Cambio di prospettiva

Quando ti aggredisce una malattia grande come una montagna, rimane un’unica alternativa: o ti arrendi o “prendi il badile e sposti la montagna”. E diventando più forti della malattia diventa facile sconfiggerla, come eseguire un passo di danza.

Dario, dài recita un po’ con me». «Non ci penso neppure, cara Maria. Mi sembrate un branco di pecoroni».
«Dai, dillo almeno tre volte».
«OK, Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo, Nammyoho-renge-kyo”. Adesso sei contenta?»
«Si, forse un giorno anche tu praticherai il Buddismo».
«Si, si, aspetta e spera».

A distanza di tre anni dovetti ammettere che aveva ragione lei. A Salermo, dove venni scritturato come ballerino, mi ritrovai davanti a un muro a recitare Daimoku e alle prese con il libretto di Gongyo, proprio come aveva detto Maria. Recitavo da pochi mesi, ma dopo un primo frettoloso bilancio, dovetti constatare che dei “miglioramenti” c’erano stati: non stavo lavorando per una compagnia di balletto prestigiosa, ero abbastanza a “secco” di soldi e Ilaria, la mia ragazza, cominciava a diventarmi antipatica.
«Ma allora a che cosa serve questa pratica se non succede niente?» Non l’avessi mai detto! Mi ritrovai nel bel mezzo di una crisi economica e la mia capacità ad accumulare debiti era diventata tale che, pur lavorando, riuscivo a malapena a pagare gli interessi. Perciò mi posi subito l’obiettivo di superare al più presto questa crisi.
Dopo un po’, visto che continuava a rimanere tutto immutato determinai di risolvere alla radice la mia peculiare capacità ad accumulare debiti. A poco a poco mi sorse il sospetto che forse dipendeva dal fatto che ero alquanto spendaccione e pure poco saggio.
Così è cominciata la mia rivoluzione umana, recitando con un nuovo atteggiamento e sforzandomi di fare quante più azioni possibili per contrastare quella mia dannata tendenza.
I risultati non si fecero attendere. Sembrava un sogno: mi ritrovavo sempre nel posto giusto al momento giusto. Un balletto qua, uno là, televisione, teatro. Anche il problema economico cominciò a risolversi, così che ben presto i debiti sparirono, lasciando il posto a tante esperienze rivelatesi preziose nella professione quanto nella mia nuova fede.
Di giorno in giorno la mia pratica migliorava, leggevo i Gosho e facevo il possibile per partecipare alle riunioni; intanto Maria mi stava a fianco, pronta a rispondere ai miei dubbi e incoraggiandomi nel modo più giusto, senza mai dirmi cosa fare, ma solo come rivolgermi al Gohonzon.
Dopo qualche tempo, fui scritturato come ballerino al San Carlo di Napoli. E fu un grande beneficio, giacché ebbi la possibilità di approfondire lo studio della danza classica e i balletti di repertorio. Ma soprattutto realizzai un sogno che inseguivo da anni: ballare e studiare con maestri di grande talento come Nureyev e Roland Petit.
Dopo due stagioni a Napoli, ancora non ero riuscito a soddisfare il mio desiderio di far conoscere il Buddismo a qualcuno, pur avendo ottime relazioni con tutti i miei colleghi, tranne che con due, che non riuscivo proprio a sopportare. In coincidenza con la seconda stagione di balletto seppi che potevo diventare membro dell’Associazione Italiana Soka Gakkai. 
[...]
Qualcosa di molto grande accadde: sentii un dolore atroce sotto la base dell’orecchio sinistro. Si pensò dapprima a uno strappo, dato il mio lavoro, ma dopo i primi esami mi fu rivelata una realtà terribile. Ciò che si era sviluppato dentro di me era un “linfonoma maligno di Hodjchking”, un tumore che attacca il sistema linfatico e non lascia scampo se non viene curato immediatamente. La malattia aveva colpito proprio quello che più mi serviva, il mio corpo. Nella mia professione è necessario essere sempre in perfetta forma fisica, devi fare attenzione a non ammalarti, altrimenti niente lavoro. Io fui costretto a fermarmi per sottopormi ad una cura molto pesante. Ero annientato dall’angoscia: ballare era la cosa che amavo di più al mondo e mi veniva a mancare.
La disperazione mi spinse allora a sperimentare fino in fondo la validità della pratica e tentai il tutto per tutto. Naturalmente dubbi ne avevo, ma arrivò a proposito e al momento giusto l’incoraggiamento dell'allora  direttore generale della ISG, Kaneda. Durante una riunione al Centro di Milano me lo trovai seduto accanto e ne approfittai per chiedergli consiglio.
Mi fece sentire quanto fossi piccolo e quanto grande, in quel momento, fosse la mia malattia. Dovevo ribaltare la situazione: rendere piccola la malattia e grande la mia vita. «Prendi il badile e sposta la montagna». Presi a recitare tanto Daimoku e con il badile spostai la montagna pezzo a pezzo. Era questa la cura di Nichiren Daishonin: non importava l’effetto manifesto, cioè la malattia, ma sforzarsi di mettere una nuova causa per stritolare il mio karma negativo. Cominciai a leggere tanti Gosho, nessuno in particolare, ma tutti sembravano “giusti per me” e a furia di leggere iniziai a sentire più profondamente la mia condizione. Imparai a percepire il profondo sentimento di compassione di Nichiren quando scriveva a qualche discepolo e sentivo il suo incoraggiamento infondermi coraggio e desideravo fortemente guarire.
La cura del medico, invece, si chiamava chemioterapia, una specie di veleno che entra nel sangue facendo strage di cellule, con effetti collaterali disastrosi (possibilità di formazione di nuovi tumori, abbattimento del fisico sotto ogni punto di vista, perdita del peso e di energie).
Tornai a Torino, la mia città natale, e lì feci entrambe le cure.
Recitai molto Daimoku – fino a sette ore al giorno – con l’atteggiamento consigliato da Nichiren: chiedere scusa, ringraziare il Gohonzon per questa grande occasione che mi si presentava con la malattia, per trasformare il veleno in medicina. Ammetto che la cosa per me era alquanto ardua, comunque ci provai. Presi a fare molta attività presso il Centro culturale e partecipavo con più impegno alle iniziative di gruppo; alzai così tanto il mio stato vitale che la chemioterapia divenne una pillola per il mal di testa. Subito dopo la terapia stavo male, però mi riprendevo velocemente e già il giorno dopo ero pronto per le lezioni di danza. Perché in quel periodo lavoravo anche più di prima, ero in perfetta forma, nonostante facessi la cura ogni quindici giorni.
Dopo tre mesi decisi di sospendere la chemioterapia, incontrando la disapprovazione dei miei genitori, mentre il medico mi avvertiva che se avessi interrotto le cure, mi sarebbe rimasto ben poco da vivere. In realtà, sin dall’inizio, avevano riscontrato nelle radiografie la presenza di una macchiolina sul polmone, che negli ultimi tempi risultava essersi alquanto rimpicciolita. I medici, considerando questo miglioramento come un effetto della chemioterapia, intendevano proseguire il trattamento per un altro anno e mezzo e praticarmi anche una radioestesia polmonare. Avrebbero mirato al polmone in profondità provocando un rimpicciolimento dell’organo che di conseguenza mi avrebbe creato delle difficoltà nel lavoro, non avrei avuto la stessa resistenza di prima. Perciò decisi di non sottopormi a quella cura. Ero anche convinto di aver sconfitto la malattia, infatti le radiografie davano tutte risultato negativo. Nonostante avessi ormai deciso, mi rivolsi ad un altro specialista che mi fece lo stesso quadro tragico. Io feci bene a fidarmi del Gohonzon: dopo sei mesi feci un controllo e la mia macchiolina era sparita.
Fatta la mia scelta, con uno stato vitale alle stelle anche per la gioia di aver ricevuto il Gohonzon, tornai al Teatro San Carlo di Napoli per la stagione di ballo. Dopo appena tre giorni di permanenza i due colleghi che non riuscivo a sopportare, parteciparono a una riunione, prima Gino, e poi, più tardi, Marco; oggi sono in prima linea per kosen-rufu, seguiti da altri colleghi del San Carlo – in tutto siamo in sette.
[...]
Finchè un giorno mi colse nuovamente quel dolore lancinante al collo, questa volta dalla parte destra. Fui ricoverato nuovamente in ospedale e, dopo un taglio profondo alla gola, mi asportarono una ghiandola di dimensioni abnormi. L’esame istologico confermò la diagnosi recidiva del morbo di Hodjchking. Sentivo che il Demone del sesto cielo si era insinuato ancora nel mio corpo per cercare di distruggere il mio spirito di ricerca e farmi desistere dal partecipare al Festival.
Non mi persi d’animo, recitai più Daimoku e lessi tanto il Gosho e quattro giorni dopo l’operazione, con i punti freschi sul collo, ripresi a fare le prove. Come era possibile? Possibilissimo a quanto pare, perché il giorno del Festival ero la persona più felice della terra. Un’esperienza meravigliosa e che ricorderò per tutta la vita. Conclusi anche la stagione teatrale al San Carlo e iniziai un nuovo ciclo di chemioterapia a dosaggio elevato. Ancora oggi mi chiedo come è stato possibile che, sottoposto ad una cura simile, a tre giorni dall’infusione anziché stare in un ambiente asettico, riuscissi addirittura a tornare a casa, e andare al mare; tutto questo perché il mio sistema immunitario non scendeva mai sotto la soglia di allerta. Ogni giorno mi venivano analizzati i valori del sangue e i medici dovettero constatare strabiliati che dopo la terapia il mio sistema immunitario rapidamente si rimetteva sui valori normali, cosicchè ero l’unico a lasciare l’ospedale. Nell’ultimo ciclo mi somministrarono una dose cosidetta “da cavallo”. Per una settimana stetti malissimo; ebbi difficoltà a praticare, persi sette chili. Ma ciò che più mi colpiva di me stesso era il viso cambiato, più bello e più sereno. Capii più tardi la ragione di quella sensazione, quando seppi che erano state fatte delle catene di Daimoku per alzare il mio stato vitale. Persino la Soka Gakkai di Dallas aveva recitato per me, oltre ai miei amici e al mio gruppo. Sento che quel Daimoku è stato di vitale importanza, senza, non so se ne sarei uscito tanto velocemente. Da qui ho compreso l’immenso valore che ha la nostra organizzazione; siamo tutti diversi, diversi nel karma, ma siamo in grado di cambiare il mondo, di renderlo felice, come è capitato a me. Il Daimoku si accomuna e fa sì che l’impossibile divenga possibile; il karma immutabile diventa mutabile, l’infelicità diventa vera gioia, la sofferenza si sgretola e lascia il posto ad una felicità infinita che va a trasformare tutto ciò che ci circonda. Se questa è la potenza del Daimoku, come afferma il Gosho, la spada del Sutra del Loto va impugnata con coraggio e non bisogna mollarla mai, anche se davanti a noi c’è un esercito di demoni pronto ad attaccarci. Perché più sono i demoni, più si diventa abili.
Della mia storia non mi rimane che dirvi che in ospedale sono il campione dei recuperi. Quando sono andato a fare i controlli dopo l’ultima terapia ero sicuro di me. Comunque, mi sono detto: «Se c’è ancora da fare, lo farò». Poi, quando mi hanno annunciato che non ero più ammalato, ho sentito quella gioia incontenibile di cui parlavo prima. Comunque sono anche consapevole che è vero, oggi sono guarito, ma non si sa mai il karma cosa ci riserva!
Nichiren Daishonin ci dice spesso nei Gosho che un ostacolo si manifesta quando siamo in grado di superarlo, grazie al fatto che recitiamo il Daimoku del Sutra del Loto. Vivendo con questa convinzione ho potuto superare grandi ostacoli, facendoli diventare legna da ardere per la mia fede. Non rinunciamo mai a queste grandi occasioni, andiamo sempre avanti e mettiamoci sempre in prima linea con il grande scopo di kosen-rufu.
Ringrazio la mia famiglia che mi è sempre stata vicina, i miei amici e i miei compagni nella fede; ringrazio Maria e… buona fortuna a tutti. (D.W.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Mi ha commosso fino alle lacrime la tua fede, il tuo coraggio la tua incrollabile determinazione: grazie per avermi dato questo meraviglioso incoraggiamento, potentissimo e leggero allo stesso momento.

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  2. Sei un modello da imitare, sei tu che dai la forza e porti gioia a tutte le persone che vuoi bene e che ti sono intorno.

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  3. Sono in un momento di difficoltà,ma tu mi hai dato la forza per ripartire..

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  4. grande DW, so chi sei e ho sempre ammirato la tua grande forza e serenità - e anche la grande forza di Maria che ti è stata accanto sempre con la bellezza del suo sorriso

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