I Principi fondamentali: Fede, Pratica e Studio

I cardini del Buddismo di Nichiren Daishonin sono la fede (shin), la pratica (gyo) e lo studio (gaku).
Se manca anche uno solo di questi tre elementi non può esserci una pratica buddista corretta. Nel Gosho Il vero aspetto di tutti i fenomeni il Daishonin spiega: «Credi nel Gohonzon, il supremo Oggetto di culto in tutto Jambudvipa. Rafforza costantemente la tua fede e ricevi la protezione di Shakyamuni, di Molti Tesori (giapp. Taho) e dei Budda delle dieci direzioni. Impegnati nelle due vie della pratica e dello studio. Senza pratica e studio non può esservi Buddismo. Devi non solo perseverare tu, ma anche insegnare agli altri.
Sia la pratica che lo studio sorgono dalla fede. Insegna agli altri come meglio puoi, anche una sola frase o una sola parola» (WND, 386; cfr. SND, 4, 235).

La Fede
La base fondamentale del Buddismo di Nichiren è credere profondamente che il Gohonzon è l'Oggetto di culto per manifestare la Buddità. Nel momento in cui ci sforziamo di recitare Daimoku con fede nel Gohonzon, possiamo "aprire" la nostra natura di Budda e manifestare nella nostra vita il meraviglioso potere della Legge.
La fede è l'unica strada per entrare nella Buddità e per manifestare la saggezza, la forza e la compassione del Budda.
Una fede pura, libera dal dubbio, consente di affrontare qualsiasi difficoltà e trasformare l'impossibile in possibile. «Avere fede è la base del Buddismo» afferma Nichiren Daishonin nel Gosho “Il vero aspetto del Gohonzon” e questo principio parla di una fede libera dai dubbi. Non si tratta, come a prima vista si potrebbe pensare, di una fede cieca, di rinunciare alle proprie capacità di giudizio o reprimere sistematicamente qualsiasi dubbio sorga nella nostra mente. Avere dubbi non significa che stiamo praticando male o non otterremo alcun beneficio e nemmeno che la nostra fede non è sincera.
Richard Causton spiegava che in questo brano di Gosho il Daishonin non dice di “non avere dubbi” ma di “non nutrire dubbi”. C’è una bella differenza! Avere dubbi è naturale, quello che non si deve fare è crogiolarsi nel dubbio permettendogli di corrompere la nostra fede.

La Pratica
Lo scopo della pratica buddista è manifestare lo stesso stato vitale del Budda insito nella nostra vita; per realizzare ciò è necessario perseverare ogni giorno.
La pratica consiste di due aspetti indissolubili: la pratica per sé e la pratica per gli altri (giapp. jigyo keta). Queste sono come le due ruote di uno stesso asse, se ne manca una la pratica non è completa.
La "pratica per sé" consiste nel recitare quotidianamente, mattina e sera (ossia fare Daimoku, la pratica fondamentale, e Gongyo, i due capitoli del Sutra del Loto, la pratica di supporto) per realizzare il grande desiderio di kosen-rufu e la nostra rivoluzione umana.
La "pratica per gli altri" consiste nel fare shakubuku, cioè propagare il Buddismo del Daishonin per far sì che anche le altre persone possano ottenere i benefici della Legge.
Nichiren Daishonin scrive: «Adesso, nell'Ultimo giorno della Legge, il Daimoku che recita Nichiren è diverso da quello delle epoche precedenti. È Nam-myoho-renge-kyo che comprende la pratica per sé e la pratica per gli altri» (Le tre grandi Leggi segrete, GZ,1022). Le varie attività alle quali ci dedichiamo per kosen-rufu rientrano nella pratica per gli altri.
Sia la recitazione di Daimoku e Gongyo, che lo shakubuku costituiscono la grande forza per trasformare la nostra vita, perché fanno emergere in noi la stessa compassione, la stessa saggezza e lo stesso coraggio di Nichiren Daishonin.
Nel Vero aspetto di tutti i fenomeni il Daishonin afferma: «Devi non solo perseverare tu ma anche insegnare agli altri. [...] Insegna agli altri come meglio puoi, anche una sola frase o una sola parola» (WND, 386; cfr. SND, 4, 245).
È importante trasmettere anche una sola parola o una sola frase di Buddismo agli altri, ricercando non solo la felicità per sé, ma anche per tutte le altre persone.

Lo Studio
Lo studio consiste nell'apprendere gli insegnamenti buddisti e i principi fondamentali basandosi sulla lettura dei Gosho, gli scritti del Daishonin. In questo modo possiamo approfondire la nostra fede e praticare correttamente. Studiare il Buddismo non serve per raggiungere un determinato livello di conoscenza, ma per sviluppare la fede e metterla inpratica nella vita quotidiana con più consapevolezza. Significa ascoltare ciò che Nichiren vuole dirci, cercando di cogliere lo spirito, il cuore che lo animava, per superare i dubbi e per non abbandonare la fede nei momenti cruciali della vita. Se non si studia, facilmente sipuò cadere in una interpretazione del tutto personale delle dottrine. Come scrive il Daishonin: «Se non fai domande e non risolvi i tuoi dubbi, non puoi disperdere le oscurenuvole dell'illusione» (Lettera a Niike, SND, 4, 253).
Nella Nuova rivoluzione umana Daisaku Ikeda scrive: «Dovreste tener presente che per quanto la fede corretta permetta di ottenere grandissimi benefici, è anche irta di ostacoli e difficoltà. A meno che non abbiate delle solide basi dottrinali, quando sorgeranno dei problemi comincerete a dubitare. [...] Grazie allo studio, inoltre, quando parliamo agli altri del Buddismo possiamo far capire la grandezza degli insegnamenti del Daishonin e spiegare chiaramente, logicamente e persuasivamente le basi portanti che una religione corretta dovrebbe avere. È per questi motivi che il Daishonin sottolineò che la pratica deveandare di pari passo con lo studio» (vol. 7, pp. 100-101).

Il significato del juzu
Fino dalle origini, il juzu ha accompagnato la pratica buddista. Ricco di significati simbolici, può essere considerato soprattutto un valido supporto durante la recitazione al Gohonzon.
A seconda della setta, si trovano juzu di varie forme e dimensioni e diverso numero di grani; le origini di questa tradizione sono da rintracciare nel Sutra Mokugenshi, dove si narra che una volta il re Haruri chiese aiuto al Budda Shakyamuni perché il suo paese era devastato dalla carestia e dalle epidemie. Allora il Budda chiese che i suoi fedeli portassero un rosario di 108 sfere ricavate dal legno dell’albero mokugenshi con lo scopo di aiutare gli abitanti del paese a esprimere la profonda devozione ai tre tesori (il tesoro del Budda, della Legge e del Prete).
Il juzu nel Buddismo di Nichiren Daishonin contiene 108 grani tutti uguali, numero che rappresenta i desideri terreni, più altri quattro più piccoli che simboleggiano le quattro guide dei Bodhisattva della Terra; in legno o in plastica, sono infilati nel cordoncino principale.
Le due palline più grosse che sono diametralmente opposte sono dette grani "genitori". Il grano "madre", quello unito a tre nappine, significa mistico (myo oppure invisibile); il grano"padre", quello legato a due nappine significa Legge (ho o anche visibile). Rappresentano i regni oggettivo (kyo) e soggettivo (chi) della vita, o, in altri termini, la realtà oggettiva dell'esistenza e la saggezza necessaria per percepirla.
I due cordoncini che si staccano dal grano "padre" rappresentano il Budda e la Legge, sono annodati perché la Persona e la Legge sono la stessa cosa. Le altre tre nappine stanno a significare i tre tesori: i due cordoncini uguali rappresentano il Budda e la Legge, quello più corto il Prete. Sono detti tesori perché conducono tutte le persone all'Illuminazione. Le quattro palline di forma allungata che si trovano nelle nappine rappresentano i vasi contenenti i benefici che sgorgano dal Gohonzon tramite le nostre preghiere.
Tra i quattro grani a forma di piccolo vaso e i grani "genitori" ci sono altri trenta grani che rappresentano i tremila mondi di ichinen sanzen, cioè i tremila potenziali stati vitali contenuti in un singolo istante di vita. Tutti i grani, a eccezione dei quattro a forma di vaso, sono rotondi a significare che l'insegnamento del Daishonin è armonico, completo e comprende tutto. Quindi impugnare il juzu significa prendere in mano la nostra vita e decidere dal profondo del cuore di alzarsi da soli e cambiare il proprio destino.
Per quanto interessante tutto questo possa essere, è importante non lasciarsi distrarre dal simbolismo del juzu o forzarsi in atteggiamenti innaturali durante la recitazione di Gongyo e Daimoku. È meglio recitare con gioia, vigore e un profondo senso di gratitudine.
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