Il sociale politico

Come obiettivo sociale, il Buddismo si propone la realizzazione di kosen-rufu, una profonda riforma che muove da un presupposto antitetico rispetto ai grandi mutamenti sociali registrati dalla storia. Dal momento che è l’uomo stesso a costruire il suo destino al di là delle circostanze esterne, anche creare un ordinamento sociale capace di garantire a tutti una vita dignitosa e per quanto possibile felice, rimarrà un obiettivo utopistico e destinato al naufragio, se non si è capaci di intervenire prima di tutto sull’individuo. E sull’individuo, spiega ancora il Buddismo, può intervenire soltanto l’individuo stesso: affrontando il suo destino, prendendolo in mano con decisione e perseveranza, trasformandolo in un destino – per usare le parole del Daishonin – di «pace e sicurezza in questa vita».
Questa prima affermazione sembrerebbe caldeggiare un disimpegno dei buddisti dalla res publica, confinandoli davanti ai loro Gohonzon a cambiare il proprio destino. Il potere della preghiera non deve essere sottovalutato, ma il Buddismo spiega anche che senza una conseguente azione la preghiera è inutile. E l’azione, nel caso di una società civile e democratica, si esprime in molti modi. Per prima cosa, senza dubbio, cercando di tenersi aggiornati attraverso i mezzi d’informazione, ascoltando opinioni diverse e formandosi le proprie. In secondo luogo, chi lo desidera può scegliere fra innumerevoli modi di partecipare alla vita sociale.
Qualcuno potrebbe desiderare di prendere parte attiva in prima persona alla vita politica del Paese. E perché no? Anche se oggi il termine “politica” viene considerato dalla gente sinonimo di “sporco intrallazzo”, non è detto che tutta la politica debba essere così. Politica deriva dal greco polis (città) e indica l’occuparsi degli affari della comunità in nome e per conto della comunità stessa. Si può farlo male, preoccupandosi solo del proprio tornaconto, e si può farlo bene. In ogni caso, l’Italia non può cambiare se non dal basso. I guai nazionali non dipendono solo dalle tangenti, ma anche da un diffuso malcostume che va - tanto per fare qualche esempio - dal dipendente pubblico che lavora poco e male al manager che sfrutta la sua posizione per arricchirsi, dall’evasione fiscale alla diffusa pratica della raccomandazione per via politica, talvolta nota come lottizzazione.
Però c’è anche l’esercizio del diritto di voto, dal quale l’Italia si attende le indicazioni necessarie per voltare pagina. Un diritto che è corretto esercitare, al di là delle ideologie, avendo a cuore le sorti del Paese. Lo stesso Daishonin, in molti dei suoi scritti, mostra una grande partecipazione ai destini della sua terra, sia come entità a sé stante, sia come espressione di una moltitudine di esseri umani accomunati da un medesimo destino.
E per il futuro del Paese offre le sue preghiere e i suoi consigli. Pensare che l’Italia dei misteri di Stato, l’Italia dei corrotti e dei tangentisti, l’Italia della mafia e della politica “sporca” non cambi proprio mai, significa deporre le armi prima di combattere. (Nuovo Rinascimento)

Commenti

  1. Grazie infinite!!! Sono fresco di pratica e proprio su queste cose spesso rifletto perché la maggior parte dei praticanti che conosco e frequento mi sembrano voi paraocchi solo sulla recitazione, gli zadankai, i momenti di studio. Senza l'azione non si cambia. Il daimoku resta una cosa sterile.

    RispondiElimina
  2. Bello questo articolo@ su quale numero del Nuovo Rinascimento è stato pubblicato?

    RispondiElimina
  3. @Pierantonio: Grazie a te!

    @Vincenzo: non ho segnalato il numero proprio perchè non ricordo, sicuramente un NR di metà anni novanta. Appena lo trovo lo specifico.
    Grazie e te.

    RispondiElimina

Posta un commento