"La vita quotidiana e la morte” nella visione buddista


I principi buddisti nei temi bioetici di fine vita
Il Buddismo non si fonda sull’idea di un Dio creatore che “dona la vita” e, non essendo un dono di entità superiori la vita richiede di essere vissuta con impegno e libertà, nella consapevolezza che è frutto di un’infinità di azioni passate (Karma) che ogni singola persona o entità di vita ha compiuto e che eternamente compirà.
Il concetto di karma, di eternità della vita e al tempo stesso della sua impermanenza sono tra i concetti fondamentali della filosofia buddista come pure quelli di sacralità e dignità della vita che non sono mai disgiunti.
Per il Buddismo, quindi, la vita è eterna nel senso che si manifesta alternativamente in una forma fisica concreta come la possiamo osservare e in una forma latente, nascosta, non visibile che si ripresenta nuovamente in un’altra forma fisica secondo le leggi del karma. Il ciclo di vita e morte può essere paragonato all’alternarsi del sonno e della veglia. Proprio come il sonno ci prepara alle attività del giorno successivo, la morte è lo stato in cui ci riposiamo e ci rigeneriamo per una nuova vita. Dal momento che, secondo la visione buddista la vita è eterna, la morte non è tanto la fine della vita, quanto l’inizio di una nuova esistenza. Il punto in comune è che né il sonno né la morte distruggono la nostra identità, come una persona che va a dormire rimane la stessa quando si sveglierà, così un’entità vitale che muore sarà la stessa quando rinascerà.
Altri principi fondamentali sono quelli di sacralità e dignità della vita non disgiunti dalla compassione.
Muovendo dai concetti che sono alla base del pensiero filosofico e religioso del Buddismo di Nichiren Daishonin si comprende perché si pensi che il Buddismo possa costituire un momento di sintesi in cui la sacralità e la qualità della vita si incontrano per realizzare vite dignitose e di valore.
Sacralità per il Buddismo è il rispetto per la propria vita e per la vita di ogni essere senziente.
Sacralità è il rispetto per la dignità della vita, che è preziosa, perché ogni uomo è dotato di un’essenza immanente che è condizione vitale di Buddità.

La posizione buddista sui temi di accanimento, eutanasia, cure palliative
Le riflessioni recenti del fine vita, o meglio del morire, in un momento storico di grandi progressi della medicina e della ricerca, vengono affrontati dal Buddismo con un principio di grande cautela.
Il Buddismo ha una posizione contraria all’accanimento terapeutico, perché ciascuno ha diritto di morire con dignità ed è anche tendenzialmente contrario all’eutanasia attiva proprio in virtù di quella sacralità della vita che ci porta ad affermare che la vita sia il bene più prezioso.
Riconosce al contrario l’importanza delle cure palliative nella lotta contro il dolore fisico, inutile e crudele e il malessere che accompagna il deterioramento del corpo umano negli ultimi momenti della malattia.
”A mio avviso, dice il presidente Ikeda, si deve ricorrere con ogni mezzo per tentare di mitigare le sofferenze. A questo fine vanno compiuti tutti gli sforzi possibili. “Costruirsi una buona vita, prepararsi ad una buona morte” dice il Buddismo. Dunque vivere vite degne fino al nostro ultimo istante”.
E’ questa dunque la direttrice che ci deve aiutare ad orientarci nelle scelte bioetiche.

Il Buddismo non fornisce risposte su ogni aspetto che attenga alle sfere della Bioetica. Laddove esistano “zone grigie” da colmare con scelte individuali, siamo chiamati ad assumerci la responsabilità delle nostre scelte basandoci sulla saggezza, sulla solidarietà e sul sincero e profondo dialogo paziente-medico e familiari per individuare caso per caso una soluzione che rispetti la dignità del morente, i suoi valori, le sue scelte, le relazioni che ha costruito nel corso della propria esistenza.
In uno scritto del presidente Ikeda si trova: ”Dobbiamo fondare le nostre decisioni su canoni etici che comprendono la responsabilità individuale e la solidarietà con il prossimo.
Quando un praticante è posto di fronte ad una scelta etica, quando è chiamato a rispondere e prendere posizione in prima persona, potrà ricercare le parole del maestro, il conforto del suo insegnamento, la lezione buddista; ma dovrà essere consapevole che la decisione finale spetterà a lui.
Nel Buddismo l’uomo è artefice del proprio destino e della direzione della sua vita; l’uomo ha in sé un potenziale infinito per costruire una vita di valore e per morire senza rimpianti.
E’ questo l’umanesimo buddista che mette al centro l’uomo e la sua possibilità di riscrivere la propria vita trasformando il proprio karma.
Non deve stupire quindi se il Buddismo, per sua natura lontano da posizioni dogmatiche e pregiudiziali non si faccia portavoce di una posizione ufficiale e precettiva, ma suggerisca piuttosto l’importanza di una riflessione attenta su temi che riguardano così da vicino la vita e la morte così come l’integrità della vita umana.

Vorrei concludere con una citazione di un filosofo francese André Comte-Sponville scritta in una postfazione al libro “Mourir dans la dignitè”di Catherine Leguay: “L’ultima parola di un libro fa parte del libro. Nello stesso modo l’ultimo momento di una vita fa parte di quella vita. Quale scrittore non cura in modo particolare il finale della propria opera? “.
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