Niente è come prima

Come un fulmine a ciel sereno, un giorno le comunicano che le resta solo un mese da vivere. La disperazione dapprima li avvolge con i suoi mille tentacoli, ma poi tutto si capovolge: l’estenuante corpo a corpo con la malattia diventa il punto di svolta di un’intera vita.

Sonia: fin dall’infanzia ero una persona triste, solitaria e malaticcia. A sette anni persi mio nonno, l’unica persona con cui mi sentissi veramente bene: morì a causa di un tumore e con lui si spense una parte di me.
Nell’96, in seguito a un incidente stradale, diventai epilettica, e questo fatto mi fece chiudere ancora di più. Fortunatamente, tre anni dopo conobbi Renato, un ragazzo meraviglioso con il quale finalmente mi sentivo a mio agio, accettata e amata per quella che ero. Mi innamorai subito di lui: avevo scelto, cosa fino a quel momento impensabile per me, il classico bravo ragazzo con la stessa pettinatura di quand’era bambino, la camicina a righe e i pantaloni non troppo classici e non troppo sportivi, e che per di più non mi aveva nemmeno fatto la corte, mandato fiori o lettere d’amore!
Ne ero sconvolta, ma lui, che praticava il Buddismo da tre anni, sosteneva che il nostro incontro era merito della pratica buddista. Mi invitava a partecipare alle riunioni e a cominciare a praticarlo per risolvere i problemi che avevo e io rifiutavo sempre.
Renato: sì, quando conobbi Sonia praticavo da tre anni e incontrare una persona con cui condividere la vita era uno dei miei obiettivi principali. Tra di noi ci fu subito un’intesa perfetta, come se ci fossimo riconosciuti dopo essere stati separati per molto tempo: fu proprio questa la sensazione che vissi nel momento in cui iniziò la nostra storia d’amore.
Sonia: nel 2001 Roby e io ci sposammo e il Gohonzon entrò in casa nostra. Spontaneamente, ogni giorno, spolveravo il mobiletto e accompagnavo il gesto con pensieri di gratitudine: pur non credendo nella pratica buddista, credevo a Renato che diceva di avermi incontrato grazie al Buddismo. Dopo un anno una sera mio marito venne a prendermi al lavoro e mi trovò piegata in due dal mal di stomaco. Andammo immediatamente al pronto soccorso e fui ricoverata. Il giorno seguente non avevo più niente ma risultava qualcosa di strano dalle mie analisi del sangue: avevo pochissime piastrine, pochissimi globuli rossi e pochissimi globuli bianchi. La prima ipotesi fu che i miei disturbi fossero dovuti agli antiepilettici e io entrai nel panico: grazie a questi farmaci e a uno stile di vita rigoroso, ero riuscita a liberarmi dalle crisi e avevo il terrore che tornassero. Renato, già allora, mi conosceva meglio di chiunque altro e così trovò le parole giuste: «Tu non dirmi che lo fai, ma recita dieci minuti al giorno di Daimoku». Così cominciai a rinchiudermi nei bagni per recitare di nascosto, dandomi dell’idiota perché facevo qualcosa che non capivo. In ospedale non seppero fare una diagnosi, ma il mio medico curante, leggendo la lettera di dimissioni, intuì l’origine della mia malattia e fissò subito un appuntamento al reparto di ematologia dell’ospedale di Bologna.
Renato: all’ambulatorio di ematologia Sonia era debolissima, nel fare il prelievo quasi svenne. Quello stesso pomeriggio ci telefonarono: mia moglie si doveva ricoverare. Preoccupati e angosciati, facemmo insieme Daimoku per la prima volta: ricordo che sentivo che c’era qualcosa di grave, la paura mi serrava la gola, ma nel contempo provavo una profonda gioia per il fatto che, come avevo determinato, Sonia era con me davanti al Gohonzon.
Sonia: nel primo pomeriggio, quando la porta del reparto si chiuse dietro di me, pensai: «Io da qui non esco viva!». Fu un momento tremendo; ero combattuta tra l’istinto di fuggire e la ragione che mi diceva di rimanere. Dopo ulteriori esami, i medici chiamarono finalmente Renato e mio padre per informarli sulla situazione.
Renato: il colpo fu tremendo. Così, senza nemmeno farci accomodare o prepararci in qualche modo, il medico ci disse che era finita. Disse che Sonia sarebbe sopravvissuta sì e no ancora un mese. Loro avrebbero tentato tutto per salvarla, ma non dovevamo farci illusioni. Era troppo tardi: il suo corpo era ormai invaso al 90% da cellule tumorali. La diagnosi era di leucemia...
In quell’esatto istante il tempo sembrò immobilizzarsi, mentre mio suocero e io sprofondavamo immediatamente nella sofferenza più acuta. La quantità e la vorticosità di pensieri, di sensazioni, di domande mi sommersero. Andammo da Sonia, prima entrò suo padre, poi le parlai io. Lei ascoltò con calma, sembrava serena, addirittura ricordo che mi disse di tornare a casa tranquillo. Mi raccomandai che facesse Gongyo, le dissi di affidarsi alla pratica.
Il ritorno verso casa fu durissimo. Non potevo accettare un simile finale dopo un solo anno di matrimonio. Non ci volevo credere e non potevo accettare, pensavo che il Gohonzon mi aveva tradito.
Appena a casa chiusi il Gohonzon, feci la valigia e telefonai a mia madre chiedendole di ospitarmi per un po’. Ricordo che quella notte non dormii ma recitai Damoku tutta la notte davanti al muro, esattamente nel punto in cui lo facevo prima di sposarmi. Finalmente, al mattino, sentii che ce la potevamo fare. Chiesi un consiglio: mi fu spiegato di fare Daimoku come se la vittoria o la sconfitta della malattia di mia moglie dipendessero solo da me. Da quel momento cominciai a recitare, costantemente, in ogni momento, sia davanti al Gohonzon che durante la giornata, mentre lavoravo, mentre guidavo, mentre mangiavo.
Sonia: quel giorno mio padre sembrò di colpo invecchiato dieci anni. Venne da me piangendo, mi disse solo «scusami» e se ne andò. Capii che la situazione era molto grave. Anche Renato piangeva, mi spiegò tutto e aggiunse: «Dài, adesso cominci a fare Gongyo e vedrai che ce la faremo». Questa cosa mi fece infuriare: come poteva parlarmi della pratica in quel momento?! Però lo vedevo tanto speranzoso che, per non deluderlo, gli dissi di sì. Ero disperata. Dopo la morte di mio nonno avevo passato un anno a desiderare di morire per stare con lui, poi avevo smesso ma mi era rimasta la convinzione (o il desiderio?) che sarei morta giovane e di un tumore. Adesso mi dicevo: «Ecco, lo sapevo». Ma perché proprio adesso che avevo trovato l’uomo della mia vita, mi stavo costruendo una famiglia, avevo una casa mia... Perché?!
Passai tre giorni ad autocommiserarmi: non pensavo al dolore che la mia morte avrebbe causato, ma al mio dolore, alle cose che io lasciavo, e non c’era più spazio per nessuno o per niente nella mia vita. Poi, improvvisamente, mi salì un moto d’orgoglio: «Ma insomma, Renato ti dice che ce la puoi fare. Almeno potrai sempre dire di aver tentato tutto! Meglio morire senza rimpianti». Affrontai allora l’immane sforzo di imparare Gongyo: ricordo il primo che feci con Renato, cercavo di stargli dietro, ma non capivo nulla, quando avevo letto a mente una parola, lui era già tre parole più avanti! Ero umiliata, arrabbiata, avrei voluto buttare via tutto. «Maledizione, di questo passo ci vorranno mesi per imparare!», mi dicevo, pensando che il tempo era poco. Mi studiai l’introduzione, imparai le battute, la fonetica, le eccezioni rifacendo Gongyo moltissime volte al giorno fino a che, finalmente, feci un Gongyo decente e... sentii che ce la potevo fare.
Se non avete provato, non potete sapere cosa voglia dire sentirsi dire «ci sono pochissime possibilità», pensare «non ho speranze» e sentire improvvisamente che una speranza c’è. È come trovarsi in un posto buio, sconosciuto, e vivere l’angoscia di non poterne uscire, e di colpo vedi una luce: piccolissima, là in fondo, ma c’è e tu sai che se ti sforzerai per raggiungerla, ti ritroverai libera, in mezzo alla luce, alla vita.
Raddoppiai gli sforzi: aumentai il Daimoku, ogni volta che sbagliavo una parola di Gongyo ripartivo da capo ed ero fiscale, lo facevo sempre, mattina e sera, ad ogni costo. Mio marito mi raccontò che tutto il suo gruppo stava recitando Daimoku per sostenere la nostra lotta. Ancora oggi, quando ci penso, mi commuove l’idea che persone che non mi avevano neanche mai vista, dedicassero il loro tempo e le loro energie alla mia vittoria. Renato mi diceva che la causa di ciò che mi stava capitando era dentro di me e che dovevo rimuoverla, così mi misi a cercarla, recitavo come se ogni Daimoku fosse un colpo di scopa in una stanza sporca e, finalmente, capii: ero sempre stata malaticcia, fin da bambina, questo era il mio modo di chiedere attenzione e affetto. Fu veramente un colpo sapere che ero in ospedale perché volevo affetto e attenzione! Mi sentii un’idiota e decisi di smettere di mancarmi di rispetto e che avrei imparato a chiedere ciò di cui sentivo il bisogno.
Ad ogni modo arrivai in fondo al primo mese di ospedale e al primo ciclo di chemioterapia non solo viva, ma anche con uno stato vitale altissimo. Un mattina venne il primario e mi disse che ormai stavo bene, il 50% del midollo era sano e mi ero ripresa molto bene dalla terapia. Prima di mandarmi a casa, però, volevano impiantare un catetere venoso centrale, per evitare di continuare a bucarmi le vene.
In sala operatoria, stesa sul lettino, avevo davanti, appeso al muro, l’ orologio e intorno un sacco di gente in camice verde. Sentii un ago e pensai: «Questa è l’ anestesia», invece subito dopo un dolore incredibile esplose al fianco destro, da togliermi il respiro. Pensai: «Non ti spaventare, forse è solo un attimo, poi passerà». Quindi sopportai, finché mi sorse un dubbio: possibile che durasse così tanto? Allora chiesi al chirurgo, che stava bestemmiando perché non mi trovava le vene: «Senta, io ho un dolore incredibile alla milza, non riesco a respirare, è normale?», e lui candidamente: «No, quando abbiamo finito chiederemo in ematologia cos’è successo». Allora cominciai a recitare Daimoku mentalmente, mentre lui continuava imperterrito a cercare. Bucò dall’altra parte e al dolore iniziale se ne aggiunse un altro. Respiravo a malapena, il dolore cominciò a diventare insopportabile, sudavo, guardavo l’ orologio, erano passati tre quarti d’ ora dall’inizio dell’operazione, perché non finiva? Sentivo confusamente le persone intorno a me che mi tenevano ferma, una, due punture ancora, io continuavo a lottare contro il dolore che non si attenuava, ma non avevo più forze, allora smisi e pensai: «Va beh, si vede che devo morire qui!» e mi lasciai andare, esausta.
Finalmente sentii che inserivano il catetere e che cucivano. «Ancora qualche punto, coraggio», mi diceva il chirurgo!
Renato: in quei giorni ero tornato a casa mia e avevo ripreso a recitare davanti al Gohonzon. Avevo capito che era stupido fuggire, ma ancora non sentivo che la guarigione di Sonia dipendeva da me. Durante uno dei miei pomeriggi di Daimoku, mentre facevo una pausa, ebbi una senzazione profonda e agghiaggiante. Sentii nettamente, lucidamente, che Sonia stava morendo. Sentii i suoi oggetti di casa, le cose che lei aveva toccato, che erano sue, che lei aveva posseduto, perdere il suo alone. Lei si stava allontanando dalla vita. Cominciai a piangere disperato: lei moriva. Poi finalmente trovai la forza di trascinarmi davanti al Gohonzon e cominciai a recitare tra i singhiozzi. La sofferenza non cessava, la netta sensazione della sua morte continuava a permanere dentro di me. Poi, finalmente la svolta. D’improvviso, sentii che avevo un debito profondo nei suoi confronti, lontanissimo, ma era un debito di vita: chissà quando, chissà come, lei aveva dato la sua vita per me. In quel momento, desiderandolo con tutta la disperazione che avevo in corpo, decisi che io volevo dare la mia vita per lei, che dovevo morire io, non lei. Chiesi profondamente al Gohonzon di poter realizzare questo scambio, così sentii che lei tornava in vita, che sarebbe rimasta ancora, che avevo ripagato il mio debito.
Non riuscii a raccontare subito a Sonia quanto mi era successo, anche perché l’esperienza vissuta mi aveva toccato così nel profondo che le parole non sarebbero bastate a dire quello che c’era da dire.
Sonia: finalmente uscii da quell’incubo. Non ero in grado di muovermi dal dolore; fortunatamente ebbi il tempo di fare un’ora di Daimoku prima che venissero a prendermi per riportarmi in reparto, così quando vidi mio padre, che mi aspettava preoccupato, riuscii a fargli un sorriso tranquillizzante. La sera, quando arrivò Renato, riuscimmo persino a scherzare su quello che era successo. Credevo che la cosa finisse lì, invece il mattino seguente scoprirono che non respiravo affatto bene e, dopo gli accertamenti del caso, che mi avevano bucato tutti e due i polmoni: uno era chiuso per tre quarti, l’altro per metà. Mi misero un drenaggio. Così conciata, con due tubi infilati nel torace, non solo non potevo più tornare a casa, ma non potevo neanche fare la seconda chemioterapia. Mi proposero una sostanza sperimentale che doveva servire per moltiplicare tutte le cellule del corpo (così mi dissero) per aumentare le mie difese immunitarie, ma che avrebbe potuto moltiplicare allo stesso modo anche quelle tumorali. Accettai. Cominciò così un periodo strano, in cui ogni due giorni venivano a prelevarmi il midollo per analizzarlo. Aleggiava intorno a me un’aria d’incredulità, finché il quindicesimo giorno dall’operazione il medico mi disse: «Lei è guarita al 99%, può andare a casa». Ero fuori di me per la gioia!
Finalmente, a casa mia, potei recitare davanti al Gohonzon: cosa voleva dire guarita al 99%? Decisi di arrivare al 100%! Cominciai a sentire una sofferenza incredibile. Piangevo e recitavo insieme. Avevo letto che nel Buddismo bisogna attraversare la sofferenza, non allontanarla, così mi ci tuffai, prima o poi doveva finire! Dopo un po’, infatti, avvertii una gioia intensa e profonda. Sentii che la vita, con tutti i suoi problemi, e la morte, non sono altro che cose piccolissime, insignificanti, come parti di un puzzle; che il potere della pratica buddista è molto più grande, è al di sopra di tutto questo e che questo potere è dentro di me. Allora sentii che ero guarita completamente.
Ma i dottori volevano ugualmente continuare con le terapie. «Se sono guarita, perché devo fare un altro ciclo di chemioterapia?», chiesi al primario. La brutale risposta fu: «Lei non crederà di guarire con un ciclo, nessuno guarisce così, ce ne vorranno due, tre, quattro, cinque, poi si dovrà pensare al trapianto!». Eppure io lo sentivo, ero guarita!
Feci così altri quattro cicli di chemioterapia: alla fine di ognuno mi dicevano che era l’ultimo e al controllo successivo mi dicevano che ce n’era un altro. Ogni volta era un colpo terribile, ma non ho mai smesso di praticare e di affrontare i gravi problemi che le terapie mi causavano. Del resto, ogni ciclo era un’occasione per incoraggiare chi era ricoverato con me, per dimostrare la forza della pratica a medici, infermieri e pazienti.
Ero l’unica in grado di ridere a squarciagola in quel reparto, mi ero portata la radio, le carte, la macchina fotografica, libri a non finire... Nonostante i momenti brutti non riesco a ricordare quel periodo come qualcosa di negativo. È come se in quell’ospedale fosse morta la Sonia di un tempo, malinconica, triste, non certo amante della vita e fosse nata una nuova Sonia, entusiasta, allegra, amante anche dei periodi bui della vita, perché è vita! Finii le terapie il 3 dicembre 2002.
Renato: non fu facile accettare gli altri cicli che Sonia doveva fare, avevo la sensazione di una netta frattura tra il nostro ambiente interiore, che viveva una sensazione di guarigione, e quello esteriore dei medici, che, non convinti, continuavano ad accanirsi su di lei. Ho compreso solo in seguito che la fretta di riavere Sonia a casa rischiava di essere superficiale rispetto alla costanza dei medici che continuavano a sfidare la malattia per verificarne la reale scomparsa. Insieme però, nonostante queste difficoltà, abbiamo continuato a praticare e a leggere il Gosho tutte le sere. Devo dire che Sonia in tutto questo tempo mi ha trasmesso l’entusiasmo del praticare. Una altra cosa che ho imparato è che un buddista non può e non deve risparmiarsi. È stata dura per un “pantofolaio” come me accettare l’idea che il Daimoku non vada recitato col misurino a dosi precise. Così non riesco più ad andare a dormire la sera se sento che non ho fatto tutto quello che potevo in quel giorno, anche a costo di perdere ore di sonno, a me così tanto care.
Sonia: nel 2003 sconvolsi il mio neurologo dimostrandogli che l’epilessia non esisteva più, anzi, era come se non l’avessi mai avuta. In seguito ci trasferimmo, per lavoro, in un luogo dove non conoscevamo nessuno. Fu un allenamento molto duro, in cui il Gohonzon era l’unica base certa che avevamo. Diventai responsabile di un gruppo e Renato di settore. Tramite la nostra esperienza, incoraggiammo tante persone, rinnovando ogni volta la gratitudine per aver incontrato la pratica.
A dicembre del 2005 mia sorella telefonò disperata dicendomi che mia madre aveva un melanoma maligno alla gamba in uno stadio molto avanzato. Fu un colpo incredibile, piansi davanti al Gohonzon chiedendomi perché ancora la mia famiglia, ancora un tumore e perché proprio mia madre. Era lei che ci teneva insieme, con la sua enorme fiducia in ognuno di noi. Poi decisi: la mia malattia era stata una fortuna immensa per me e per tutte le persone che incontravo e che aiutavo tramite la mia vittoria. Se io avevo cambiato la mia vita grazie alla malattia, mia madre avrebbe fatto la stessa cosa, insieme a me! Quando la vidi non ci fu bisogno di parole: «Lo so cosa vuoi dirmi, che devo cominciare a praticare il Buddismo!», mi disse, e così fu. Ci trasferimmo di nuovo, per poter stare più vicino ai miei. Ho sempre recitato perché il problema si risolvesse nel migliore dei modi e potesse servire da incoraggiamento per tutti. Grazie alla pratica mia madre è riuscita a superare tutte le difficoltà che si presentavano con uno spirito altissimo, sempre col suo immancabile e dolce sorriso, nonostante le sue condizioni non migliorassero.
Nell’affrontare questo problema, ancora una volta ho avuto la prova di quanto l’attività sia importante: ascoltando a una riunione di discussione l’esperienza di una persona che aveva vissuto i momenti più belli con la madre proprio nel periodo della sua malattia, ho deciso che anche io non avrei avuto rimpianti; ugualmente durante un corso a Trets, dopo una spiegazione del Gosho, ho compreso profondamente che un figlio può far raggiungere la Buddità ai propri genitori. Non credo che riuscirò mai a ripagare il debito di gratitudine che ho per questa associazione, verso ogni persona che in questi anni mi è stata vicina, mi ha incoraggiata con la propria esperienza, col proprio impegno nel preparare corsi o lezioni di Gosho, o anche col proprio sforzo nel continuare a combattere nonostante le sofferenze. Soprattutto credo di dover ringraziare Anna, la mia corresponsabile, che mi è stata sempre vicina, fin da quando ho iniziato a praticare, e che ho puntualmente trovato accanto a me nei momenti cruciali.
Mia madre è morta il 15 aprile 2008. Ha fatto Gongyo e Daimoku finché è stata in grado, poi, senza rendersene conto, è entrata in coma ed è morta senza risvegliarsi, dopo cinque giorni. È morta serena, senza soffrire nè dal punto di vista fisico, né da quello spirituale. Ho sentito che lei in questo modo ha vinto la malattia, e che la morte non è la fine di tutto. Quando si è molto stanchi non ha senso restare svegli per forza, bisogna andare a letto presto per risvegliarsi il mattino successivo e ripartire freschi e pieni di energia. (S. R. S.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Lungo racconto, letto in un fiato, molto affascinante ed emozionante. Grazie

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  2. Una grande esperienza di fede. Grazie di cuore. Avete dimostrato il potere del Gohonzon che esiste nelle nostre vite.
    Mi avete incoraggiato tantissimo

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