Il dolore di chi reprime il dolore

Cercare a tutti i costi di dimenticare il dolore aggiunge altro dolore, verso il proprio sé e la propria identità che risulta, così, mancante. Estirpare la sofferenza per una perdita, per la nostalgia di una presenza, per un’angoscia improvvisa e lancinante, per uno stillicidio sottile e continuato, tutto questo serve quando siamo troppo deboli (o troppo piccoli) per affrontare il sovrappiù di dolore, ma nel tempo toglie spazio alla nostra interiorità, lasciando spazio al vuoto.

Il dolore a cui non abbiamo dato espressione sonnecchia dentro le nostre viscere, ci toglie fiato ed energia, sottrae creatività e voglia di fare. Il dolore a cui diamo parole ed espressione e di cui piano piano diventiamo consapevoli rischia di sconvolgere le nostre certezze, ma può apportare nuove forze e nuova progettualità. Consente di recuperare quelle parti di noi che abbiamo perso nell’oblio nel momento stesso in cui abbiamo represso o rimosso il dolore. Parti di noi restano attaccate al dolore che rimuoviamo dalla coscienza, e le perdiamo. Le perdiamo come possibilità viva e presente di dare linfa e significato al nostro essere.

Il vuoto esistenziale è un vuoto, artificiale, di dolore. Il vuoto esistenziale è non avere accesso al dolore vero, autentico, quello che, quando non potevamo sopportarlo, abbiamo cancellato. Avere accesso al proprio profondo dolore rischia di sconvolgere le esistenze, rischia di disintegrare l’essere. Avere accesso al proprio, senza voce, dolore, può d’altro canto consentire di ricongiungerci al sé, di riscoprire le sfaccettature dell’essere, di vivere più pienamente. (S. B.)
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