Oltre il proprio orticello

Aprire la propria vita agli altri, non con senso del dovere ma come libera scelta, apre nuovi mondi dentro di noi. Non tutti lo sanno. Ma chi abbraccia il Gohonzon non può dimenticare che qui comincia e qui finisce l’insegnamento buddista.

Per il tuo bene sii saggio. Sii pieno di compassione per gli altri. In altre parole crea la tua felicità rendendo gli altri felici». Questo era quanto scriveva Voltaire a proposito della felicità. Difficile non essere d’accordo con lui, difficile non rimanere affascinati dall’idea di solidarietà umana che traspare da queste parole. Ma altrettanto difficile tradurle in pratica nella vita spicciola di ogni giorno, dove cioè avrebbero più valore. È nei singoli comportamenti di ogni individuo che sorgono i problemi e le difficoltà, è qui che si fa avanti la natura egoistica dell’uomo. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Ancora troppo di frequente la scaltrezza e la furbizia sono viste come le massime virtù umane, o almeno come quelle che rendono di più. L’egocentrismo, poi, viene spesso scambiato per una qualità del leader, ma come è risaputo, esistono maniere più decorose per crearsi un’esistenza degna di tale nome: sicuramente meno facili, ma proprio per questo più gratificanti.
Superare il proprio ego e agire altruisticamente richiede una grande forza di volontà, ma è indispensabile per l’autoriforma della propria vita. L’altruismo, pur non essendo un istinto o un dono di natura, è comunque sviluppabile per chiunque e se inizialmente richiede uno sforzo individuale, con il tempo può diventare parte integrante del proprio modo di vivere. Questo è uno dei principi cardine della filosofia buddista di Nichiren Daishonin, che ha come scopo principale il rispetto dei valori umani e la pace nel mondo. Nel Gosho La vera entità della vita si legge: «Qualunque cosa accada, mantieni sempre la tua fede come devoto del Sutra del Loto e come discepolo di Nichiren. Se hai la stessa mente di Nichiren, devi essere un bodhisattva della Terra… Insegna agli altri come meglio puoi, anche una sola frase o una sola parola… ».
Per bodhisattva si intende colui che sviluppa se stesso e nello stesso tempo aiuta gli altri per raggiungere il medesimo obiettivo, sulla base di una comune realtà spirituale che lega tra loro tutti gli esseri umani: la natura di Budda. Le azioni volte al benessere altrui fanno parte della pratica corretta e hanno un effetto immediato sulla condizione vitale: cioè danno un senso più profondo alla vita, una gioia immediata e contribuiscono a modificare gli aspetti negativi del carattere. Se si è consapevoli di questo, diventa quasi ovvio provare gratitudine verso il Gohonzon. E tale sentimento è una ulteriore molla per migliorare sempre di più la propria vita.
C’è però un presupposto di base affinché questo “circolo virtuoso” funzioni: l’atteggiamento e la consapevolezza con le quali si agisce. Nel Buddismo il significato del termine “compassione” (jihi) è molto preciso: “eliminare la sofferenza e dare gioia”. Ciò non vuol dire agire con pietismo, o pensare al proprio tornaconto, bensì desiderare con il cuore di contribuire alla serenità delle altre persone. Ciò significa “aprire “ la propria vita, “uscire dal proprio orticello”, unire gli scopi personali con quelli altrui. Come e quando? Gli strumenti a disposizione sono molti, così come le situazioni in cui poterli utilizzare: in famiglia, nel lavoro, nell’organizzazione buddista, tra gli amici, nelle azioni di volontariato. Insomma, praticamente 24 ore al giorno! L’espressione della propria umanità la si rintraccia anche (e soprattutto) nelle relazioni personali che si hanno: si manifesta nelle piccole attenzioni quotidiane, nei sorrisi che, stanchi morti, si riescono a regalare a chi ci sta vicino, nella disponibilità ad ascoltare qualcuno senza per forza dover ribattere. Se mancano queste piccole cose, tutti i bellissimi discorsi sul Buddismo e sulla pace nel mondo rimangono solo affermazioni formali e sterili.
La pratica per gli altri non è quindi confinata nell’insegnare le basi del Buddismo, nell’incoraggiare chi è in difficoltà, o nello studiare l’argomento per la riunione di discussione. Può darsi che qualcuno pensi di praticare correttamente solo perché partecipa alle riunioni e fa molta attività, ma tali azioni possono essere compiute “con” gli altri, oppure “per” gli altri. Il primo caso è paragonabile ad una cena con amici: si sta in compagnia e si conversa tranquillamente del più e del meno.
Nel secondo caso è contenuto il primo, ma presenta caratteristiche di partecipazione, di interesse e di sfida molto maggiori. Come ebbe a dire Mitsuhiro Kaneda anni fa, «se ti affatichi per le cose di questo mondo rimane la sofferenza, se ti affatichi per la fede, rimangono gioia e fortuna». La differenza è dunque fondamentale, almeno dal punto di vista dei benefici che si ricevono. In definitiva, la pratica “per” gli altri contiene quella “con” gli altri, ma non è sempre vero il contrario. Un modo molto veloce per verificare l’atteggiamento con il quale si agisce è quello di valutare l’appesantimento, non la fatica, che si prova al termine di una attività appena conclusa. Essere affaticati è naturale, sentirsi oppressi e delusi meno. Se però è quello che capita, e a volte capita, può darsi che i compiti svolti siano stati dettati solo dal senso del dovere, o dalla volontà di apparire agli occhi altrui come “bravi buddisti”. Aspettarsi un’ipotetica medaglia o sperare di ricevere più vantaggi rispetto agli altri praticanti è indice di un malcostume culturale e spirituale che, in forme differenti, è abbastanza diffuso nella società attuale. Se si accetta l’insegnamento buddista nella sua interezza si accetta anche di recidere alla base questo modo di pensare. Daisaku Ikeda è molto chiaro su questo punto: «Nel mondo della fede non c’è bisogno di essere vanitosi né vanagloriosi. Come spiega il Buddismo, non dobbiamo fingere di essere diversi; piuttosto dobbiamo essere ciò che siamo. Le persone frivole sono rovinate dalla vanità. Coloro che vivono in funzione della propria popolarità scompaiono quando questa declina. Gli arroganti e i furbi vengono distrutti dalle loro stesse tattiche».
Si potrebbe dire in conclusione che l’attività buddista è tale solo quando è pratica per gli altri. Anche se non è particolarmente evidente, qualsiasi attività nell’organizzazione buddista, istituzionale o di staff, divertente o faticosa che sia (ma compiuta consapevolmente) è un passo in più che noi facciamo verso una migliore qualità della nostra vita. Se ci si lamenta perché si ritengono certe cose solo una enorme perdita di tempo, il passo in più che si potrebbe fare rimane solo allo stato potenziale. Occuparsi della distribuzione dei giornali o della statistica presuppone dunque una decisione e una consapevolezza ben precise: pur trattandosi di azioni svolte nell’ombra, sono sostenute dallo spirito dell’offerta e sono dirette a persone che si stanno impegnando per uno scopo comune, e in questo senso sono degne di lode, di fiducia, malgrado i problemi e le difficoltà del percorso. Sulla base di tutto quanto detto finora è lecito affermare che darsi da fare per il benessere altrui è una scelta. Non esiste nessun tipo di obbligo. Si tratta piuttosto di una decisione personale, di una “dichiarazione ufficiale che facciamo a noi stessi”. A volte può essere difficile mantenerla nel tempo: se si riesce però a continuare questo cammino, percorrendolo volentieri e non con un pesante senso del dovere, è inevitabile che fra qualche tempo ci si ritrovi molto più ricchi “dentro” di quanto ci si sarebbe mai potuti immaginare. (Marco Bartolotti e Nadia Fornasari)
stampa la pagina

Commenti