Divento quel che voglio essere

La realtà cambia, gli anni passano, tutto intorno a noi si trasforma. Eppure, per conoscere nel nostro cuore una sincera soddisfazione, non c’è forse niente di meglio che disegnare il grande progetto della nostra vita, fatto di piccole cose e di grandi ideali, e portarlo avanti. Fino alla felicità.

Anno nuovo, vita nuova. Il proverbio, per quanto gettonato quando la Terra si appresta a concludere quel suo lungo girovagare di 365 giorni intorno al Sole, ben difficilmente viene messo in pratica. A parte quel breve sussulto, quell’effimera voglia di cambiamento che si respira quando gli anni solari si danno il cambio, in genere gli esseri umani sembrano ancora troppo spesso incapaci di tenere in mano la propria vita: un po’ per colpa dell’abitudine, che offre sicurezze ma toglie inevitabilmente la voglia e la possibilità di osare. Un po’ perché non credono fino in fondo nelle proprie innate capacità. Eppure, il bello della vita sta proprio nel cambiare e nel rinnovarsi. E nello scoprire un giorno che si è esattamente quello che volevamo essere.
Tutto questo però, non può essere condotto a caso. Per tagliare il traguardo della realizzazione personale c’è bisogno di un progetto. C’è bisogno di sapere più o meno cosa io voglio o vorrò diventare. Che tipo di essere umano voglio essere. Che tipo di esistenza voglio condurre. Che tipo di cose voglio riuscire a fare e a saper fare. E guai a pensare che la nostra realizzazione personale dipenda soltanto dagli aspetti materiali della vita. Qui il Buddismo è chiarissimo: l’umana esistenza è composta di un aspetto fisico, di un aspetto mentale e di un aspetto esistenziale più profondo. Il cinema e la tivù ci propinano ancora modelli di felicità fatti di gente bella e ricca, ancorché malvagia e egoista. Ma se è vero che non si può essere felici nell’indigenza, è altrettanto vero che con i milioni di dollari non si compra la felicità. Discorsi ovvi? Mica tanto, se è vero che milioni di persone vivono ancora con questi sogni a occhi aperti.
La consuetudine (peraltro discutibile) assicura che per vivere tranquilli è necessario “puntare a sistemarsi” e in questo caso, salvo l’impegno minimo indispensabile, c’è chi lascia gran parte delle decisioni in mano alle circostanze: quel che sarà sarà. Intraprendere la professione di medico perché lo è già il proprio padre; fare il primo mestiere che capita perché bisogna pur mangiare, e continuare a farlo per tutta la vita; sposare la compagna di università perché lei è disponibile e quella è l’età giusta per il matrimonio; metter su famiglia con il primo “pollo” capitato a tiro per paura di rimanere soli. Esempi banali, ma molto, molto reali: non foss’altro perché appartengono tutt’oggi alle scale di valori di molta gente, anche giovane.
Ora, va detto che non c’è niente di male nella decisione di “sistemarsi”. A patto però che sia frutto di una scelta precisa, di un preciso progetto di vita, piuttosto che di un passivo abbandono alle circostanze. Progettare la propria vita equivale a scoprire se stessi, a conoscersi non solo sul piano interiore ma su quello pratico. Mentre con il “lasciarsi vivere” si rischia di arrivare in fondo senza aver mai scoperto – e forse neanche sospettato – chi siamo e quali sono le nostre capacità reali. Uno spreco, insomma.
Se continuo per tutta la vita a fare l’impiegato, non saprò mai se riuscirei anche a fare il capoufficio. O il pittore. O il suonatore di flauto. O magari ad essere un ottimo bottegaio. Se una madre di famiglia lascia che la sua esistenza sia scandita unicamente dal ritmo della crescita dei figli, avrà magari dei figli adulti, sani, ben educati, ma non potrà mai sapere se gli studi di lettere – abbandonati perché non c’era tempo – non le avrebbero aperto altri orizzonti.
Da un altro punto di vista, progettare la propria vita implica tirare fuori le potenzialità e muoversi per migliorarsi. La pratica buddista, in questo senso, si rivela fondamentale. Per sapere cosa fare di se stessi, ci vorrà una buona dose di saggezza; per farlo realmente, un’altrettanto buona dose di energia; e un pizzico della “famosa” fortuna, a questo punto, non farà altro che bene. Ma per godere appieno dei ben noti e benefici effetti, ci vorrà anche un bersaglio a cui mirare, se non altro per vedere se si colpisce nel segno. Progettare la propria vita non significa usare gli anni da trascorrere su questo globo terracqueo come se fossero le tappe di una carriera manageriale, e neanche stendere un preventivo con la pignoleria di un ragioniere troppo zelante. Semmai converebbe immaginarsi come “architetti della propria esistenza”. Magari un po’ arditi nel loro slancio progettuale.
D’altra parte, se è vero che il karma si crea attraverso il pensiero, le parole e le azioni, decisioni vaghe, dettate dall’abitudine o dalla poca fiducia, porteranno a risultati altrettanto vaghi, abitudinari e via dicendo. E figuriamoci poi le azioni... L’indecisione è una brutta bestia, si sa. Brutta, ma non invincibile. E se con una “una mente divisa” (come spiegava Nichiren Daishonin nel Gosho Itai doshin) è letteralmente impossibile arrivare a concludere qualcosa, è invece pur sempre possibile “riunificare” una mente ballerina tramite la pratica di Nam-myoho-renge-kyo.
Per imparare a decidere, un trucco può anche essere quello di partire dall’immediato: piccole decisioni a breve termine e, una volta che ci si è preso gusto, si allungano man mano le scadenze. Fino a diventare dei campioni e, se è vero che la vita è eterna, si potrebbe anche pensare di progettare la nostra prossima apparizione. Perché no? Ma anche solo limitandosi a questa, ogni buon progetto comporta una dose notevole di elasticità mentale, visto che durante il percorso al novanta per cento si dovrà aggiustare la mira ed essere pronti a rimettere in discussione il progetto iniziale. Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, parlava di “scopi da miopi” (troppo piccoli) o “da presbiti” (esagerati), e assicurava che dopo averci preso la mano, si arriva a mirare con esattezza.
Ma come stabilire che cosa includere nel nostro progetto o cosa lasciare in secondo piano? «Ciò che è per kosen-rufu – sostiene Daisaku Ikeda – è sempre per la vostra felicità; e ciò che è per la vostra felicità è anche per kosen-rufu». Questo può essere un buon metro di giudizio, da modellare di volta in volta sulle proprie esigenze individuali. Oppure, più in generale, si può ricorrere allo schema di valori indicato da Makiguchi, maestro dello stesso Toda, il quale sosteneva che «una persona trascorre la propria vita quotidiana in modo stabile quando si basa su di una precisa visione dell’esistenza, mentre chi non possiede una chiara visione delle cose vive precariamente ». La scelta, secondo Makiguchi, deve essere sottoposta ad una scala di valutazione che prevede nell’ordine: “bene-male”, “guadagno-perdita”, “bellezza-bruttezza”. A conti fatti, le tre categorie proposte da Makiguchi corrispondono a tre precisi criteri, adattissimi per valutare il nostro “progetto di vita”: l’etica, la crescita personale e l’estetica.
La questione etica è quantomai di attualità. Abbiamo già detto quanto il benessere materiale sia condizione forse necessaria ma senz’altro non sufficiente per la felicità. Eppure, la storia italiana degli ultimi decenni resterà macchiata dal comportamento di pochi uomini dal nome famoso che non hanno esitato di approfittare del potere per loro tornaconto personale. A questi, si affiancano migliaia il cui nome non sarà mai noto, i quali fanno sì che quel che ormai va sotto il nome di Tangentopoli sia un vero e proprio fenomeno di costume, di razzie e di furti generalizzati e deliberati. Detto questo, non vogliamo parlare qui di questioni politiche. Quanto ricordare che, nel nostro progetto per un’esistenza felice, la questione etica e morale non può che venire al primo posto. Qualsiasi decisione – dalla professione da svolgere ai desideri da coltivare – non può che arrivare dopo le personali scelte di carattere morale.
Il Buddismo, si sa, non propone rigidi schemi etici di comportamento. Da un lato ricorda che niente sfugge alla legge di causa ed effetto, in virtù della quale ognuno può liberamente fare le proprie scelte, pagando all’occorrenza di tasca propria. Dall’altro, se non proprio con la formula di un comandamento, il Budda raccomanda il massimo rispetto per la vita altrui. Così, anche senza dilungarci troppo negli esempi, è facile capire che il cliché hollywoodiano del manager che per la carriera calpesta parenti, amici e colleghi non è per niente incoraggiato. Chi si sente buddista, non potrà che poggiare sulle idee del Buddismo il proprio progetto di vita. E perseguirne fino in fondo gli ideali. Compilare questo megaprogetto però, può non essere facile.
Cominciamo col suggerire che, anche stavolta, ci vuole tanta decisione: se è vero che talvolta è difficile mantenere a febbraio le promesse fatte a noi stessi a Capodanno, com’è pensabile essere fedeli a un progetto di più lungo respiro? Ma è un gatto che si morde la coda: per essere felici, bisogna comunque essere fedeli a noi stessi. E anche questa è una delle tante cose della vita nella quale è necessario l’allenamento: chiunque di noi può imparare a non arrendersi e ad andare in fondo alle cose. Come al solito, basta volerlo.
Poi c’è bisogno della creatività. È buffo, ma non è raro trovare persone che – mentre sognano spesso ad occhi aperti un futuro da fumettone rosa – a confronto con la realtà non riescono nemmeno a immaginare qualcosa di nuovo, di fantasioso, o anche solo di stimolante, per il loro futuro. E invece la ricerca delle inclinazioni, delle capacità – lungi dall’esaurirsi nei primi anni della vita – dovrebbe essere continuata per esplorare fino in fondo i meandri della nostra vita. Fare tutto ciò con delle idee preconcette in testa – questo mi riesce, quest’altro non mi riuscirà mai – comporta la sostanziale impossibilità di scandagliare fino in fondo le risorse interiori del nostro essere.
Poi ci vuole anche un po’ di flessibilità. Sarebbe stupido immaginare di voler perseguire a tutti i costi un progetto anche quando non ci sono più le condizioni. Oppure dopo aver scoperto che è molto meglio intraprendere una strada invece di un’altra. Come si diceva, questo progetto di una vita non deve essere certo un’insensibile architettura fatta a tavolino, da perseguire aridamente senza tenere conto delle passioni individuali, della società e dei tempi che cambiano.
Dopo questi pochi, sin troppo semplici, consigli, una cosa appare chiara: nessuno potrà mai formulare il progetto per qualcun altro. Né tantomeno, nel redigerlo, si potrà tenere conto di una serie rigida di indicazioni. Ognuno di noi è diverso e il Buddismo incoraggia questa individualità. Incoraggia al tempo stesso il cambiamento, la riforma interiore e anche la capacità di ognuno di noi di coltivare le proprie potenzialità, tanto quelle apparenti che quelle più nascoste.
Tuttavia, un punto fermo c’è. Qualsiasi cosa noi vogliamo realizzare – sia esso un progetto a brevissima, media o lunga scadenza – c’è bisogno di un impegno quotidiano per realizzarlo.
Andrés Segovia, il celebre chitarrista, già in età avanzata disse che avrebbe avuto bisogno di un’altra vita per studiare la chitarra. Eppure, di tempo ne era passato, da quando aveva imbracciato per la prima volta lo strumento, senza neppure sapere cosa fosse un do o un fa diesis. Solo dopo un costante, spesso invisibile miglioramento, frutto di uno studio quotidiano, è arrivato a essere uno strumentista famoso al mondo. Esperto conoscitore di quelle sei corde, eppure così socraticamente cosciente («so di non sapere») dei propri limiti. La vita è un po’ la stessa cosa. Non c’è limite nell’esplorarla. Ma non c’è nemmeno limite alla felicità e al senso di realizzazione che si può ottenere nel valicare i piccoli problemi di tutti i giorni, nel dedicare tutti se stessi al benessere e alla felicità del genere umano come insegna Nichiren Daishonin, e infine nel colmare la nostra esistenza con questo senso di completezza che ne deriva.
L’importante è comprendere che la felicità non sta solo nel benessere materiale, solo nel lavoro o nelle piccole cose di tutti i giorni. La vera felicità – di qui parte il Buddismo – è dentro di noi.
Una vita realizzata è una vita che ricomincia ogni giorno da capo. Una vita che sa rinnovare. Che sa ricercare nuove strade. Che non si perde dietro gli errori commessi nel passato, ma che al contrario pensa a farne tesoro per costruire un altro futuro. Tutto questo è quello che intendiamo per il progetto di una vita: invece di vivere alla giornata, capire di cosa abbiamo bisogno per la nostra felicità, e architettare un disegno da portare avanti per tutta la vita. Proprio come è necessario praticare e abbracciare il Buddismo per tutta la vita, fino all’ultimo giorno.
È arrivato il 2015. Anno nuovo, vita nuova. Ma anche: giorno nuovo, esistenza nuova.
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