C‘è un limite alla tolleranza?

Uno dei motivi che ci ha spinto a scegliere la Thailandia per le nostre vacanze estive è stata la prospettiva di visitare un paese buddista. E proprio per questo nel nostro itinerario era prevista la visita di vari templi.
Abbiamo avuto così l’occasione di parlare con alcuni monaci e con uno di questi di approfondire le differenze esistenti tra il Buddismo ed il Cristianesimo del quale aveva delle conoscenze molto vaghe.
Alla nostra affermazione che forse la diversità più eclatante fra le due fedi consisteva nella promessa, da parte del Cristianesimo, di un paradiso ultraterreno, il monaco ci guardò con stupore sostenendo che anche lui credeva in un paradiso da raggiungere dopo la morte: il nirvana.
Ci crollarono addosso molte delle nostre convinzioni dettate forse dall’aver studiato esclusivamente il Buddismo di Nichiren Daishonin. Il nostro interlocutore, seguace del Buddismo Theravada, non conosceva granché di altre scuole buddiste e non aveva mai sentito parlare della SGI. Strano perché ci disse di essere uno studente in sociologia della locale università.
Forse la sua ignoranza era legata al fatto che in Thailandia, sino a qualche anno fa, le scuole erano completamente gestite dai monaci e le materie insegnate riguardavano quasi esclusivamente la dottrina buddista.
Una scuola laica sta sviluppandosi solo in questi ultimi anni anche se, per tradizione, è sempre il clero a rappresentare il grosso del corpo docente.
Certamente questa situazione ha permesso di creare una rete di protezione intorno alle tradizioni religiose, ma ha senz’altro contribuito a determinare una sorta di chiusura intellettuale dei giovani nei confronti delle altre culture.
Durante la nostra permanenza in Thailandia ci ha colpito la cordialità e la disponibilità delle persone, il loro viso sempre sorridente ci aveva fatto pensare ad una sorta di kosen-rufu realizzato, ma contemporaneamente ci aveva stupito il fatto che accettassero tranquillamente un regime politico militare incentrato sulla figura dell’imperatore, venerato quasi come un dio.
In effetti la tolleranza è uno dei capisaldi della filosofia buddista. Galtung, stesso, ne parla nel suo libro sul Buddismo considerandola da un lato un punto forte che permette il dialogo tra culture diverse e, quindi, pluralismo; dall’altro un punto debole, in quanto può condurre ad accettare qualsiasi regime, anche totalitario, pur di salvaguardare la propria libertà di culto. La Thailandia è un esempio di “tolleranza debole”.
Esempi di tolleranza debole li possiamo ritrovare anche nella vita quotidiana in cui, pur di evitare il conflitto o un eventuale scontro, tendiamo a non prendere posizione e ad accettare situazioni che contrastano con le nostre convinzioni e vanificano i nostri sforzi. Questo avviene anche talvolta nella nostra organizzazione: con la scusa che l’altro, grazie alla pratica, cambierà, non ci assumiamo la responsabilità di fargli notare atteggiamenti scorretti e talvolta finiamo per diventare un suo complice, piuttosto che aiutarlo.
Se ognuno di noi non fa lo sforzo di chiarire cosa veramente significa tolleranza, si espone al rischio di cedere alla passività. L’effetto può essere quello di non rispettare né se stessi, né gli altri.

Mimmo e Mariella Filippone
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Commenti

  1. Ho letto con molta curiosità vostre riflessioni, in quanto anch'io ho realizzato parecchi viaggi in oriente e ho sempre trovato molto interessante cercare di capire le differenze fra i vari tipi di buddismo e quello che pratichiamo noi. Anzi, il mio "shakubuku" è stato proprio un viaggio in Birmania, dove una guida bravissima ha acceso in me la curiosità di saperne di più. Riguardo alla tolleranza, concordo in pieno con voi: nella nostra organizzazione è fondamentale il perseguire la giustizia, essendo il più possibile trasparenti ed onesti, con atteggiamenti improntati alla massima sincerità, nel rispetto di noi stessi e degli altri. Non è sempre facile, ma di fronte agli ostacoli abbiamo il grande privilegio di poter utilizzare la strategia del Sutra del Loto! Grazie infinite!

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