La mia arma contro il naufragio

Una risata: il modo migliore per seppellire la tentazione di lasciarsi naufragare. Ovvero, come trasformare il faticoso peso di un’esistenza infelice in una corsa, a volte frenetica, ma sempre esaltante, verso la realizzazione dei propri sogni.

La mia infanzia è stata assai poco spensierata a causa di una situazione familiare difficile. Il mio papà infatti, pur avendo un grande talento artistico – era un poeta – non era capace di mantenere un lavoro per più di qualche giorno e in più aveva il brutto vizio di giocare a carte. Così, sin da piccoline, io e mia sorella abbiamo respirato un’atmosfera fatta di urla, liti, scenate, ufficiali giudiziari alle porte e via dicendo a causa della costante mancanza di denaro per poter condurre una vita normale. Tutto questo durò fino ai miei otto anni, periodo in cui mia mamma, costretta dalle circostanze, decise di separarsi da papà che poco dopo tornò nella città che gli aveva dato i natali: Milano.
Le cose certo da quel giorno non migliorarono e in più gli incontri con mio padre divennero sempre più rari e difficili, seppur intensi. Già da tempo si insinuava in me uno strano senso di sofferenza che si manifestava in continue crisi di pianto e stati di ansia con i quali avevo imparato a convivere da sola. Condussi una vita apparentemente normale con ottimi risultati scolastici grazie a una forte e costante applicazione. Tutto andò bene fino all’università, quando mi iscrissi alla facoltà di fisica, un sogno che coltivavo sin dalla terza elementare. L’impatto fu catastrofico, di fronte alle lavagne piangevo, non capivo niente e soprattutto non riuscivo a studiare, cosa che era sempre stata il mio punto di forza. A diciannove anni ebbi un’interruzione di gravidanza e quel mio stato di malessere si cementò al punto che, per la prima volta in vita mia, mi resi conto che neanche con la forza di volontà ce l’avrei fatta a superare i miei ostacoli. Ero arrivata a un punto di sofferenza talmente insopportabile che decisi che qualunque cosa mi si fosse presentata con un copione diverso da quello che ero solita vivere, l’avrei intrapresa. Presi un appuntamento con una psicologa: una telefonata che durò un’eternità a causa del fatto che il mio pianto disperato e i singhiozzi mi impedivano di spiegarmi.

Di lì a una settimana mi parlarono del Buddismo di Nichiren Daishonin proprio nel luogo del mio calvario: l’università. Questo accadeva nove anni fa. Cominciai subito a praticarlo per due motivi: l’università e soprattutto mio padre che ormai non vedevo da almeno quattro anni, sentivo assai di rado e di cui, a parte il fatto che viveva a Milano, non conoscevo l’indirizzo preciso. Una volta imparato Gongyo dopo circa una settimana, iniziai con regolarità: Gongyo mattina e sera e un’ora di Daimoku al giorno. Al mio primo appuntamento la psicologa mi chiese: «Da quanto tempo è che hai queste crisi di pianto?» Il mio stupore fu constatare che non c’era giorno che mi ricordassi in cui non avevo pianto. Lei stessa mi rivelò che mi portavo dietro dall’infanzia una depressione che ormai stava diventando cronica.
Dopo pochi mesi di pratica buddista decisi di riaprire i contatti con mio padre. In seguito a una nottata di sette ore di Daimoku che recitai con una mia amica, presi un treno e lo raggiunsi a un vago indirizzo di Milano. Quel giorno rividi mio padre dopo diverso tempo e rimasi attonita nel constatare che un uomo, che era sempre stato estremamente distinto e soprattutto attento all’ambiente in cui passava il suo tempo, si era ridotto a vivere quasi ai livelli di un barbone. Furono tre giorni molto intensi durante i quali gli parlai della mia pratica buddista. Il mio impegno universitario era ripreso con dei rari exploit, anche se non con il giusto ritmo tanto che mi sentivo sempre un po’ naufraga. L’unica cosa che riuscivo a fare era l’attività buddista che intrapresi subito con molta serietà, accettando qualsiasi cosa mi venisse offerta: la byakuren, la responsabilità di gruppo e oggi la responsabilità delle giovani donne del mio settore. All’inizio mi sforzai molto soprattutto per evitare di scoppiare in lacrime durante le riunioni, se non altro per il mio ruolo di responsabile. Per lungo tempo non riscontrai risultati, a parte il fatto che, una volta recitato Daimoku, il mio stato vitale si alzava. Decisi allora di colmare il mio senso di naufragio affidandomi completamente al Gohonzon con lo scopo di trovare quel qualcosa che mi facesse dimenticare il resto del mondo e soprattutto che mi facesse ritrovare la determinazione di sempre.
E così fu. Una mia compagna del liceo classico mi disse che un giornale dei quartieri romani cercava per il periodo estivo una segretaria. Accettai subito l’impegno, anche perché da sempre lavoravo qua e là per pagarmi gli studi e per essere più indipendente a casa. Di lì a poco cominciai a scrivere e divenni giornalista pubblicista. Quindi mi venne l’idea di scrivere di scienza e si riaccese in me, seppur vagamente, l’amore per la fisica e per lo studio. Quel periodo della mia vita si intensificò di esperienze che mi formarono e fortificarono dal punto di vista professionale. Scrissi parecchio e feci parecchi incontri durante uno dei quali venni a sapere dell’esistenza di un Master sperimentale in Comunicazione della Scienza a Trieste. Volevo frequentarlo a tutti i costi, ma ancora una volta si ripresentò la costante della mia vita: ogni volta che decidevo di intraprendere la strada dei miei desideri mi trovavo alle prese con un grave problema di mio padre. In quei giorni infatti ricevetti una telefonata in cui mi veniva comunicato il suo arresto a Cagliari. Iniziò un periodo molto intenso. Seguivo le lezioni e davo gli esami a Roma, frequentavo il Master a Trieste, andavo a trovare mio padre a Cagliari, alle volte anche di nascosto, per ovvi motivi, lavoravo come giornalista e, laddove il lavoro di autrice non mi permetteva di guadagnare a sufficienza per potermi mantenere tutto questo carosello, supplivo con altre attività.
L’anno seguente il Master da sperimentale venne riconosciuto ufficialmente. Sorgevano dunque due ordini di problemi: il titolo di laurea e tre milioni per l’iscrizione annuale. Due cose di cui non disponevo nella maniera più assoluta. Non mi persi d’animo e misi subito il mio desiderio di fronte al Gohonzon, decisa a non voler accettare neanche un prestito. I problemi non erano finiti. In quel periodo mio padre uscì dal carcere e mia sorella e io ci trovammo alle prese con un uomo che pesava quarantasette chili, giunto a Roma senza un reddito, senza una casa, una residenza, l’assistenza sanitaria, un documento d’identità valido... Senza niente insomma. Si apriva così un periodo della mia vita assai difficile, ma felice perché per la prima volta potevo vedere mio padre addirittura un giorno alla settimana. Nel frattempo mi arrivò una telefonata in cui mi si comunicava l’ammissione al secondo anno di Master grazie al mio titolo di pubblicista e alla mia costante partecipazione. Non avevo fatto praticamente mai assenze e avevo consegnato puntualmente tutti i miei compiti. Soprattutto mi fecero i complimenti perché avevo vinto una borsa di studio di tre milioni, l’equivalente all’iscrizione dell’anno di Master in corso. Durante questo secondo anno venni a sapere della possibilità di fare uno stage come giornalista presso l’ufficio stampa del CERN, il laboratorio europeo di fisica delle particelle, situato nei pressi di Ginevra. Dopo un primo colloquio mi resi conto che il mio inglese non era assolutamente all’altezza della situazione. Io però volevo andare al CERN a tutti i costi: volevo vedere come lavorano i fisici. Di fronte al Gohonzon trasformai il mio desiderio in una determinazione e continuai in tutte le mie attività, buddiste e non, compresa l’assistenza paterna.
Ad agosto del ’96 fu ancora una telefonata ad annunciarmi che il responsabile dell’ufficio stampa aveva deciso di farmi fare lo stage, nonostante il mio inglese, grazie al mio curriculum ormai ricco di esperienze professionali. Ero felicissima, ma sorgeva un nuovo ostacolo. Non volevo partire lasciando sulle spalle di mia sorella tutto l’onere della situazione di mio padre che, seppur in via di risoluzione, era ancora assai instabile. Chiesi un consiglio a Mitsuhiro Kaneda, presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il quale mi disse che non avendo mai camminato con le sue gambe, mio padre non poteva camminare con le mie e che sia io sia mia sorella dovevamo procedere nella direzione della nostra felicità e costruirci una forte base anche economica. Partii per il CERN e si apriva così un’esperienza bellissima in cui riuscivo a fare il mio lavoro, intervistando e scrivendo in inglese. Vivevo situazioni ed incontri bellissimi, come quello con Paolo: per la prima volta a ventinove anni mi scoprivo innamorata, tanto che trovai la determinazione per chiudere una storia durata tre anni bellissima, intensa, profonda, ma che io non sentivo più tale. L’8 dicembre del 1996 iniziavo la mia storia d’amore e quel giorno ero circondata da un’atmosfera magica, carica d’affetto, quasi mistica. E forse non a caso perché lo stesso giorno a Roma moriva il mio papà. In quel momento non capii la perdita di mio padre, anzi mi arrabbiai addirittura con Kaneda. Non capivo perché mio padre fosse dovuto morire lontano da me, dopo che avevo lottato tutta la vita affinché ciò non accadesse.
Tornai a Roma decisa a finire l’università il più presto possibile, perché questa volta volevo diventare un fisico senza nessun ulteriore ripensamento. Cominciai anche a fare attività nella Divisione studenti e nel giro di poco più di un anno riuscii a dare sei esami, uno dei quali lo preparai in pochissimo tempo, lavorando come responsabile dell’ufficio stampa del Congresso Internazionale di Medicina Olistica svoltosi a Urbino alla fine di settembre del 1997. Chiesi di essere ammessa all’orale nonostante non avessi superato lo scritto, feci un bell’esame, tanto che all’atto della verbalizzazione il professore mi incoraggiò a tenere duro e a non mollare. Quel giorno tornai a casa e tra me e me pensai: «Oggi mi riposo». Non fu così, perché aprendo una lettera scoprii che avevo solo tre settimane per consegnare la mia tesi del Master sfruttando l’unica sessione disponibile. Mi misi subito al lavoro e decisi di fare una tesi come volevo io, nonostante tutto. Volevo infatti intervistare tre Premi Nobel, perché desideravo che dalle loro risposte emergesse un incoraggiamento per tutti gli studenti.
E così feci: intervistai Carlo Rubbia per la fisica, Renato Dulbecco per la genetica e Rita Levi Montalcini per la medicina. L’ultima settimana raggiunsi a Ginevra Paolo che mi aiutò nelle ultime fasi di lavoro e finalmente mi sentii supportata nella direzione dei miei desideri. Il giorno dello scadere dei termini della consegna la mia tesi era a Trieste. A febbraio scorso l’ho discussa e sono uno dei rari casi, se non l’unico, che ha un Master prima di una laurea. Sono molto felice perché finalmente ho una tesi da dedicare ai miei genitori. A mia madre, che in tutti questi anni mi ha sempre sostenuto e incoraggiato, riuscendo a ricreare grazie alla sua tenacia un vero nucleo familiare. A mio padre, che nonostante tutto mi ha lasciato in eredità un grosso patrimonio: il saper scrivere. Solo ora capisco perché a diciannove anni non potevo essere madre e solo ora potrei rispondere finalmente alla domanda che mi rivolse a suo tempo la psicologa, dicendole che da nove anni a questa parte non riesco a ricordarmi un giorno in cui non ho riso. Soprattutto solo oggi capisco il consiglio di Kaneda. Quel giorno infatti, decidendo per la mia felicità, ho trasformato la mia sofferenza e al contempo, senza rendermene conto, ho aiutato mio padre a trasformare la sua.
Ora mi mancano quattro esami che ho deciso di sostenere entro l’estate. A luglio mi hanno offerto la tesi di laurea al CERN: si tratta di un lavoro a cavallo tra la fisica e l’informazione scientifica. E visto che sono fuori età per il contratto che di solito si fa ai laureandi mi hanno chiesto di presentare, in virtù del fatto che ho un titolo di Master, la domanda per quello di dottorato. A metà novembre mi trasferirò da Paolo, con il quale abbiamo deciso di sposarci e sono molto felice perché so che per i miei figli sarà il padre che io non ho mai avuto.
In questi anni tutte le volte che ho affrontato qualcosa non mi sono mai sentita all’altezza di farlo, ma ho sempre avuto la consapevolezza che il Gohonzon arrivava là dove io non potevo. Il mio pensiero costante è stata una frase di Josei Toda che dice: «Sfidati nelle cose nelle quali non riesci perché lì verrà manifestato il tuo valore». (B.B.)
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