Senza pensiero di me e degli altri

I tre regni

Esperimenti nucleari in India. Un’esplosione di sofferenza improvvisa, muta, mi assale; dal teleschermo rimbalza dentro il mio ventre, in cui proteggo e nutro la vita che sta per nascere. È un colpo improvviso, inaspettato, inflitto a un paese così distante dal mio, eppure provoca in me un’angoscia profonda, proprio mentre il mio corpo si sta adoperando per dare alla luce un nuovo individuo. In un attimo percepisco l’impatto violento tra la vita e la morte. Sono così fragile? Che potere ho io per superare questo conflitto? Che cosa posso fare? Il Buddismo mi viene in aiuto: la mia vita è parte dell’universo, la mia vita è l’universo. Il principio dei tre regni dell’esistenza chiarisce qual è la linea di continuità tra me e tutto il resto al di fuori. I tre regni dell’esistenza sono: il regno delle cinque componenti (go’on seken), il regno degli esseri senzienti (shujo seken) e il regno dell' ambiente (kokudo seken). Essi corrispondono all’ essere umano, alla società e all’ambiente fisico. Il principio dei tre regni dell’ esistenza completa la teoria di ichinen sanzen (tremila condizioni in un solo istante di vita).
Quando un individuo nasce, le cinque componenti (percezione, concezione, volizione, coscienza e forma) si uniscono, quando muore esse si disgregano. Il modo di interagire delle cinque componenti tra loro fa sì che ogni individuo percepisca se stesso e il mondo in un modo soltanto suo e sia per questo unico e diverso da ogni altro.
Dal significato letterale di go’on seken possiamo incominciare a comprendere meglio che cosa accade, secondo il Buddismo, al momento della nascita. Analizziamolo: go vuol dire “cinque”; on vuol dire “componenti”, ma anche “nascondere coprendo” e “accumulare”; se vuol dire “isolare, dividere e scorrere”; ken vuol dire “distanza”. Al momento della nascita, quindi, ciascuno di noi si individualizza, si distingue cioè nello spazio e nel tempo. È noto per esempio che intorno ai tre anni i bambini attraversano una depressione fisiologica. È questa l’età, infatti, in cui il bambino inizia a diventare realmente cosciente della separazione tra se stesso e il mondo: la mamma è un essere distinto da lui, gli oggetti non sono un prolungamento di sé, ma sono distanti e indipendenti: una presa di coscienza è un’esperienza dolorosa.
Ma questa esperienza quante volte la riviviamo nella nostra vita? Forse tutte le volte che attraversiamo delle fasi di adeguamento di noi stessi a condizioni in continuo mutamento, dentro di noi, in relazione agli altri e all’ambiente che ci circonda. Soprattutto, soffermarsi più di un attimo sul fatto che l’esperienza della separazione è comune a tutti, potrebbe già farci del bene. Potrebbe, per esempio, farci sentire meno “rari” nella nostra unicità, e quindi meno soli. Semplicemente perché anche l’altro sicuramente ha esperienza di una sofferenza eguale alla nostra. Sapere è, perciò, già un modo per ridurre le distanze e quindi, forse, il dolore.
Ma il Buddismo che cosa dice in proposito? Nel senso, che cosa posso fare di queste cinque componenti che sono all’origine della mia sofferenza eppure sono ciò che non solo mi fa es- sere, ma anche essere proprio me e nessun altro? Dice che questa esperienza che ho di me, senza dubbio è molto mia, è molto naturale, nasce nel momento in cui io nasco, è comune a tutti, ma è illusoria. Illusoria, in questo caso, vuol dire transitoria, parziale, vuol dire che posso superarla trasformandola in un’esperienza di me e del mondo più profonda e vera.
Nichiren Daishonin scrive nel Gosho L’insegnamento confermato da tutti i Budda: «Il Budda, perfettamente illuminato nei tre corpi, sente l’intero universo come il suo vero corpo, sente l’intero universo come la sua natura spirituale, sente l’intero universo come la sua esistenza fisica». Uno stato, quindi, esattamente opposto a quello della separazione. A seconda dello stato vitale in cui un essere umano si trova, percepirà la propria separazione o la propria unione con gli altri e l’intero universo. E non solo nel- lo spazio, ma anche nel tempo. Non è forse il pensiero della morte, quello che più ci spaventa in quanto esseri umani? Cioè immaginare la separazione più totale e definitiva? Eppure il Daishonin ci dice: «Pensare che la vita e la morte siano due è come il ragionare dei sogni, capovolto e ingannatore» (L’eredità confermata da tutti i Budda). Ma ci sono, in realtà, tante piccole ‘morti’ che sperimentiamo continuamente nella nostra vita. Ogni volta che vedendo un ostacolo davanti a noi, qualcosa dentro ci risucchia, e non riusciamo a vedere invece proprio nell’ostacolo una possibilità di sperimentare più profondamente il potere della nostra vita.
Sentirci separati dagli altri perché “non ci capiscono” o “non li capiamo”, sentirci inadeguati rispetto alle difficoltà della realtà quotidiana, sentirci lontani da ciò che accade nel mondo, perché “noi che c’entriamo?”, sentirci separati perfino da noi stessi, perché “vorremmo far questo, ma non ci riusciamo” e ci sembra che la nostra stessa vita ci scappi continuamente dalle mani, sono sensazioni che ci fanno sentire limitati ed impotenti. Quanto più mi sento impotente, tanto più mi chiudo, mi tengo stretto stretto quel poco che so di me e che perciò mi sembra più mio, e che, seppur non mi soddisfa, almeno non mi fa paura. Il cosiddetto “attaccamento alla propria sofferenza” non è il frutto di una incoercibile tendenza masochistica; è invece probabilmente un meccanismo inconscio che ci fa salvi di qualcosa: dello sforzo di abbandonare una parte di noi, unito alla paura di ricominciare a desiderare davvero qualcosa di migliore. Attivare la Legge mistica nella nostra vita vuol dire trovare il coraggio e la saggezza per superare il muro che spesso si frappone tra noi e il mondo, muro impostoci dall’esperienza soltanto parziale che abbiamo avuto sinora del potenziale nascosto nella nostra vita. Nel Gosho Sulla preghiera Nichiren Daishonin scrive: «Non disdegnare l’oro solo perché la borsa che lo contiene è sporca». Una delle funzioni delle cinque componenti è infatti, come già detto, quello di “nascondere”. Katsuji Saito spiega così questo termine: «Nei nove mondi queste componenti funzionano per “oscurare” la Legge mistica, o la natura di Budda, e per “accumulare” la sofferenza. Nello stato di Buddità, tuttavia, “accumulano” gioia perenne e sono “velate” di compassione».
Quando è la compassione il sentimento che mi lega a me stessa, agli altri e all’ambiente, il mio pensiero e quindi le mie azioni non si basano più su concezioni dualistiche. C’è diver- sità, ma non separazione. Ho il potere di migliorare la mia vita, quella degli altri e quella di tutto quanto riesco a comprendere. Questo, però, non sulla base di un pensiero (bello e seduttivo quanto si voglia), ma sulla base della percezione all’ interno della mia vita dell’esistenza della Legge mistica. Nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza si legge: «La vita in ogni istante permea l’universo e si manifesta in tutti in fenomeni. Chi si risveglia a questa verità realizza la mutua compenetrazione tra la sua vita e tutti i fenomeni. [...] Una volta compreso che la tua vita stessa è la Legge mistica, comprenderai che lo è anche la vita di tutti gli altri» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 3). Guardandoci intorno, guardando le migliaia di ettari di foreste che qualcuno ha deciso di bruciare, o guardando le nazioni che continuano a produrre armi nucleari, o guardando semplicemente le piccole o grandi ingiustizie cui andiamo più o meno tutti soggetti quotidianamente o di cui siamo noi stessi artefici, forse ci potrà sembrare che ‘quelle cose’ riguardano soltanto qualcun altro. In realtà ci riguardano, fanno parte della nostra vita. Questo però, non deve spingerci a dire “allora anch’io sono colpevole”, ma direttamente, “allora posso cambiarlo”. Nel trattato Assicurare la pace nel paese attraverso l’adozione del vero Buddismo si legge: «Se la nazione è distrutta e le famiglie sono sterminate, dove ci si potrà rifugiare? Se ti preoccupi anche solo un po’ della tua sicurezza personale, dovresti prima di tutto pregare per l’ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quartieri del paese, non credi?». Richard Causton commenta così questo brano: «Basta sostituire il termine “mondo” a “nazione” e a “paese” per applicare le parole del Daishonin direttamente a quel parapiglia generale che è l’attuale karma dell’umanità. L’implicazione è chiara: anneghiamo o nuotiamo insieme». Se continuiamo a ignorare che ciò che accade intorno a noi ci riguarda personalmente, e non agiamo di conseguenza, non cambierà nulla e nella nostra vita continuerà a rafforzarsi un’identica tendenza distruttiva. In un celebre film di Charlie Chaplin, Monsieur Verdoux, il protagonista a un certo punto dice: «La disperazione è un narcotico che ci fa cullare nell’indifferenza». Iniziando a praticare il Buddismo, spesso accade di incominciare a soffrire per situazioni e cose che da tempo avevamo date per scontate, lasciandole sepolte e abbandonate, poiché irrisolvibili. Questo avviene perché lo stato vitale della Buddità, che pian piano sviluppiamo praticando, spinge la nostra vita in una direzione opposta a quella di una disperazione che piano piano era diventata muta indifferenza.
Il concetto di ichinen sanzen è difficile da intuire anche soltanto mentalmente. I regni dell’esistenza sono tre, ma la vita che li permea è una, e dè Nam-myoho-renge-kyo. Riunirci alla Legge mistica vuol dire acquisire il potere di permearli con il nostro singolo ichinen. Ricercare la Buddità ed adoperarsi affinché anche gli altri possano fare altrettanto, è realizzare kosen-rufu. Il modo in cui il Daishonin esorta i suoi discepoli a farlo è «recitare Nam-myoho-renge-kyo in itai doshin, senza alcuna distinzione tra loro, uniti come i pesci e l’acqua...».
«Senza alcuna distinzione tra loro» letteralmente vuol dire “senza alcun pensiero di me e degli altri, di questo e di quello”.

(da: le basi della filosofia buddista del Nuovo Rinascimento del novembre 1998)
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