Straniera alla vita

Un volo dal Giappone e un viaggio dentro se stessa alla ricerca delle sue radici. Caduta la maschera comincia la costruzione di un’esistenza autentica. Da quel momento la sua diversità diventa la sua fortuna e la precarietà lascia il posto ad una vita stabile e realizzata.

Le nuvole sembravano quasi tangibili, visti dal finestrino appannato dell'aereo che da Tokyo mi riportava a Oristano. I pensieri sfilavano veloci come le mie lacrime durante quella traversata che in 23 ore mi avrebbe ricondotto a casa. Prima di partire per il Giappone l’entusiasmo era alle stelle, ma temevo che l’equilibrio familiare faticosamente ricostruito sarebbe stato intaccato dall’incontro col Dai-Gohonzon: se un mezzo è così potente da farti arrivare fino in fondo a te stessa, pensavo, allora anche il contraccolpo non può essere da meno. Ma altro e ben diverso fu l’effetto. Con la testa abbandonata allo schienale ricordavo mio padre dopo tanti anni. Ora il desiderio di ritrovarlo si faceva incalzante. L’incontro con il presidente Ikeda aveva rievocato la sua figura e riaffioravano gli anni della mia infanzia. Soffrivo, ma quel pianto liberatorio mi permetteva di leccarmi le ferite e di ricostruirmi tutta daccapo.
Mia madre mi abbandonò che avevo solo sei mesi, per iniziare una nuova vita dove per me non c’era posto. Ci eravamo appena trasferiti a Manchester da Londra, dove sono nata. Mio padre era soltanto un ragazzo e non sapeva come comportarsi con una neonata, ma ce la mise tutta. Ogni giorno mi portava con sè al lavoro nella culla, mi sistemava sotto il bancone della trattoria, per rientrare a casa solo a tarda notte. Ma la nostra avventura non durò molto, qualcuno infatti avvisò le assistenti sociali e fui data in affidamento. Iniziò così un estenuante balletto, ogni anno prendevo armi e bagagli e cambiavo famiglia, scuola e amici. Dovevo sempre ricominciare daccapo con una nuova situazione. I figli delle famiglie cui venivo affidata poi non mancavano l’occasione per ricordarmi che ero solo di passaggio e che non avevo i loro stessi diritti, ma finivo ugualmente per affezionarmi a loro e soffrivo nel doverli lasciare. Con le lacrime agli occhi salutavo la mia compagnetta di banco mentre ci scambiavamo i ricordini. Mio padre quando poteva veniva a trovarmi. Io l’adoravo. Era il mio eroe, l’unica certezza nella mia vita vagabonda, l’unica persona veramente “mia” nel mio deserto affettivo. Al momento di salutarci erano scene strazianti, dovevano strapparmi da lui perché non lo volevo lasciare. Fu per questo che quando una famiglia mi adottò definitivamente, le assistenti sociali decisero di fargli perdere le mie tracce per aiutarmi a inserirmi meglio. Ora finalmente avevo anch’io la “mia famiglia”. Fu allora che inconsciamente decisi di rifiutare il mio passato, costruendomi una maschera da “bambina normale” come tutte le altre. «It’s all right, now».

Le ore di viaggio volavano una dietro l’altra così come i ricordi della mia vita. Guardavo fuori dall’oblò ma vedevo dentro me stessa. Improvvisamente sentii una fitta che mi attraversava dalla testa ai piedi come se qualcuno mi strappasse una striscia di pelle, lasciandomi nuda. Cosa mi accadeva? La maschera che avevo fatto aderire così bene al viso ora si staccava con uno strappo netto. Gli anni erano passati, ero diventata grande, ma non avevo cessato di essere “straniera alla vita”, anzi la mia diversità e il senso di abbandono mi avevano seguito come un ’ombra.
Un marito sardo, una terra lontana con cultura e costumi diversi dalla mia. Non capivo un’acca di italiano e ancora meno di sardo. Dopo il matrimonio c’eravamo trasferiti in Sardegna, dove mi sentivo più estranea e isolata che mai. La mia laurea in letteratura spagnola non era riconosciuta in Italia e neppure il diploma di maturità. Ero praticamente senza titoli di studio e analfabeta nel mio nuovo paese. Ovunque mi girassi trovavo solo porte sbattute in faccia. Non potevo insegnare nelle scuole statali e la scuola d’inglese che avevo aperto a Oristano era fallita quasi subito miseramente, il commercialista era sparito senza versare l’IVA, facendomi risultare evasore fiscale e lasciandomi piena di debiti. Anche il sogno di una famiglia felice era durato poco. La nascita di nostro figlio Daniel, molto desiderato da tutti e due, non aveva cambiato la situazione. Nonostante tutti gli sforzi il rapporto non funzionava e mio marito era diventato per me uno sconosciuto. Il matrimonio era allo sfascio e io sull’orlo di un esaurimento nervoso.
Ero sola dentro, la tristezza mi attanagliava, mio marito era di turno in albergo, la mia famiglia lontana. Il telegiornale parlava della guerra in Libano: dopo una tregua di tre giorni per rispettare il Natale, avevano ripreso ad ammazzarsi a sangue freddo. Mi invase una grande rabbia, i miei guai di colpo mi apparivano sciocchi e provai il desiderio di offrire la mia vita, che ora mi sembrava tanto inutile, per contribuire alla pace nel mondo. Non sapevo come, non vedevo via d’uscita, mi mancava “il mezzo”, quando una mia ex allieva mi parlò di Buddismo. Non avendo nulla da perdere iniziai subito a recitare Nam-myoho-renge-kyo, ma ciò che mi convinse a continuare fu mio marito, che non mi guardava più in faccia da mesi e una sera mi disse: “Dai, riproviamoci”. Ma il karma va affrontato fino in fondo, infatti dopo alcuni mesi di calma ci fu un tremendo litigio e lo lasciai portando con me nostro figlio. I soldi per affittare una casa non li avevo, mi arrangiai con sistemazioni provvisorie e a un certo punto dovetti separarmi anche dal mio bambino di due anni, affidandolo a una famiglia di amici. Quando lo andavo a trovare rivivevo la stessa situazione di quando da piccola mio padre doveva lasciarmi. Il karma molto radicato si ripete di generazione in generazione, dovevo cambiarlo prima che mio figlio, che aveva già vissuto la separazione da bambino, la rivivesse anche lui un giorno da padre.
«Può accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire e rifluire o che il sole sorga ad ovest, ma non accadrà mai che la preghiera di un devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta» (dal Gosho Sulla preghiera).
Iniziai a recitare Daimoku assiduamente e trovai una tetto dove abitare con mio figlio e un lavoro in un’azienda agricola di Arborea. Era umile e mal pagato ma ero grata di averlo perché ci consentiva di sopravvivere. È stata molto dura. Capitava però che quando in casa non c’era più niente da mangiare qualche vicino bussava e mi regalava una gallina, delle uova, verdura o frutta: la rinomata cordialità dei sardi era per me un prezioso sostegno. Rimasi sola con mio figlio per due anni, in compagnia di tanto Daimoku. Ora riuscivo anche a fare l’insegnante precaria in qualche corso di formazione professionale, ma i corsi erano di breve durata e di tipo diverso, richiedevano ognuno una preparazione specifica, ogni anno mi trovavo davanti una nuova classe di ragazzi e quelli dell’anno precedente sembravano tutti sforzi vani. Partecipai a un corso a Trets dove si parlò tra l’altro di rapporti sentimentali; niente succede a caso, si dice, così al rientro provai il desiderio di tornare a vivere con mio marito e di riunire la famiglia. E prima di partire per il Giappone ero riuscita a ricostruire una certa armonia familiare.
Il fluire dei pensieri sembrava non arrestarsi più. «An orange juice, please». Le sensazioni si accavallavano alle emozioni e i ricordi ai progetti, sospesa in uno spazio fuori dal tempo. Incontrare il Dai-Gohonzon è stato per me ritornare all’essenza della vita. A mani giunte ho percepito la forza dell’universo e l’inscindibilità di tutti gli esseri umani. In quel momento mi è venuto spontaneo non pensare più ai miei problemi personali ma i mali dell’umanità: la guerra, la droga, la mafia, la violenza. «Thank you and arrivederci». L’aereo atterrò. La mia valigia era carica di souvenir per gli amici e di un nuovo incontenibile desiderio. Ora sapevo che non avrei potuto essere veramente felice senza rivedere mio padre, parlargli, riabbracciarlo, se non mi fossi ricongiunta con le mie origini. Ero di nuovo a casa tra marito, figlio e amici, ma il viaggio interiore non finì con quello scalo. La trasformazione continuò ed era solo l’inizio della mia nuova vita. 
Ebbi un’idea: mettere un annuncio su un giornale inglese: «Desperately looking for my father». Avevo tanta paura che in tutti quelli anni fosse morto, ma un giorno improvvisamente, mentre recitavo, l’ho avvertito come se fosse stato seduto a fianco a me. Una immensa sensazione di gioia: l’avevo ritrovato. Pochi giorni dopo arrivò una sua lettera dall’Inghilterra, in cui mi invitava a raggiungerlo al più presto.
Intanto era capitato un fatto nuovo: un giorno era piombata a casa nostra una sorella di mio marito, non si vedevano da quindici anni e io neppure la conoscevo. Cercava rifugio da noi perché il marito l’aveva cacciata di casa, aveva con sé una figlia di nove anni. Mi faceva molto piacere accogliere quella bambina, un po’ mi ci rivedevo, ma non riuscivo a sopportare sua madre. Riempiva la mia casa, invadeva la mia vita. Oltretutto, con la loro presenza, le necessità economiche aumentarono ed io dovetti accettare un lavoro in una scuola privata ad Alghero per tirare avanti: 1500 chilometri ogni settimana, per un anno. Uscivo di casa alle 6 e rientravo alle 20, stanca morta, trovavo mia cognata seduta sulla mia poltrona e per me non c’era posto. Giuro, non avevo mai provato tanto fastidio verso un’altra persona e non sapevo come liberarmi di lei. Ma in fondo così non mi piacevo: io che volevo contribuire alla pace nel mondo non potevo nutrire sentimenti tanto negativi verso quella donna. Pian piano, complice il Daimoku, riuscii ad accettare mia cognata per quello che era senza disprezzarla. Ci volle un anno, ma alla fine riuscii anche a volerle bene. Allora improvvisamente, come se avesse compiuto la sua missione, decise di andarsene per cercare un lavoro, portando con sè sua figlia. Ma fuori da casa nostra, incontrò parecchie difficoltà anche a causa dei suoi disturbi psicologici e dopo un po’ di tempo le assistenti sociali ci chiesero di prendere la bambina in affidamento perché la madre non riusciva più a badare a lei. Ora Sabrina è parte integrante della nostra famiglia. Le parti si ribaltavano, adesso ero io una mamma pronta ad accogliere una bimba senza famiglia in casa sua. È stato bello poter realizzare il mio desiderio di ricambiare il debito di gratitudine verso tutte le famiglie che mi avevano accolto da bambina evitandomi la triste esperienza degli istituti.
Arrivò finalmente il giorno che da tanto tempo aspettavo e, carica di emozione, partii per l’Inghilterra per incontrare mio padre. È stato un momento bellissimo, tra noi si è creata da subito intimità, come se non ci fossimo mai lasciati, e una gran voglia di raccontarci tutto per recuperare il tempo perduto. Gli parlai di me, di mio marito, dei miei figli, e anche della pratica buddista invitandolo a recitare un po’ di Daimoku al giorno. Lui mi raccontò di mia madre, mi venne la pelle d’oca quando mi resi conto che la storia della sua vita era come quella di mia cognata. È strana la vita a volte, ma ora sono sicura che lo sforzo di capirla e di accettarla è servito per prepararmi a capire e accettare mia madre, se un giorno la incontrerò.
Al rientro in Sardegna, decisi che era giunto il momento di realizzare un sogno che sembrava impossibile per le nostre tasche: una nuova casa, più grande, ora che la famiglia era cresciuta, e soprattutto al centro di Oristano in modo che fosse facilmente raggiungibile da tutti per le nostre riunioni buddiste. Volevo vivere nel posto dove abitavo a pieno titolo e con dignità, senza dover sempre strafare per conquistarmelo. Mi sembrava di meritare di più e volevo vedere i frutti dei miei sforzi. Il Buddismo mi aveva insegnato che ognuno di noi è diverso dagli altri e possiede qualità che sono indispensabili per dare un contributo unico alla società. Sono proprio le diversità a rendere così ricco il mondo, e la mia diversità è finalmente diventata la mia fortuna. La mia passione per l’insegnamento è stata premiata. L’Istituto Magistrale, indirizzo linguistico, cercava un’insegnante di madre lingua inglese e a Oristano ero l’unica con tale requisito. Così ho avuto l’incarico di lettrice, sono la prima in graduatoria e ho il posto assicurato. Posso seguire i ragazzi per l’intero corso di cinque anni e nelle mie conversazioni tratto di diritti umani, tolleranza, rispetto delle differenze, amore e amicizia. Mi preoccupo di formare non solo studenti di inglese ma individui liberi per una nuova società. La nuova sicurezza economica ci ha incoraggiato nella ricerca della casa che volevamo e un’agenzia ci ha finanziato l’acquisto senza versare alcun acconto: ora abitiamo nel centro storico e la nostra casa di cinque stanze è luogo di attività buddista.
Dal finestrino di un aereo si possono ancora vedere nuvole dalle forme strane e quando mi capita di volare le ammiro e mi perdo nella loro immensità. Ricordo quel drammatico viaggio dal Giappone e rifletto sulla mia vita attuale. Ogni giorno nel mio Gongyo non dimentico di recitare perchè il Dai-Gohonzon sia aperto a tutti, perchè ognuno abbia la possibilità di sperimentarne il potere e trasformare il proprio destino in questa vita. Per quanto mi riguarda quel desiderio di pace affiorato ed esploso proprio davanti al Dai-Gohonzon, oggi è un impegno concreto. Grazie al mio lavoro posso contribuire a diffondere nella società gli ideali buddisti di pace e di compassione. Un esempio tra tanti: una mostra sui diritti umani, che ho organizzato nella mia scuola, a cui hanno partecipato tutti gli studenti di Oristano presentando lavori di ricerca, e ben tredici associazioni di volontariato tra cui Amnesty International, Unicef, Acnur, Associazioni per la lotta alla tossicodipendenza e di aiuto ai disabili. In quell’occasione il nostro gruppo buddista ha illustrato l’attività della Soka Gakkai con dei cartelloni su Makiguchi, Toda e Ikeda. E la collaborazione con queste associazioni continua ancora. Quest’anno abbiamo in progetto una conferenza sui sequestri e la costituzione anche a Oristano, come in altre città della Sardegna, di un comitato anti- sequestri: c’è da fare molto per sconfiggere un male che da sempre avvilisce la nostra isola. Grazie al mio impegno mi conoscono un po’ tutti così mi hanno chiesto di candidarmi per le amministrative nella lista verde. Anche con le scuole di Oristano si lavora insieme e sono molti i colleghi che mi hanno proposto di tenere delle lezioni di Buddismo nei loro istituti.
Tutto questo lo racconto a mio padre nelle lunghe lettere che ci scriviamo e a me stessa quando siedo con le mani giunte davanti al Gohonzon. (R. C.)(foto di Giulietta)
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