Un seme dopo l'altro

«Io non so come faccio ad arrivare al cuore delle persone, non ho una ricetta, ma sono certa che tutti abbiamo un grande talento da fare emergere. La molla deve essere il desiderio sincero di togliere sofferenza e dare gioia».

Ci vollero ben due anni perché mi decidessi a partecipare a un meeting ma sentii subito che il mio cuore rispondeva positivamente a quel suono ritmato e armonioso, anche se la mia mente si ribellava al pensiero che avrei potuto realizzare ciò che desideravo dalla vita.
Il mio atteggiamento iniziale fu di competitività, volevo dimostrare che era tutto un bluff. Non avendo desideri impellenti e credendo di avere tutto ciò che desideravo, volli sperimentare la veridicità del Buddismo e come obiettivo, decisi di dimostrarne l'inutilità. Come? Decisi che mio marito, ateo, ingegnere dalla mente matematica e persona razionale si mettesse a recitare Gongyo e Daimoku. Iniziai a recitare costantemente con un impegno incredibile. Il risultato? Una sconfitta al mio ego. Mio marito, da cui vivevo separata non legalmente, ma di fatto, giunse le mani con me e si mise a leggere Gongyo dopo solo quarantacinque giorni. Fu un colpo basso per le mie sicurezze, ma anche un grande stupore e una grande gioia perché avevo cominciato a sperimentare l'immenso potenziale che scaturisce dal profondo della nostra vita. Questa fu la molla per iniziare un cammino sulla strada della mia rivoluzione umana che mi ha portato ad abbandonare tanti atteggiamenti che credevo legittimi per addentrarmi nel profondo della mia vita alla ricerca di quei tesori del cuore che sono la chiave della nostra pratica buddista.
Sono sedici anni che pratico e cosa è cambiato in me? Quanti benefici ho ottenuto? Tantissimi. Non voglio soffermarmi sui benefici visibili, che sono stati innumerevoli, come conservare un aspetto giovanile, essere in buona salute, avere una mente attiva, la gioia di vivere ogni giorno con precisi obiettivi, il lavoro, tanti amici e la voglia di amare...
Ma voglio parlare dei benefici invisibili che sono i più importanti e ai quali tante volte non si presta attenzione ma che, come dice il presidente Ikeda, "crescono dentro di noi senza fare rumore, come gli anelli nel tronco degli alberi".
Ho perso la mamma a sedici mesi e sono stata allevata dalla matrigna e da un padre dedito solo alla carriera. Sono cresciuta priva di affetto e di tenerezza, ero una bambina e un'adolescente sola che veniva punita perché reagiva con dispetti all'assenza di amore. Il mio desiderio più grande è stato quindi di formare una famiglia tutta mia dove si respirasse l'amore che mi era mancato. La nascita dei miei due figli è stato perciò il dono e la gioia più grande ma anche il più grande attaccamento; per dare loro l'amore che non avevo avuto mi sono "giocata" il marito.
Praticavo questo Buddismo ormai da due anni ed ero responsabile di gruppo quando entrambi i figli, uno per lavoro e l'altro per una borsa di studio post laurea, si recarono all'estero. In un periodo della vita in cui si sente il bisogno di avere la famiglia più vicina come è quello in cui senti svanire la gioventù, fu per me una vera lacerazione.
Cominciai a recitare Daimoku per il loro rientro ma, più recitavo, più si radicava nell'uno il desiderio di trasferirsi all'estero e per l'altro non c'erano i presupposti per un rimpatrio. Decisi allora di chiedere un consiglio sulla fede e capii così l'importanza della giusta determinazione. Fu per me l'inizio di un grande cambiamento perché compresi profondamente che mettiamo al mondo i figli per la loro felicità e non per la nostra e che dovevo recitare affinché facessero le scelte migliori per il loro futuro. Ci provai e dopo un mese e mezzo uno fu rimpatriato e l'altro decise di aprire uno studio in Italia. Mi crogiolai nel mondo di Estasi e così, poco dopo, uno fu mandato prima in Angola, poi in Siberia, poi per cinque anni in Kazakistan e ora in Nigeria nel pieno del pericolo del terrorismo islamico. L'altro ha preso la cittadinanza canadese per aprirsi eventualmente un'altra opportunità di vita anche se in Italia gode di un successo sia professionale che economico.
«Dov'è il beneficio?» direte voi! Fu enorme perché cambiò la mia mente. Pur non essendo cambiate le cose non sento più il dolore del distacco, ma un forte desiderio di sostenerli col mio Daimoku. Adesso li sento sempre vicini nonostante la lontananza, fra di noi c'è un contatto quotidiano e sono partecipe delle vicende della loro vita. La nostra pratica è: determinare, recitare e agire, e così come azione decisi di dedicarmi al mio gruppo buddista come se fossero tutti miei figli da far crescere per poi lasciarli andare, continuando a pregare per loro. Non è stato facile perché all'inizio l'attaccamento alle persone del gruppo a cui avevo fatto shakubuku mi faceva pensare di essere indispensabile ma dopo un lento e costante lavoro su me stessa, la sofferenza si è trasformata in gioia e far crescere e dividere il gruppo rappresenta ormai per me l'estendersi infinito di una rete numerosa di persone che abbracciano il Daimoku. Ho accompagnato a ricevere il Gohonzon, con la stessa emozione che ho provato io nel riceverlo, centosessanta miei shakubuku.
Come premio nell'avvicinare tante persone al Gohonzon esiste solo la gioia che ci resta dentro e ci arricchisce. Non mi sento una persona speciale ma solo una persona comune che ha imparato, anche se con sforzo, a sentire profondamente di voler far suo l'intento del maestro.
Questo senso di missione non è nato all'improvviso ma da un'esperienza all'inizio della pratica quando il lavoro che andava a gonfie vele, si è fermato di colpo, cosa mai successa prima. Chiesi chiarimenti a chi mi aveva parlato di questo Buddismo manifestando il mio stupore e la mia delusione. Mi venne consigliato di fare del mio lavoro la mia missione. Sulle prime non mi piacque per niente questo consiglio ma visto che la situazione stagnava ci provai e pian piano attraverso una pratica assidua il senso di missione è aumentato e così il desiderio di fare shakubuku. Il lavoro ben presto riprese e mi sono fatta anche un nome di brava professionista. Quando non ho nessuna risposta, mi dico: «Comunque il seme l'ho piantato, prima o poi darà il suo frutto!» e infatti anche dopo anni alcune persone mi hanno chiesto di riparlarne perché desiderano approfondire la loro conoscenza.
Io non so come faccio ad arrivare al cuore delle persone, non ho una ricetta, ma sono certa che tutti abbiamo un grande talento da fare emergere. La molla deve essere il desiderio sincero di togliere sofferenza e dare gioia e questo dobbiamo cercarlo davanti al Gohonzon perché specialmente all'inizio non siamo così aperti al prossimo, tanto siamo concentrati sui nostri problemi. Essere convinti e fare comprendere il grande privilegio d'incontrare la Legge mistica. Ho capito che non è producente portare le persone ad un meeting completamente sprovviste di quello che andranno a sperimentare. Faccio sempre prima conoscere loro il Gohonzon, spiego il significato delle candele, dell'incenso, dell'offerta; non voglio che pensino di trovarsi davanti a un idolo. Parlo loro dei dieci mondi e delle nove coscienze così l'impatto col gruppo sarà consapevole e l'integrazione più facile e duratura. Non prometto loro grandi realizzazioni perché non sappiamo quanto è profondo il karma della persona a cui facciamo shakubuku, ma cerco di fare comprendere, offrendo la mia esperienza come prova concreta, che la pratica buddista è un regalo che la vita ci offre per affrontare meglio la sofferenza, intraprendendo un sentiero in cui si diventa padroni della mente agendo con saggezza in ogni situazione. Ascoltare gli altri a volte è duro per una serie infinita di motivi, ma se facciamo emergere la nostra compassione, le persone riceveranno un messaggio di speranza. Ho sperimentato che è importante prendersi cura delle persone e che non c'è discriminazione quando parliamo di Buddismo: la Buddità è uguale per tutti e va risvegliata. Ho ricevuto moltissimo dal prendermi cura delle persone, mi sforzo sempre di capire cosa posso fare per stringere legami più profondi e ho aperto la mia casa per chiunque voglia recitare e sfidarsi, sento dentro di me una fiammella di gioia che mi sostiene e che mi rende sicura di poter trasformare ogni tipo di sofferenza. Non mi sento più sola e sono al servizio di tutti quelli che desiderano il mio aiuto e la mia rete di amicizie si è estesa a dismisura. Dico "amicizie" e non conoscenze perché un'amicizia costruita con la fede è qualcosa di profondo e mistico che lega al tuo cuore le persone anche se sono lontane e, quando recito, sono tutte lì con me.
Guardando a ritroso, ho scoperto che la mia visione della vita è profondamente cambiata. Ciò che credevo un diritto è diventato un dono. Ringrazio ogni giorno il Gohonzon perché sono viva e sana, perché se sono arrivata fin qui è merito delle persone che ho incontrato, perché lavoro, perché la mia famiglia è serena anche se sparsa per il mondo, perché ho degli amici, perché so che troverò l'amore come lo desidero io... ma soprattutto "ringrazio le mie sofferenze" perché per risolverle devo pregare trasformando così in meglio me stessa.
Nel Gosho Il prolungamento della vita ho letto ed inciso nel cuore: «Hai ancora molti anni davanti a te, inoltre hai incontrato il Sutra del Loto. Se vivi anche un solo giorno in più, puoi accumulare una fortuna ancora più grande» (SND 4, 90). Il mio cammino è ancora lungo e la mia missione all'inizio. Il pensiero della morte non mi spaventa ma mi fa riflettere, e non c'è niente di più confortante quanto il sapere che alla fine della vita quello che di noi resterà eterno sarà il dono della Legge offerta agli altri e che essa, di persona in persona, contribuirà alla pace nel mondo. (S.N.)
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