La luce nel cuore

Ho iniziato a praticare questo Buddismo quindici anni fa, avevo venti anni e studiavo architettura. Dopo un anno di pratica incostante smisi e non ne volli più sapere. La notte di Capodanno del 2002-2003 recitai Gongyo e Daimoku con chi mi aveva fatto shakubuku per la seconda volta, un iridologo. Era già da tempo che non mi sentivo bene, a volte ero così spossata da non riuscire a mangiare, mi bruciavano spesso gli occhi e avevo un continuo senso di vertigine. «Lo stress», mi dissi. A marzo il senso di vertigine era diventato insopportabile, cadevo spesso, inciampavo. Praticavo questo Buddismo sempre incostantemente, ma praticavo.
Ad aprile iniziai a vedere molto deformate le linee del programma che utilizzo per disegnare. Andai dall'oculista: dopo una visita accurata mi disse che avrei dovuto fare urgentemente un esame. Mia madre, preoccupata, prese appuntamento in due città da due luminari. Dopo una settimana andai nella prima città dove mi consigliarono una terapia urgente e mi dissero: «Non si conosce l'origine della malattia, né il vero decorso, né una cura». Malattia? Non capii, pensai a quanto tempo stavo perdendo per quelle stupide visite. Capii solo le parole: "cecità", "lesione permanente", "distacco definitivo della retina". Uscii dallo studio e aggredii mia madre, le dissi che avevo un progetto molto importante da terminare e non potevo perdere tempo. Due giorni dopo però ero nella seconda città nello studio di un altro medico famoso e nel pomeriggio iniziai le terapie in ospedale, vista la gravità della situazione. Il rigonfiamento della retina era troppo esteso e procedeva veloce. Avrei voluto solo sapere quanto sarebbe durata tutta questa stupida situazione, niente altro.
Era il 4 giugno 2003 ed ero totalmente sotto shock. Faceva molto caldo. Non ricordo altro se non l'odore dell'ospedale, della mia pelle dopo le terapie e il viso di mia madre pieno di lacrime in metropolitana andando all'ospedale. Nel tardo pomeriggio tornammo in treno a casa dei miei genitori, tutto il corpo coperto, con grandi occhiali scuri perché c'era il pericolo che il liquido iniettato facesse reazione con la luce del sole e la mia pelle si bruciasse. Dovetti stare al buio per una settimana perché la luminosità era eccessiva e gli occhi mi bruciavano insopportabilmente. Stare al buio per così tanto tempo fu terribile. Il giorno si fondeva con la notte e il mio cervello non si fermava mai, mai. Ovviamente persi tutti i lavori.
Da due mesi avevo ricominciato una pratica corretta, frequentavo le riunioni con una responsabile di gruppo che mi piaceva sempre più. Durante quei giorni di oscurità forzata non riuscii a capire perché a me e alla mia famiglia succedesse questo, ma continuai a recitare Gongyo e Daimoku al buio in camera mia. Tornai a casa mia e mi ci vollero mesi per riprendere il giusto ritmo buio-luce. Vedevo deformato con l'occhio destro, bene con il sinistro, ma la convergenza era molto difficile. Non riuscivo a leggere, a truccarmi, a camminare dritta. Avevo perso definitivamente il senso della prospettiva. Grande metafora. Per mesi mi svegliai durante la notte pensando che fosse giorno e che ero diventata cieca improvvisamente. Tutto era stato troppo veloce, troppo feroce. Recitavo con sempre più convinzione a casa della mia responsabile e recitai da lei la mia prima ora di Daimoku con un'indimenticabile sensazione di leggerezza. Fu un'estate molto difficile, ma passò. Recitai perché sentii che mi aiutava a sopravvivere; Gongyo fu un intervallo fondamentale nella follia delle mie giornate. Mi rafforzai fisicamente e psicologicamente.
A settembre subii un altro intervento, altri sette giorni di buio, ma fui molto più forte e consapevole. Nei giorni di buio mio padre e mia madre mi aiutarono a leggere il libretto di Gongyo con una piccola pila. Ricominciai a lavorare in un studio di progettazione. Decisi di ricevere il Gohonzon: tutti mi dicevano che se fossi stata paziente e determinata, sarei sicuramente guarita. La settimana prima della consegna dei Gohonzon mia madre venne da me per aiutarmi a sistemare bene la casa. Sentii la sua riconoscenza per la pratica buddista e il 14 dicembre 2003 accolsi il Gohonzon; fu una giornata meravigliosa, con mia madre e mio padre presenti.
Il 16 dicembre andai all'ospedale per un controllo con la sensazione dolce della vittoria; e spavalda andai a fare l'esame. Avevo il Gohonzon, niente di male poteva accadere. Invece mi dissero: «Mi dispiace ma non c'è più niente da fare, perderai l'occhio destro e il sinistro è da tenere sotto stretto controllo. Se vuoi ti proponiamo una nuova terapia da fare oltre la solita». In tutto sarebbero stati necessari venti giorni al buio. Quella volta capii benissimo tutto quello che mi dissero. Mi rifiutai. Arrivai a casa mia e mi stesi sul divano, arrabbiata con il Gohonzon, con me, con tutto e tutti. Il giorno dopo nonostante la debolezza fisica andai a lavorare. Non recitai e non volli vedere nessuno.
Dopo dieci giorni iniziai a pensare: «Hai ricevuto questo Gohonzon?... e mò pedala!». Il giorno della consegna avevo espresso un voto siglato dentro il mio cuore, per sempre. Decisi di procedere fino in fondo senza più fermarmi e mi affidai, quindi, al Gohonzon. Ricominciai con media difficoltà a "pedalare". A fine gennaio mia madre, tenendomi all'oscuro di tutto, andò con tutti i referti medici dell'ultimo anno a Ginevra da un luminare americano il quale disse che la lesione si stava cicatrizzando molto bene e che la membrana si era ridotta; sarei rimasta con un disturbo visivo all'occhio destro, ma ero giovane e c'erano ottime speranze per un arresto definitivo della degenerazione maculare. Mia madre mi chiamò e io capii cosa vuol dire la fiducia nel Gohonzon e la profonda riconoscenza per mia madre. Una visita confermò tutto. Per il momento ero salva. Capii, allora, la differenza tra la lotta per vincere sulla malattia e quella ben più intensa della ricostruzione di sé e della propria vita.
Iniziò un periodo di enorme confusione e di lotte serrate contro l'oscurità, dentro e fuori di me. Fui molto severa. Spesso troppo. Lavorai molto al mio primo progetto da libero professionista, una ristrutturazione, e contro la mia pigrizia, l'arroganza, l'insicurezza, la poca autostima e contro la continua, lacerante sensazione di perdita definitiva anche se non sapevo bene di cosa. Nonostante le difficoltà ricominciai a leggere bene, superai la paura di andare in bicicletta e in auto. Fu un lento e difficilissimo riabituarsi alla vita di tutti i giorni: ogni giorno grazie alla pratica un piccolo passo in più. I compagni di fede mi sostennero in ogni maniera, senza nutrire dubbi. Ho un grande debito di gratitudine nei confronti di tutti loro.
In quel periodo provai grandi delusioni per illusioni che stavano cadendo ormai come se fossero di cartapesta: l'"apertura degli occhi" era iniziata e il processo inarrestabile. Avevo deciso di mettermi completamente a nudo senza più difese. Non capivo. Soffrivo terribilmente ma procedevo. Per la prima volta stavo vedendo e non guardando: stavo vedendo me stessa, la mia vita.
Ma se l'"apertura degli occhi" fu una grande occasione per sciogliere tanti nodi della mia esistenza, le mie condizioni fisiche e psichiche non erano comunque pronte ad affrontare sofferenze così radicate tutte insieme. Conoscevo ormai i meccanismi della pratica, dell'opportunità attraverso l'emergere dell'oscurità di pulire il karma a tal punto da far emergere la parte illuminata, ma in questa lotta tra buio e luce esaurii tutte le forze che potevo avere a disposizione e cedetti. Dopo un ennesimo sogno infranto caddi rovinosamente nella depressione. Abbandonai l'idea della libera professione, per il momento. Fu un'altra estate molto, molto difficile.
Ero comunque diventata responsabile di gruppo e non volevo arrivare al mio primo zadankai in quelle condizioni. Fu la giusta molla per ricominciare a lottare: buttai tante cose vecchie, ridipinsi le pareti e portai il Gohonzon in salotto per poter ricevere quante più persone. Mi ristabilii con grande difficoltà e con me anche il gruppo, all'inizio poco numeroso, divenne sempre più forte. Ricominciai a lavorare in un ennesimo studio di progettazione.
A febbraio 2005 lasciai lo studio dove lavoravo e tra mille incertezze decisi di rilanciare i miei sogni. Recitai fino a quattro ore di Daimoku al giorno e organizzai recitazioni a casa mia per settimane intere, convinta che l'impossibile si sarebbe trasformato in possibile: volevo lavorare e vivere a Milano.
A maggio iniziai il progetto di una ristrutturazione e a fine luglio trovai casa in un palazzo dove vivono la mia responsabile di settore e di capitolo.
Per la prima volta dopo tanto tempo trascorsi un'estate meravigliosa godendo del sole e del mare, senza più paura della luce, in compagnia della persona che mi ha seguito fino in fondo in tutto questo periodo durissimo, la mia responsabile, insegnandomi il dono prezioso dell'amicizia profonda. A settembre 2005 mi trasferii a Milano dove divenni da subito responsabile di gruppo, trovai nuovi clienti e infine, il 18 maggio 2006, ho firmato il contratto di affitto per il mio studio di progettazione. Che gioia infinita! Sono stati quattro anni difficili, ma preziosissimi. So di percorrere il cammino che più profondamente mi appartiene: ho aperto gli occhi e il mio cuore.
Se mi guardo indietro, vedo. Se guardo avanti sono certa che vedrò. (A. C.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Grazie per averci offerto la tua bellissima esperienza.
    Auguri!!
    Dino

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  2. Mi sono venuti i brividi leggendoti...Grazie per aver condiviso con noi la tua grande determinazione. Nichiren ci dice di continuare a recitare qualunque cosa accada: non è facile metterlo in pratica, ma tu ci sei riuscita, raccogliendo tanta buona fortuna! Grazie ancora...:-)

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  3. meravigliosa ! infinite GRAZIE
    Cecilia

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  4. Grazie per la tua meravigliosa esperienza che ci hai trasmesso per immagini, inondandoci con la luce della speranza e la forza della determinazione.

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  5. Ho quasi pianto di gioia. Grazie infinite.

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  6. Grazie di aver condiviso il tuo cuore.

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