il Daimoku e l'attività per gli altri riuscii a trasformare questa tendenza in creatività, requisito fondamentale per il mio lavoro. Sentii gratitudine per questa filosofia e per tutti quelli che me la stavano insegnando. Praticare questo Buddismo era ciò che mi dava la felicità più grande in assoluto. Tutta questa gioia però non era condivisa dal mio compagno, che sentiva la mia vita sfuggirgli. Le prove concrete si susseguivano e realizzavo lavori sempre più gratificanti, facendomi sentire una donna di valore. Nel frattempo la gelosia era sparita, sconfitta dall'autostima, ma a questo punto Dario espresse il desiderio di avere un figlio e pensai: «Proprio adesso che il lavoro va a gonfie vele e così anche l'attività buddista!».
Partecipai a un corso al Centro culturale europeo di Trets, dove provai una grande gioia e i miei piccoli problemi si dissolsero nell'entusiasmante flusso di kosen-rufu. Capii che dovevo fare chiarezza nella mia vita, e tornata a casa mi misi subito al lavoro. Quando mi sentii pronta anch'io, fu il momento di ricevere Silvia.
Mi vennero commissionati due libri per le scuole elementari. L'idea di trasmettere il pensiero pedagogico del mio maestro attraverso la stesura di testi teatrali e la compilazione di un volume diretto alle insegnanti era per me una profonda gioia. Piena di entusiasmo cominciai a scrivere in ogni ritaglio di tempo: avevo l'occasione di dare la prova concreta del potere di Nam-myo-renge-kyo. All'uscita dei libri mi intervistarono, mi fotografarono e qualcuno mi raccontò di avermi visto al telegiornale. Leggevo il Gosho Gli otto venti e cercavo di non farmi prendere da eccessivi entusiasmi, anche se tutto sembrava andare per il meglio, perchè «L'uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere» (SND, 4, 166).
Continuai a lavorare e, dopo un'estate di scrittura e maternità, a ottobre del 2008 ricominciai a fare lezione a scuola. Quell'anno portai a termine tutti i cicli di quinta elementare con spettacoli allegri, pieni di una gioia che non avevo mai provato prima. Intanto presentavo i miei libri anche fuori città, e dovunque andassi mi sentivo a mio agio. Mi resi conto che avevo superato la timidezza e che potevo affrontare qualunque ostacolo, libera dalla paura.
Questi testi li avevo dedicati ai miei genitori, Elio e Romina. Erano sempre stati diffidenti verso il Buddismo, mio fratello è sacerdote ed è il loro orgoglio, ma da quando si sono accorti che manifestavo valore in tutti gli aspetti della mia vita cominciarono a stimarmi un po' di più, e il rancore che provavo verso mia mamma iniziò a sciogliersi. Papà finalmente cominciò a partecipare alle riunioni e anche se non praticava interveniva nelle discussioni.
A gennaio del 2011 nacque il secondo figlio: Daniele. La fatica cominciò a farsi sentire, mi accorgevo di perdere la percezione chiara di me stessa e il desiderio di fuga fece di nuovo capolino! Ancora una volta il dolore mi sembrava dovuto al rapporto con il mio compagno. Mi disperavo davanti al Gohonzon sentendo la ferita della solitudine e la debolezza del mio carattere. L'oscurità non mi permetteva di vedere il senso di tutto ciò. Poi un giorno, finalmente, ricordai che trasformare il proprio karma permette di sostenere gli altri; dunque, così come avevo vinto la depressione ed ero stata un esempio, potevo anche vincere nel mio ruolo di mamma.
Durante questo percorso capii per prima cosa la fatica di mia madre, e verso di lei crebbero amore e gratitudine. Decisi di allenarmi e tirare fuori il massimo delle mie capacità, in ogni istante. Il teatro mi permetteva di guardare il lato comico di tanta fatica e farne uno spettacolo dedicato alle mamme.
Avevo a che fare coi bambini sia a scuola che coi miei figli, ma il rapporto con l'infanzia si mostrava difficile. Scoprii che la pazienza era la mia più grande sfida, non mi sembrava di essere portata per l'insegnamento ma, come dice il mio maestro Daisaku Ikeda, volevo vincere proprio là dove mi trovavo! Questa era la mia missione e mi avrebbe permesso di scoprire la vera Marisa. Le proposte di lavoro aumentavano, anche il sabato e la domenica erano pieni di impegni con i bambini.
Diventai animatrice di feste, facevo spettacoli itineranti: nei parchi, nelle case, ovunque mi chiamassero, senza risparmiare voce, corpo e cuore, fino allo sfinimento. Poi mi proposero di seguire tre classi di scuola materna. Le maestre erano esigenti: dopo un mese volevano mostrare ai genitori uno spettacolo. Subito mi misi a studiare e a recitare Daimoku. Erano bambini che a mala pena parlavano, come potevano recitare? Beh, la pratica buddista serve per rendere possibile l'impossibile e la mia fede, davanti a tante prove concrete, si sviluppava come un cavallo al galoppo. Così ce la feci.
Capii che da allora in poi tutto sarebbe stato più facile: certamente la pazienza, che prima mi mancava, ora mi permetteva di fare le cose con un gusto diverso. E questa "benedetta" pazienza oggi mi ha portato un altro beneficio visibile. Ebbene, il mio caro marito Dario, finalmente, ha recitato per un periodo Nam-myoho-renge-kyo. Vorrei ringraziare tutti i miei compagni di fede che mi hanno "cullato" fino a oggi nelle loro grandi braccia di bodhisattva.
Oggi insegno teatro nelle scuole pubbliche e ho realizzato un nuovo spettacolo comico che ha avuto successo già alle prime repliche. Negli ultimi mesi ho raggiunto altri obiettivi che mi ero prefissa da anni: prima di tutto fare dei corsi di aggiornamento per insegnanti della scuola elementare. Oggi mi sono posta una nuova sfida, per me avvincente, mettere in scena un mio testo per bambini nel teatro più grande di questa zona.
Mi definisco educatrice teatrale, autrice e interprete. In realtà mi sento un bodhisattva della terra che percorre tutte le strade su cui si trova per realizzare il grande sogno di kosen-rufu. (M.E.)(dati modificati)

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