Per un pugno di pagine in più

Tutti d’accordo sulla grande apertura dei nuovi orizzonti che leggere, studiare, informarsi possono portare nella vita di ognuno. Eppure, sono troppo pochi quelli che lo fanno poi realmente. Cerchiamo di capire il perché.

Se provassimo a chiedere a degli studenti di scuola superiore se amano studiare, otterremmo una risposta in molti casi scoraggiante. Forse perché lo studio è spesso vissuto come dovere, o perché si pensa che solo i “bravi” siano ammessi al di là delle porte del Sapere o della Cultura, o perché ancora non troviamo, guarda caso, mai il tempo per leggere, fatto sta che questa attività intellettuale, che è sforzo ma anche piacere, è in molti casi affrontata in modo conflittuale.
Tutti sappiamo che “dovremmo” studiare perché, chi più chi meno consapevolmente, pensiamo che sia utile e importante: ma per cosa? E come farlo? Ci è più facile quando abbiamo bisogno di informarci su qualche argomento, magari per lavoro. Allora la motivazione è una spinta sufficiente ad impegnarci. Ma quando la lettura e lo studio sono qualcosa che facciamo esclusivamente per noi stessi, dedicando al nostro sviluppo interiore e alla riflessione dei momenti che rubiamo alle attività “doverose”, ebbene allora ci è più difficile trovare motivazione e concentrazione. Perché ci può servire “tenere duro” malgrado le difficoltà e continuare a coltivare il bisogno di conoscere e di riflettere?
Per capire meglio noi stessi e quello che ci circonda, ad esempio, oltre che per la soddisfazione personale di seguire l’innato istinto della curiosità. Per capire a fondo un dato fenomeno, o per parlarne con qualcuno, è bello prendere spunto dalla letteratura, dalla scienza, dalla politica, dalla psicologia, o dallo studio delle tradizioni popolari. Ma ciò che più conta è non essere superficiali nella “lettura” della realtà; studiare è importante se serve a vedere più in profondità e a formarsi idee il più possibile oggettive ed ampie.
Tale “pratica assidua” di studio e di approfondimento darà i suoi frutti e sarà visibile nel nostro comportamento: le azioni guidate da una profonda riflessione hanno sicuramente basi più salde. Che senso ha infatti studiare tanto per dire di averlo fatto, senza che poi questo nuovo “input” aiuti a migliorare l’approccio alla vita e ai problemi?
Lo studio ha dunque senso profondo se ne viene sfruttato l’enorme potenziale, esplicitandolo nelle azioni. Nel campo del Buddismo questo è tanto vero, che lo stesso Nichiren Daishonin dice chiaramente che è importante leggere gli insegnamenti buddisti con la vita, e non solo con l’intelletto. È per questo che il presidente Ikeda ci ha da sempre esortato, prendendo il suggerimento del suo maestro Toda, a leggere almeno venti minuti al giorno. Non certo per fissare un tetto di minuti da rispettare rigidamente, magari senza reale approfondimento, ma per chiarire che è importante prendere questa abitudine costante, anche se non ci viene facile.
Perché non serve pensare che il mondo della cultura sia un empireo a sé, di cui fanno parte solo persone speciali: no, è patrimonio e possibilità di tutti. Basta far leva sulla curiosità, sulla voglia di capire, senza farsi bloccare dagli scogli iniziali. D’altronde, non ci si può aspettare che venga del tutto naturale, è comunque uno sforzo, un’azione che crea un valore in più nella nostra vita, e dunque proprio per questo non sempre immediata e facile da iniziare. Ma una volta rotti gli indugi, tutti possono sperimentarne il piacere e cominciare a sentire la verità di quello che tanti grandi personaggi hanno affermato, e cioè che la cultura è come una luce che disperde le tenebre.
Studiare il Buddismo fa parte di questa buona abitudine a portare nella nostra vita la luce della riflessione, della chiarezza, dello spirito critico. Il Daishonin, nel Gosho Lettera a Niike, dice: «Se non fai domande e non risolvi i tuoi dubbi, non puoi spezzare la nera nube dell’illusione, così come non puoi percorrere mille miglia senza gambe».
È chiaro dunque che un forte spirito di ricerca costituisce la spinta a studiare, a cercare di capire: il tutto finalizzato ad un progresso quotidiano, per diventare ogni giorno un po’ più umani. Non è vietato fare domande o avere dubbi: anzi, questi sono sintomi della voglia di crescere, specie se, una volta trovata una serie di risposte, se ne sceglie una e ad essa si tiene fede come guida nel nostro agire. E siccome non è detto che una soluzione sia valida in più situazioni, è opportuno tenere sempre sveglio e all’erta questo spirito di ricerca che ci spinge a non dare niente per scontato e a non cadere nell’abitudine di schemi di pensiero fissi.
Già, perché uno dei pericoli che corriamo è quello di sclerotizzarci, di fissarci su delle opinioni e di non volere poi conoscerne altre per paura di dover modificare le nostre, e quindi di dover rivoluzionare tutto il mondo che avevamo creato intorno ad esse. In altre parole, ciò in cui crediamo, che conosciamo, che ci è più noto, è per noi un punto di riferimento, e su di esso costruiamo la personalità e ci basiamo per orientarci nelle scelte.
Ecco forse perché a volte studiare è così difficile e incontra tante resistenze: in effetti, leggere e approfondire veramente vari argomenti comporta entrare in contatto con nuovi punti di vista sul mondo e con idee che non avevamo mai pensato. Tutto questo può mettere in crisi, costituire per un attimo motivo di confusione su quale delle varie idee che conosciamo sia quella che più ci convince, e che vogliamo adottare come guida per il nostro comportamento. Eppure molte volte è proprio la conoscenza di tante sfaccettature e di tanti punti di vista diversi a darci la possibilità di capire più a fondo una situazione e quindi di scegliere senza rigidità quale sia la posizione per noi migliore momento per momento.
Ecco perché è molto bello darsi tempo per capire e per riflettere e non rifugiarsi subito in frasi fatte, ripetute così come si sentono dire, che rivelano purtroppo una carenza nell’approfondimento personale. Questo è tanto più vero e tanto più si avverte durante le riunioni di discussione buddiste: molte volte dei lodevoli tentativi di dare risposte a domande impreviste perdono di efficacia perché suonano come slogan non veramente vissuti, quanto sentiti dire. Questo sicuramente accade perché si desidera allontanare dubbi e idee non corrette sulla pratica buddista che, come tutti ben sappiamo, non è facile realizzare con coerenza. Eppure saremmo molto più convincenti di fronte a noi stessi e a chi ci ascolta, se ci soffermassimo a riflettere personalmente sulle varie questioni che si sollevano durante le riunioni, e ci impegnassimo a studiare meglio gli insegnamenti buddisti e a metterli in pratica. Magari a quel punto le nostre risposte sarebbero forse meno immediate, ma più profonde, arricchite dal nostro punto di vista personale, vissuto e sentito.
E non solo è anche importante ricordare che noi studiamo il Buddismo per trasmettere la Legge correttamente. Abbiamo dunque questa grossa responsabilità: recitare con fede, studiare con dedizione e agire per mettere in pratica il Buddismo e dimostrarne la validità. Non è poca cosa, considerando appunto che in questo caso la nostra responsabilità si estende anche alle altre persone.
Studiare bene, allora, serve a migliorare noi stessi e i nostri rapporti, e non a dimostrare agli altri la nostra erudizione. Il presidente Ikeda non si stanca mai di dircelo, il vero valore di una persona non è determinato tanto dalla sua posizione sociale, da quanto mostra di sapere o di possedere, ma da quanto fa, da quanto seriamente mette se stesso al servizio degli altri.
Conoscere quante più cose possibile deve servire, quindi, a diventare più umani, a sapersi mettere in discussione, per trovare nuove soluzioni di convivenza e di pacifismo. Aggrapparsi alle proprie convinzioni con chiusura, come se esse fossero le uniche possibili e valide, equivale a non dialogare e a isolarsi. Non possiamo permettercelo. Per quanto più difficile possa essere, dobbiamo sviluppare la forza e la sicurezza che ci portino naturalmente ad aprirci al confronto con chi è diverso da noi. E questo non implica dare ragione a tutti e a tutto e non credere in nulla, anzi la fiducia in noi stessi ci viene dalla conoscenza personale e profonda dei principi guida che abbiamo scelto. Myo significa aprire e proprio da uno sforzo di apertura mentale, di comprensione profonda e sincera dei vari aspetti della realtà ci può venire l’umanità necessaria per agire da veri buddisti. Il che comporta, appunto, sostenere e incoraggiare la Buddità, che è in noi e negli altri, a dare frutti meravigliosi. Questo non è possibile farlo se si rimane legati a giudizi e pregiudizi limitati a una visione troppo piccola e individuale delle cose.
Pur restando fedeli a se stessi e ai propri modi individuali di sentire e di esprimersi, è sempre possibile abbracciare con la nostra comprensione l’universo intero e ogni fenomeno, tanto da riuscire a vivere con armonia e rispetto profondi. (Antonella Guaia)
stampa la pagina

Commenti