Lavoro di squadra

Con i giovani abbiamo creato un "lavoro di squadra" in cui ognuno è sullo stesso piano, per lottare insieme, pur con le nostre diversità, avendo un solo obiettivo: kosen-rufu.

Ho iniziato a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin a ventitré anni. La mia infanzia era stata segnata dalla separazione dei miei genitori, avvenuta quando avevo quattro anni. Mio padre era in carcere, dove è stato i primi quindici anni della mia vita, e mia madre, allora ventenne, mi affidò alla nonna paterna, che da Milano mi portò a Roma.
Con mia madre i rapporti si chiusero all'età di sette anni, mentre quello con mio padre fu sempre un rapporto difficile e tormentato. In quegli anni mia nonna cercò di sostituire i miei genitori dandomi tanto amore e sostegno. Mi fece studiare nelle migliori scuole, ma a sedici anni decisi di lasciare la scuola per diventare estetista. Fu proprio nel mio posto di lavoro che incontrai Lucia, la persona che mi ha parlato di questo Buddismo, e che ringrazierò per l'eternità.
Iniziai a praticare subito con costanza e i primi benefici furono quelli di sentirmi meglio con me stessa e di percepire una grande serenità. Un giorno leggendo il Gosho di Capodanno, mi colpì una frase: «L'inferno è nel cuore di chi interiormente disprezza suo padre e trascura sua madre». (NR, 350, 18). Mi crollò il mondo addosso e pensai subito che dovevo risolvere questo problema presente nella mia vita.
Recitando Daimoku con l'obiettivo di risolvere il rapporto con i miei genitori provai una grande sofferenza: tutto l'odio che avevo rimosso in quegli anni stava venendo fuori. Li odiavo per tutto quello che mi avevano fatto, pensai che non erano stati capaci di amarmi. A un certo punto, però, cominciai a capire delle cose che mi sconvolsero. Percepivo che il problema nasceva da me, dalla poca autostima e dal pensiero di non valere abbastanza come figlia.
Iniziai così a recitare Daimoku solo per percepire la mia Buddità e per sentire il cuore dei miei genitori. Nel frattempo ricevetti il Gohonzon e mi affidarono la responsabilità di un gruppo: dalla ragazza timida, chiusa e insicura che ero, cominciai a emergere, tirando fuori capacità che neanche io pensavo di possedere.
Pian piano tutto il rancore che provavo nei confronti dei miei genitori si trasformò in amore e gratitudine. Decisi così di chiamare mia madre per dirle che la sua "bambina" aveva ancora bisogno di lei. Quando sentii la sua voce capii che il nostro legame non si era mai spezzato e che aspettava solo un mio ritorno.
Con mio padre le cose furono più difficili. Lui è sempre stato una persona un po' sbandata e non è mai riuscito a instaurare legami con gli altri. Non era in grado di prendersi le sue responsabilità, non sapeva cosa significasse la famiglia: gli psicologi definiscono il suo disturbo "personalità antisociale". Entrava e usciva dalla mia vita, e ogni volta mi lasciava dei vuoti incolmabili. Io tornavo sempre a cercarlo, chiedendogli di fare il padre, di assumersi le sue responsabilità, ma era come parlare con il muro: lui non capiva, non percepiva la mia sofferenza. Decisi così di ricevere un consiglio nella fede e mi fu detto di rafforzarmi recitando Daimoku come se dovessi colmare un vuoto dentro di me. Continuai a recitare con questo obiettivo per un anno, sforzandomi di non fare nessun tipo di azione e, a un certo punto, riuscii a individuare dov'era il mio limite: io volevo un padre diverso, presente, affettuoso, capace di dimostrarmi il suo amore, capace di esserci quando io ne avevo bisogno. Ma mio padre non era quella persona: in quel momento percepii che avere un padre diverso non mi avrebbe reso felice e che in fin dei conti l'amavo così com'era. Di lì a qualche giorno fu lui stesso a chiamarmi, dopo un anno di silenzio, per dirmi quanto mi voleva bene! Da allora il nostro rapporto è diventato idilliaco e ho cominciato ad amare il suo modo di fare il padre.
Nel frattempo l'attività buddista diventava più impegnativa: mi affidarono la responsabilità dei giovani di un capitolo. In quegli anni avevo fatto molti passi avanti, ma l'attività mi richiedeva sforzi sempre maggiori, e a volte mi sentivo inadeguata nel mio ruolo, mi sembrava di non dare mai abbastanza. La fortuna ha voluto che avessi dei compagni di fede meravigliosi, cosicché con i giovani abbiamo creato un "lavoro di squadra" in cui ognuno è sullo stesso piano, per lottare insieme, pur con le nostre diversità, avendo un solo obiettivo: kosen-rufu.
In questo modo, nel giro di un anno le presenze dei giovani alle riunioni si sono raddoppiate e molti di loro sono stati nominati responsabili. Intanto anche la mia condizione lavorativa era cambiata notevolmente, anche se vivevo sempre delle situazioni particolari, in cui i datori di lavoro mi sfruttavano e non apprezzavano mai abbastanza quello che facevo. Ma, a differenza del passato, quando ancora non avevo iniziato a praticare questo Buddismo, avevo capito subito che, se volevo trasformare il mio ambiente, dovevo prima cambiare dentro di me. E così, ancora una volta recitai Daimoku soltanto per percepire totalmente la mia Buddità.
Di lì a breve mi venne offerto un lavoro da sempre desiderato: un ambiente giovane, allegro, dove potevo lavorare otto ore con uno stipendio dignitoso e dove erano valorizzate le mie capacità. Ero molto felice perché finalmente mi stavo realizzando anche sul piano lavorativo e avevo da poco conosciuto un ragazzo meraviglioso con il quale era iniziata una storia sentimentale. Questa bella situazione è durata un anno e mezzo.
Nel dicembre del 2004 però la mia titolare decise che non voleva, per quell'anno, pagarmi la tredicesima, perciò sprofondai nella delusione, pensando di trovarmi ancora al punto di partenza. Il mio dubbio più grande era se continuare a lavorare lì, accettando il compromesso, solo perché era un lavoro sicuro, oppure cercarmi un'altra occupazione. Decisi allora di ricevere un altro consiglio nella fede e mi fu detto che nel Buddismo non ci sono vie di mezzo, o si vince o si perde: ed ero io che dovevo deciderlo. In quel momento capii quanto era importante valorizzare me stessa ribellandomi a una ingiustizia del genere. Con tanto Daimoku nel cuore e senza paura, decisi di licenziarmi subito, convinta che un Budda non può scendere a compromessi con la sua oscurità fondamentale. Provai una gioia immensa: per la prima volta avevo avuto rispetto di me stessa e della mia vita e non avevo paura delle conseguenze; ero sicura che «Non accadrà mai che la preghiera di un devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta» (SND,4,183). Ovviamente la risposta non tardò ad arrivare e dopo due giorni avevo già un altro lavoro dove, per la stessa cifra, lavoravo sei ore anziché otto, alle dipendenze di una titolare fantastica. In quel momento ho capito che attraverso quell'azione coraggiosa avevo cambiato un lato profondo del mio carattere. A questo punto sentivo di aver raggiunto un certo appagamento, ma proprio perché la vita è una continua sfida a migliorarsi e a manifestare la propria Buddità lo scorso anno mi resi conto di aver sempre represso quello che era il mio sogno: fare l'infermiera. Questo desiderio pulsava fortemente nella mia vita ma per la paura di non farcela lo reprimevo sempre. A un certo punto, però, incoraggiata dalle parole del presidente Ikeda che ci esorta a non rinunciare ai propri sogni, decisi di voler essere prima di tutto una donna felice e iniziai così una nuova sfida: conseguire il diploma in un anno per accedere al corso di scienze infermieristiche del settembre 2006. Dopo tanto cercare riuscii a trovare una scuola che mi permetteva di fare tre anni in uno, a un costo molto basso. Iniziai così un anno intenso, dove, senza cambiare le mie abitudini di vita, feci anche rientrare l'impegno della scuola. La mia fede è cresciuta tantissimo e non ho mai avuto paura di non farcela. Ogni volta che mi demoralizzavo c'erano i miei compagni di fede a incoraggiarmi.
Anche il mio fidanzato, Michele, che non pratica, è stato un grande appoggio per me: mi spingeva a fare Daimoku quando ero un po' giù. Mi sento molto fortunata di poter condividere con lui questa vita e costruire insieme una meravigliosa famiglia per kosen-rufu. Con questo atteggiamento ho affrontato nel mese di giugno sei prove scritte e due orali conseguendo il diploma con un voto più che soddisfacente. Ho poi affrontato l'esame di ammissione all'università con tanta serenità e una buona preparazione. Mentre scrivo questa esperienza aspetto la risposta sull'esito della prova, ma so di aver vinto la lotta più importante e cioè quella su me stessa, sulle mie paure e le mie insicurezze. Questa è la cosa che mi rende più felice e mi dà la certezza di poter affrontare qualsiasi cosa.
Vorrei ringraziare il presidente Ikeda, che ogni giorno mi incoraggia a non arrendermi e a credere nei miei sogni; la sua vita per me è fonte di grande incoraggiamento. Concludo con la frase di un Gosho che porto sempre nel cuore e che mi ha accompagnato durante quest'anno: «Svuota la nave della tua vita dall'acqua del dubbio e dell'offesa e consolida gli argini della tua fede» (SND, 4, 218).
P.S. Risposta arrivata, esame di ammissione all'università superato, vittoria completa! (N.M.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Grazie di aver condiviso la tua esperienza! Mi incoraggia molto, grazie!

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