Le radici del Buddismo - La storia di Shakyamuni #1

Gli studiosi ritengono che il principe indiano Siddhartha Gautama visse tra il V ed il IVsecolo a.C. Egli era il principe degli Shakya, una piccola tribù che viveva alle pendicidell’Himalaya, in una regione che oggi è situata nel Nepal centrale. Dopo l’illuminazione i suoi discepoli lo chiamarono Shakyamuni, che vuol dire “saggio degli Shakya”. La tradizione vuole che, poco dopo la nascita del figlio, Shakyamuni decidesse di abbandonare la casa paterna per dedicarsi alla ricerca spirituale, scelta che avvenne dopo quattro incontri particolari: con un vecchio, un ammalato, un funerale e, infine, un asceta. E’ assai probabile che i quattro incontri siano una leggenda, la quale tuttavia indica la forte motivazione di Shakyamuni indirizzata alla soluzione delle quattro sofferenze fondamentali della vita: nascita, vecchiaia, malattia e morte. Inizialmente, si dedicò alla via dell’ascesi, mortificando il corpo, ritirandosi nel bosco di Uruvela insieme ad altri asceti. Dopo alcuni anni, il suo corpo divenne martoriato, debole e malato. Si rese quindi conto che l’ascetismo era altrettanto inadeguato per raggiungere la verità e approdò alla visione della “Via di mezzo” che caratterizza il Buddismo. Dopo essersi riposato e nutrito, recuperate le forze, Shakyamuni si sedette sotto la chioma di un albero di pipal ed entrò in profonda meditazione, deciso a non alzarsi fino a quando non avesse ottenuto l’Illuminazione. Le scritture raccontano che, durante la meditazione, il demone dell’oscurità fondamentale che dimorava nella sua stessa vita, chiamato Mara, tentò con ogni mezzo di dissuaderlo. Ma la sua convinzione gli permise di affrontare le prove a cui fu sottoposto e di ottenere il risveglio allo stato di Budda. Così Shakyamuni decise di dedicare la sua vita a diffondere la Legge per il bene della gente. Le prime persone che ricevettero il suo insegnamento furono proprio gli asceti con i quali il Budda aveva condiviso la pratica, dalle parti di Varanasi (odierna Benares). Un giorno però Shakyamuni, sotto lo sguardo attonito dei suoi discepoli, chiese che ciascuno di essi partisse da solo per propagare la Legge tra la gente. Questo episodio importante rivela come il Buddismo non sia mai stata una religione da praticare isolati dal mondo, ma che richiede l’impegno di abbandonare la sicurezza di una vita comoda per il bene degli altri.
Shakyamuni fece poi ritorno a Rajagriha, e qui iniziò un’imponente opera di predicazione, raccogliendo in breve tempo attorno a sé una comunità (sangha) di migliaia di persone. Numerosi furono i casi di conversione di maestri che portavano un seguito di centinaia di discepoli, come avvenne per i brahmani Shariputra, Maudgalyayana e Mahakashyapa. Tutti avevano aderito al Buddismo proprio per la ragionevolezza del suo insegnamento e per la profonda saggezza e compassione che il Budda trasmetteva attraverso le sue parole ed il suo comportamento. In seguito Sahkyamuni tornò a Kapilavastu, dove convertì alcuni famigliari, tra cui due cugini, Ananda e Devadatta. Quest’ultimo, accecato dalla gelosia e dall’arroganza, cercò più volte di ucciderlo. Non riuscendo nell’intento, provò a rompere l’unità della comunità buddista con diversi mezzi, senza mai riuscirci. Infine, Devadatta concluse la sua vita miseramente. Per quarantacinque anni il Budda proseguì nelle sue predicazioni, interrompendole soltanto nella stagione delle piogge. Egli morì all’età di ottant’anni a Kushinagara.

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